martedì 10 febbraio 2009

Diktat bioetico per maggiordomi ?

Il Cavaliere e la Curia hanno sfidato il Capo dello Stato con conseguenze che nessun commentatore è in grado di ponderare. Resta da vedere come reagiranno il parlamento e il popolo italiano al più eclatante azzardo istituzionale dell'intera storia repubblicana. di Andrea Ermano

Immaginate di servire come cameriere in un locale e di veder entrare un Deputato o un Senatore della Repubblica. Avrete di che meditare. Non rischiano in fondo i parlamentari italiani di fare la figura, se non proprio dei camerieri, quanto meno dei maggiordomi? Maggiordomi e non camerieri, perché ricevono stipendi migliori. E ciò sia detto - absit iniuria - con tutto il dovuto rispetto per i camerieri, per i maggiordomi e naturalmente anche per i nostri parlamentari.

Di fatto, però, tra i banchi del Parlamento italiano vige oggi la legge del bancone di mescita: se servi troppo spesso un bicchiere di vin bianco quando te ne ordinano uno di rosso (o viceversa), vieni licenziato. Allo stesso modo un parlamentare, se preme il bottone verde anziché quello rosso (o viceversa), contraddicendo alle indicazioni del partito, non è ricandidabile oppure lo è ma in fondo al listone e quindi senza speranze di elezione.

La Costituzione nata dalla Resistenza parlerebbe di elezione senza vincoli di mandato, ma il condizionale è d'obbligo. E l'Italia è diventata una repubblica fondata sul Governo, che può catapultare in Parlamento decreti à discretion, o disegni di legge con procedura eventualmente urgente e corsia preferenziale, intimando che li si approvi a tambur battente, anche a colpi di fiducia.

E veniamo al caso Englaro.
Per Berlusconi Eluana «è una persona viva, respira in modo autonomo, le cui cellule cerebrali sono vive e mandano anche segnali elettrici. Una persona che potrebbe, per ipotesi, anche avere un figlio».

Giudicate voi. Questa è l'argomentazione bio-etica sulla base della quale il Cavaliere ha deciso di ricorrere alla decretazione d'urgenza, nonostante il preavviso negativo del Presidente della Repubblica.

L'urgenza di una legge si giustificherebbe in base alla necessità di salvare una vita innocente, dice il Cavaliere.
Ma Eluana è in un letto d'ospedale da diciassette anni, durante i quali il Parlamento non ha mai, nemmeno una volta, dedicato al tema del "testamento biologico" cinque minuti di dibattito legislativo.

I medici dicono che Eluana versa in uno "stato vegetativo persistente", noto anche come "morte corticale". In questi casi una riemersione nelle prime settimane è possibile e comporta buone probabilità di ripresa della coscienza. Dopo un anno, la possibilità che un paziente in stato vegetativo persistente riguadagni la coscienza risultano assai più scarse e comportano comunque importanti disabilità. Purtroppo, con l'aumentare del tempo le chance diminuiscono fino a scomparire del tutto.

Da quattordici anni i medici ritengono che la "morte corticale" di Eluana sia divenuta irreversibile. "Irreversibile" significa che non sussistono più i presupposti per un risveglio alla coscienza.

Il premier ha detto però di ritenere che la paziente potrebbe ancora riacquistare la coscienza. Ha parlato di "cellule cerebrali vive". E ha usato anche espressioni un po' così. Visto che non crede né ai medici né ai tribunali italiani, il presidente del Consiglio potrebbe aderire all'invito rivoltogli da Beppino Englaro "da padre a padre" affinché egli possa accertarsi in modo diretto delle reali condizioni in cui versa la donna.

Intervenendo proprio su questo tema, un grande luminare della medicina come Umberto Veronesi scrive: "Pensiamo a Terry Schiavo, il caso americano che ha infiammato le cronache internazionali perché, dopo grandi polemiche, la sua vita artificiale fu interrotta... Ebbene, all'autopsia, il cervello di Terry è risultato completamente devastato. Per cui è dimostrato che la ragazza non vedeva, non sentiva, non provava né fame né sete, né null'altro".

Se questo è il triste quadro clinico, cessare l'accanimento terapeutico sembrerebbe un atto di pietà. Non si comprende perché taluni cardinali parlino addirittura di "assassinio" e di violazione dell'umana dignità. Tanto più che la Corte europea per i diritti dell'uomo ha respinto le richieste di varie associazioni filo-vaticane considerando tali richieste "irricevibili" in quanto "i ricorrenti non hanno alcun legame diretto" con la paziente.

Aderendo invece alle richieste del padre, Beppino Englaro, l'ordine giudiziario italiano ha ritenuto "soddisfatti" entrambi i presupposti necessari per poter autorizzare l'interruzione dell'alimentazione artificiale nel caso in questione. I presupposti sono: 1) che «la condizione di stato vegetativo sia irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche recupero della coscienza», e che 2) sia provato in maniera chiara, univoca e convincente che il paziente, prima di perdere lo stato di coscienza, sarebbe stato contrario alla continuazione delle cure.

Stando così le cose, ci si chiede per quale ragione i nostri governanti (e il Vaticano) ritengano inattendibili i responsi delle corti d'Appello, di Cassazione e Costituzionale, oltre che le diagnosi mediche e la valutazione, si immagina molto sofferta, degli stessi genitori di Eluana.

Se il Govenro italiano o magari anche la Curia vaticana porteranno dinanzi all'opinione pubblica delle ragioni chiare circa le potenzialità di guarigione di Eluana, li ringrazieremo. Se non saranno in grado di farlo, dovrebbero forse iniziare a prepararsi a chiedere scusa, anzitutto a Beppino Englaro e alla sua famiglia.

Dal Quirinale, parecchie decine di metri sopra il livello del mare, ma anche sopra il livello di Palazzo Chigi e dei sacri palazzi romani, è giunta la seguente bocciatura: «Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha preso atto con rammarico della deliberazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto-legge relativo al caso Englaro. Avendo verificato che il testo approvato non supera le obiezioni di incostituzionalità da lui tempestivamente rappresentate e motivate, il Presidente ritiene di non poter procedere alla emanazione del decreto».

Inutile elencare qui le accuse fuoriuscite dalla bocca di Berlusconi: contro la Costituzione "sovietica", contro il presidente della Repubblica ecc.

Il capo dell'opposizione, Walter Veltroni, ritiene che il presidente del Consiglio abbia voluto "deliberatamente creare un incidente istituzionale". In effetti, Berlusconi e il segretario di Stato vaticano conoscevano entrambi il pensiero di Napolitano, che è il rappresentante di tutti e non il passacarte di qualcuno. Ma ormai il Cavaliere e la Curia hanno sfidato il Quirinale, con conseguenze che nessun commentatore è ancora in grado di ponderare.

Fin qui a grandi linee il caso Eluana. Che dire ancora?
Ritorniamo alla figura del maggiordomo. L'uso della decretazione d'urgenza è ormai giunto a tal punto che quasi tutte le leggi italiane vengono di fatto avallate dal potere legislativo sotto dettatura del potere esecutivo. I parlamentari si fanno maggiordomi delle segreterie. E il legislativo rischia di diventare il cameriere dell'esecutivo, ma quel che è peggio lo Stato italiano si ancella della Chiesa cattolica.

Ora che il Presidente della Repubblica ha negato la firma e il Presidente della Camera ha parlato di "grave errore" del governo, non resta che vedere come reagiranno il parlamento e il popolo al più eclatante azzardo istituzionale dell'intera

mercoledì 28 gennaio 2009

Cosmopolis o della Speranza

di Andrea Ermano  
 
La civiltà ellenistica, fondata da Alessandro il Grande, sortì effetti d'immensa portata: la genesi dell'Impero romano, la nascita del Cristianesimo e alla fine dei conti l'emergere dell'Occidente come attore di una mondializzazione che iniziò, a ben vedere, ventitré secoli fa e che costituisce dunque un fenomeno non solo caratterizzato dalla scienza-tecnica moderna, ma anche venato profondamente d'implicazioni etico-giuridico-culturali oltre che economiche e politiche.
    Se i trionfi di Alessandro costituiscono un fatto assiale della storia umana, il fatto cosmopolitico più rilevante, da Alessandro ai giorni nostri, è dato in tutta verosimiglianza dall'elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti.
    Pronuncio questa tesi, che suona un po' folle al mio stesso orecchio, senza sottenderle alcunché di trionfale e men che meno di trionfalistico. Perché, se Alessandro simboleggiò l'impulso costituente della Cosmopolis, ossia di un lungo processo storico, per altro travagliatissimo, che però in modo abbastanza consapevole puntava fin dall'inizio all'unificazione sub lege dell'intero genere umano... E se quell'impulso resta ampiamente attuale nell'era contemporanea... Se questo fu e resta Alessandro nella sua gigantesca significanza, ebbene l'enorme rilievo cosmopolita della vittoria presidenziale di Barak Obama appare invece di tutt'altro segno: non trionfale, dicevo, e anzi altamente drammatico, perché legato a doppio filo all'interrogazione dell'umanità rispetto al proprio futuro, incertissimo.
    Il maestro del maestro d'Alessandro disse che dove c'è un sommo pericolo, là c'è anche una grande speranza. Quest'antica sapienza platonica fotografa il clima attuale: la nostra disperazione, e quindi la nostra speranza.
    Il significato cosmopolitico di Barack Obama appare drammaticamente unico perché proporzionale alla risonanza che quest'elezione statunitense ha incontrato nelle menti e nei cuori di miliardi di persone come noi: persone che intuiscono le sfide di fronte alle quali siamo tutti interpellati, e di fronte alle quali vediamo soprattutto convocate le generazioni dei nostri figli. 
    I nodi climatici, demografici, alimentari e strategici -- ben noti a qualunque persona mediamente informata -- risultano tematizzati in modo esplicito nel discorso d'investitura tenuto dal neopresidente il 20 gennaio ma sono implicitamente presenti nell'opinione pubblica mondiale che guarda a lui con trepidazione e attesa.
 
  Sappiamo e non possiamo fingere d'ignorare che il surriscaldamento climatico e l'incremento demografico possono scatenare gravissime crisi alimentari che indurrebbero moti migratori di inaudite dimensioni, i quali rischierebbero di produrre sul piano strategico una catena terribile di conflitti.
    Potrebbe profilarsi all'orizzonte uno stato d'eccezione globale, tema sul quale alcuni tra i più profondi pensatori contemporanei riflettono per altro da vario tempo (mentre tanta parte delle cosiddette classi dirigenti sembra persa in giochi di palazzo che a definirli frivoli sembrerebbe d'elogiarli).
    Tutti possiamo comprendere la necessità di affrontare queste emergenze governandole nella pace e nel consenso, ma non si conosce ancora chi abbia escogitato la ricetta per metter in piedi un governo buono e pacifico del mondo, e questo nel breve volgere di qualche lustro.
    Si parla, giustamente, delle tecnologie decisionali e dei percorsi politico-istituzionali sviluppati nell'Unione Europea durante il secondo dopoguerra: su questa falsariga i politologi immaginano in che modo dovrebbe evolversi un'ONU auspicabilmente in crescita sul piano dell'efficacia cosmopolita. Ma è chiaro che non basta, e che occorreranno progettazioni nuove, non ancora alle viste. E che, dettaglio non trascurabile, andrebbero tradotte in opere e giorni.
    Nondimeno ognuno è ben in grado d'intuire perché la salvezza dipenda da un'azione cosmopolitica di governo fondata sul consenso ampio e non sull'arbitrio liberista né sul fanatismo identitario o sull'attivismo militare.
    In questo quadro, preoccupava alquanto che il paese leader dell'Occidente dopo l'Undici settembre sembrasse come caduto in una nevrosi traumatica fatta di furore ideologico e di sonno della ragione, con un'inenarrabile seguito d'accuse alla "vecchia Europa", di assurdi vaniloqui marzialeggianti e di pretese gigantomachie puntualmente risoltesi in un marasma babilonese.
    Ma che si poteva escogitare senza (se non addirittura contro) gli Stati Uniti?
    Si sono così dissipati anni preziosi a seminar tempeste, laddove la potenza militare, la preminenza tecnologica e la prevaricazione economica non possono darci la Cosmopolis dalla quale pare dipendere il futuro umano.
    Ecco, è sullo sfondo di questo americanismo plumbeo e preoccupante, perché profondamente perturbato dal trauma delle Twin Towers, che può comprendersi appieno la novità: quel sentimento di "grande emozione" cui ha dato voce Giorgio Napolitano nel commentare a caldo il discorso d'investitura di Obama: "Per chi come me ha vissuto più di 50 anni nella politica e nelle istituzioni", così il Presidente della Repubblica, "è stato un segno di straordinario incoraggiamento e fiducia nell'avvenire della politica."
    Sì, Barak Obama ha evocato una grande emozione politica globale. Ha potuto farlo perché la sua ascesa alla Casa Bianca spezza l'incantesimo imposto dal terrore fondamentalista e dal contro-fondamentalismo liberista armato.
    Di fronte a una folla di due milioni di cittadini e all'opinione pubblica mondiale il presidente Obama ha ammonito la nazione americana, la sua nazione, con queste parole di verità: "Non basta il nostro potere da solo a proteggerci né esso ci concede il diritto di fare quel vogliamo".  E ha aggiunto: "Non chiediamo scusa per il nostro modello di vita né esiteremo a difenderlo… Ma quel che ci fa progredire è la gentilezza d'ospitare uno straniero nel diluvio e il sacrificio degli operai per salvare il lavoro di un loro amico".
    Ora, non si tratta di firmare cambiali in bianco, però si tratta di parole che ridanno alle donne e agli uomini di buona volontà una qualche speranza. Non è preferibile alla paura?

lunedì 17 novembre 2008

CENTRO ESTERO

L'Avvenire dei lavoratori / Quaderno doppio 2008.1-2
Esce mercoledì prossimo il nuovo quaderno trimestale dell'ADL. Si tratta di un quaderno doppio, di 200 pagine, particolarmente denso e ricco di materiali storici, riflessioni politiche e testi letterari.

Il nuovo quaderno dell'ADL "su carta" propone all'attenzione delle lettrici e dei lettori un'ampia sezione storiografica, dedicata alla tematica del "Centro estero" con un saggio di Stefano Merli che ricostruisce l'attività di rifondazione intellettuale e morale del socialismo italiano svolta da Ignazio Silone quando egli dal 1941 al 1944 accettò di assumere la guida del Centro estero, trasferitosi a Zurigo dopo l'occupazione nazista della Francia.

Le trascrizioni dei due interventi di Filippo Turati al Congresso di Livorno offrono alcuni spunti di riflessione aggiuntivi sulla tematica delle cicliche crisi organizzative del Psi, tematica cui è imprerniato per inciso anche l'editoriale di questo nuovo ADL.

La seconda metà del volume, riservata alla sezione "Politica, economia e cultura", è inaugurata da un intervento di Paolo Bagnoli sulla necessità di salvare l'idea stessa di "sinistra" in Italia, senza la quale la parola socialismo perde il suo senso proprio.

Segue Felice Besostri con un'appassionante discussione del saggio di Raffaele Simone "Il mondo è di destra?". Si tratta della prima parte di un saggio più ampio cui Besostri sta lavorando nell'intento di chiarificare le ragioni del socialismo italiano, nonostante l'anatema che sembra incombere nel nostro Paese sulla questione socialista.

Nelle pagine della cultura Mario Barino traccia un primo bilancio degli "Incontri letterari del Cooperativo" introducendo due preziosi testi inediti e ricordando la nascita per iniziativa di Franco Facchini e Pietro de Marchi di questa iniziativa a sostegno della lingua e della letteratura italiana fuori d'Italia.

Il primo testo pubblicato è "Per resuscitare i morti" di Laura Pariani, una delle maggiori scrittrici italiane contemporanee, che qui tratteggia in modo scanzonato e affettuoso le impressioni raccolte al Cooperativo di Zurigo dopo l'incontro letterario che l'ha vista protagonista in una memorabile serata del 2006.

Il secondo testo è "Cara Clarissa" di Silvia Ricci Lempen, protagonista di una matinée letteraria tenutasi nel maggio scorso. Romana di nascita e losannese d'adozione, Ricci Lempen ha un ragguardevole cursus honorum in lingua francese. In "Cara Clarissa - possibile inizio di un romanzo in lingua italiana" inizia magistralmente un suo percorso di riappropriazione della lingua madre.

Alcune osservazioni di carattere filosofico sono esposte quindi da Andrea Ermano a margine del confronto sul fascismo in corso all'interno del mondo cattolico, ma non solo in esso.

Suggella il volume il "Coro di deportati" di Franco Fortini, poesia apparsa per la prima volta sull'ADL del 15.4.1944.
Il Sommario
del nuovo quaderno ADL
I - Centro estero

    • Editoriale
    • Stefano Merli, Il laboratorio socialista de L'Avvenire dei Lavoratori
    • Filippo Turati, Compagni amici, e compagni avversari; non voglio, non debbo dire nemici
    • Filippo Turati, Una convergenza dovrà ricongiungerci tutti quanti in una azione comune

II - Politica, economia e cultura

    • Paolo Bagnoli, I socialisti e la sinistra italiana
    • Felice Besostri, Il mondo va a destra?
    • Mario Barino, I nostri "incontri" tra poeti, scrittrici e testi inediti
    • Laura Pariani, Per resuscitare i morti
    • Silvia Ricci Lempen, Cara Clarissa
    • Andrea Ermano, Il dibattito intorno al fascismo
    • Stanzetta lirica - Fanco Fortini, Coro di deportati

L'Avvenire dei lavoratori
Quaderno doppio 2008.1-2

Pagine 200, CHF 20.00, Euro 14.00
Qui sopra la copertina del nuovo quaderno dell'ADL sulla quale campeggia un'immagine di Ignazio Silone (1900-1978), che dal 1941 al 1944 diresse il Centro estero socialista.

venerdì 5 settembre 2008

Migranti, cittadini globali


Quella per il riconoscimento del voto amministrativo - e perché no - europeo, ai concittadini stranieri, è una grande battaglia di civiltà.
di Rodolfo Ricci *)

"Migranti, cittadini globali": vi era in questa frase -- con cui nel 2005 titolammo il secondo congresso della Federazione Italiana Emigrati e Immigrati

(FIEI) -- la registrazione di un mutamento epocale delle condizioni della cittadinanza effettiva delle persone nel processo di ricomposizione del capitalismo su scala globale. Ciò che chiamiamo oggi globalizzazione non è altro che il libero dispiegarsi fuori dei vincoli e dei confini nazionali dei processi di produzione e riproduzione del capitale multinazionale; allo stesso tempo, globalizzazione è il processo di mobilità accentuata delle persone attraverso i confini di regioni, paesi e continenti alla ricerca di condizioni migliori di vita; una mobilità richiesta ed incentivata dalle condizioni produttive e riproduttive del capitalismo, al punto che oggi, i sistemi economici di grandi paesi e continenti, come gli USA o l'Europa non potrebbero reggersi senza la forza lavoro di decine di milioni di immigrati.
Ciò è non solo evidente, ma riconosciuto ampiamente dai rappresentanti della grande impresa multinazionale e non; è confermato dai dati statistici per i quali oltre il 6% del PIL italiano deriva dall'apporto dei lavoratori migranti; per i quali sono oggi oltre 20 milioni i cittadini migranti sul suolo europeo, sono oltre 200 milioni i cittadini migranti sull'intero pianeta.

Cittadini migranti che attraverso le loro rimesse costituiscono l'unico concreto elemento di sviluppo dei rispettivi paesi di origine (circa 300 miliardi dollari all'anno di trasferimenti, cifra superiore di cento miliardi al complesso degli IDE, cioè degli investimenti totali provenienti dall'estero verso i paesi in via di sviluppo e i paesi poveri).

Le recenti dure proteste dei leader dei governi latino-americani contro la Direttiva "Ritorno" della UE, che ricordavano il tempo in cui tali paesi hanno accolto decine di milioni di migranti dall'Europa, costituiscono un elemento di chiarezza storica e al tempo stesso un monito a comprendere di cosa stiamo parlando: del futuro dei rapporti nord e sud, del destino stesso del pianeta.

Non può più essere che le merci fluttuino liberamente e le persone siano costrette dai vincoli unilaterali dei paesi del nord; queste condizioni non possono reggere.

Il fallimento dei negoziati di Doha sul commercio internazionale conferma, per altre vie, il raggiungimento di una soglia non più sopportabile.
A globalizzazione dei traffici finanziari e di merci deve corrispondere un nuovo ed adeguato complesso di diritti di cittadinanza per i lavoratori migranti e tutti coloro che si muovono attraverso i confini nazionali.

Il dibattito riaperto finalmente da Veltroni sul voto amministrativo agli immigrati residenti sul nostro territorio, dopo anni di investimento politico - da destra a sinistra - sulla "percezione della sicurezza", deve costituire un'occasione di ampia mobilitazione per l'affermazione dei diritti di cittadinanza dei migranti e di riflessione sui destini globali e nazionali.

Vale la pena ricordare, a tal proposito, che la mobilità dentro i nostri confini (ovvero i flussi di migrazione interna) hanno nuovamente raggiunto i livelli più alti registrati negli anni '60-'70: annualmente sono circa 270.000 gli italiani che lasciano le regioni del meridione e si stabiliscono nelle regioni del centro-nord per motivi di lavoro. Nel decennio sono stati oltre mezzo milione i siciliani che hanno lasciato l'isola prevalentemente verso il nord-est del paese.

A fronte di questi dati impressionanti, siamo chiusi dentro una assurda discussione sul federalismo fiscale come toccasana della situazione nazionale, quando è chiaro che il nord del paese continua ad assorbire risorse umane e a produrre ricchezza grazie anche all'enorme salasso di forza lavoro dal sud d'Italia e del mondo.

Allo stesso tempo, la spesa pubblica -in particolare quella sanitaria- del paese viene contenuta grazie all'apporto di oltre un milione di donne immigrate che si occupano di ciò di cui lo Stato non può o non vuole occuparsi: l'assistenza agli anziani e il lavoro riproduttivo nelle famiglie italiane.

Cosa si deve attendere per riconoscere i diritti basilari di partecipazione a questi milioni di concittadini stranieri ?

Quanto al voto, è bene sapere che paesi molto più avanzati del nostro hanno già da tempo riconosciuto il diritto di voto amministrativo a tutti gli stranieri o alle principali comunità etniche immigrate: tra questi la Svezia, la Danimarca, l'Olanda, la Norvegia, la Spagna, la stessa Inghilterra.



Il 15 Gennaio del 2003 il Parlamento Europeo approvò la risoluzione n. 136 nella quale si raccomandava a tutti gli Stati membri di concedere il voto amministrativo a tutti gli stranieri regolarmente residenti sui rispettivi territori da almeno tre anni e la cittadinanza ai residenti da almeno 5 anni. (Il Congresso FIEI approvò all'unanimità la proposta di introduzione del voto amministrativo e della cittadinanza agli stranieri secondo quanto previsto da questa risoluzione).

Fu sempre nel 2003, in ottobre, che Gianfranco Fini, allora Ministro degli Esteri, si espresse a favore del voto amministrativo durante un convegno al Cnel. Ma lo aveva già fatto il 6 luglio a San Paolo del Brasile, di fronte ad una nutrita platea di connazionali emigrati, paragonando le traversie dell'emigrazione italiana con quelle degli extracomunitari e riconoscendo al Brasile e agli altri paesi latino americani di non essere mai stati xenofobi o razzisti vero i nostri migranti.

"Volevamo braccia e sono arrivati uomini e donne", l'espressione del grande scrittore svizzero Max Frisch attraversava l'Europa del nord negli anni '70 ed '80 e riguardava noi, l'integrazione e il riconoscimento dei diritti degli emigrati italiani e del sud Europa.

Così complicato ricostruire un civile confronto intorno a queste questioni, che non siano le assurde proposte dell'esame di lingua italiana, delle carte dei diritti e dei doveri, ecc. ecc.?
Perché questi esami e queste carte dovrebbero essere sostenuti e sottoscritte per ottenere il diritto di voto o la cittadinanza e non invece all'atto dell'assunzione di un rapporto di lavoro?
Basterebbe riflettere su questo per capire quanta ipocrisia e disonestà intellettuale inquina l'aria di questo nostro paese.

La battaglia politica per il riconoscimento del voto amministrativo - e perché no - europeo, ai concittadini stranieri, è una grande battaglia di civiltà e può costituire un elemento importante di chiarificazione dei destini dell'Italia.

In questo contesto le rappresentanze sociali ed istituzionali degli italiani all'estero possono svolgere una significativa funzione.

*) Segretario generale della FIEI

venerdì 18 luglio 2008

Figli di un destino cinico e baro?

di Andrea Ermano
"E allora prendete un passaporto e andate tutti a..."  l'orazione pubblica di Beppe Grillo ai manifestanti "No Cav Day" di Piazza Navona si era conclusa una decina di giorni fa con il solito "vaf..." alla politica italiana, incluse le più alte cariche dello Stato.

Grillo incarna ormai due detti marxiani. Il primo riguarda la situazione che si ha quando la classe dirigente di un paese ne costituisca il maggior impedimento allo sviluppo: è, questa, la situazione rivoluzionaria. Il secondo detto marxiano allude a certi corsi e ricorsi storici che dapprima si presentano come tragedia, poi come farsa. In Grillo la rivoluzione italiana è la farsa da un comico patriota che non significa nulla.

Ma la Guzzanti supera Grillo sia in comicità sia in patriottismo. L'esito ne risulta rovesciato. La farsa viene ricatapultata nella rivoluzione e la corte papale tra i diavolacci dell'Inferno, come in Dante.
Non potendo sorpassare in arditezza tutto ciò, Antonio Di Pietro ci ha messo qualche giorno per raccogliere le idee, finché l'arresto del governatore abruzzese Del Turco è sopraggiunto a togliergli ogni imbarazzo:
ecco l'inizio di una nuova Tangentopoli in un paese corrotto più che mai!
Ma se c'è un Grillo per ogni Sabina Guzzanti non manca neppure un Cavaliere per ogni Antonio Di Pietro. Ed ecco dunque Berlusconi che spiega il caso Del Turco alla nazione: ennesimo teorema cui certa magistratura ricorrerebbe per condizionare la vita politica!
A questo punto il procuratore dell'indagine abruzzese non poteva che convocare una conferenza stampa. In essa egli negava recisamente la tesi del teorema ed elencava invece una lunga serie di fatti date dati, sostanzialmente riconducibili alle dichiarazioni di un ras locale, postosi sotto l'egida della magistratura, come pentito, un attimo prima che lo arrestassero in quanto corruttore.

Le tangenti del pentito sarebbero a Del Turco servite all'acquisto di tre case a Roma nonché "a comprare il passaggio di otto senatori" dello SDI nelle file del PD.

Qui manca il riscontro. E' vero infatti che il governatore aveva abbandonato il Partito Socialista per entrare nel Partito Democratico. Ma i senatori? Se lo SDI ne avesse avuti otto, di senatori, il Governo Prodi sarebbe ancora in carica.

Il neo segretario del PS, Riccardo Nencini, cioè la parte (teoricamente) lesa, conferma che "non c’erano senatori socialisti. Se anche vi fossero stati, non sarebbe stata un’operazione praticabile perché i socialisti non sono in vendita".

In effetti, se uno resta socialista nel 2008 sembrerebbe meno in vendita di altri. Ma i media su Del Turco hanno ugualmente rinverdito la favola nera: ex socialista, dunque corrotto. Vabbè, ma Del Turco è stato tante cose: non solo segretario del Psi, ma anche segretario generale aggiunto della Cgil, ministro delle Finanze, presidente dell'Antimafia.

No. Del Turco è un ex segretario del Psi. Vabbè, ma vi sembra giusto che poi la gente attribuisca la colpa del persistente malaffare italiano ai "craxiani" che continuano pervicacemente a inquinare il Paese degli Onesti.

No. Del Turco è il successore di Craxi, un uomo chiamato cinghiale e assurto a simbolo del malaffare italiano.
Sarà dunque a causa dell'autodistruttività intrinseca al "male" che il mestiere di leader socialista nel nostro Paese appare tanto foriero di disgrazie?
Nessun leader socialista, neanche quelli universalmente riconosciuti come galantuomini, è sfuggito a una qualche "disgrazia". Turati venne disgraziatamente massacrato di botte e morì in esilio. Matteotti fu seviziato e assassinato. Saragat e Pertini finirono in galera, al confino, in esilio, ma sopravvissero e divennero Capi di Stato.

Come loro, anche Nenni, dopo un duro esilio, rientrò in Italia, tra mille onori, e alla fine fu nominato senatore a vita.

Del pari fu senatore a vita anche Francesco De Martino, che però ebbe un figlio rapito dalla camorra.
Ma ecco un dubbio. Forse che in Italia anche i nostri ideali migliori siano caduti ostaggio di un destino cinico e baro?

Il punto sta proprio qui. Noi socialisti siamo sommessamente convinti che il destino passa e gli ideali restano.