venerdì 24 settembre 2010

Chi nichilizza?

Editoriale di venerdì 10 settembre 2010
L’autore dei Fiori del male, Charles Baudelaire, l’avrebbe forse chiamato “razzo”. Per il codice penale è, invece, un “oggetto pericoloso”. Stiamo parlando del fumogeno lanciato durante la Festa Democratica di Torino addosso al segretario generale della CISL, Raffaele Bonanni, al quale l’oggetto ha incendiato il giubbotto. Le giovanotte e i giovanotti del Centro sociale Askatasuna (di cui fa parte Rubina Affronte, l’autrice ventiquattrenne del “lancio”) hanno commentato: «Di giacche Bonanni se ne può comprare altre, un fumogeno non ha mai ucciso nessuno. Non piangiamo certo per un pezzo di stoffa. Contestare qualcuno è legittimo. Se poi quel qualcuno è Bonanni è giusto persino impedirgli di parlare».

E se invece di finire sul giubbotto, il fumogeno avesse colpito il leader sindacale alla tempia? Nella seconda metà degli anni Settanta, ci furono delle giovanotte e dei giovanotti che presero a sparare per strada nelle città italiane, creando un clima di disfida terrorista tra bande armate, più o meno infiltrate, più o meno deviate. Ancora non sappiamo che cosa sia successo esattamente nel tratto di storia nazionale che separa Piazza Fontana dalla Stazione di Bologna.

Anche perciò ci preoccupa leggere che le giovanotte e i giovanotti di oggi liquidino la loro aggressione a Bonanni con tanta nonchalance: «Chi semina vento raccoglie tempesta. E a Mirafiori e all'Iveco, gli operai oggi in cuor loro ridevano».

Negli anni di piombo gli operai non giravano armati, ma spaventati; non parteciparono a quel training di violenza e di arbitrarietà. Così, oggi, dubitiamo che a Mirafiori e all’Iveco “in cuor loro” ridessero.

A proposito di cuore, il ministro Brunetta, accusando di "squadrismo" gli uomini del PD per aver consentito le aggressioni di questi giorni, ha dichiarato contestualmente si continuare a sentirsi un socialista, anzi come dice lui un “socialista del PDL”. Ora, il PDL aderisce al PPE, forza politica europea d'ispirazione democristiana e principale avversaria del Partito del Socialismo Europeo (PSE). Ne consegue che l’autodefinizione del ministro contraddice la realtà, ma Brunetta potrà ovviamente continuare a dirsi “socialista”, per il godimento suo e dei mass media italiani i quali amano scaricare sui socialisti ogni possibile bizzarria. Resta un fatto, tuttavia: non basta dirsi socialisti per esserlo. Anche in politica occorre un minimo sindacale di coerenza e di pudore, e visto che ormai solo i pochissimi sembrano ricordarlo, ci permettiamo sommessamente di sottolinearne l’esigenza – dalle colonne di questa testata, che nel socialismo italiano, europeo e internazionale conduce ininterrottamente il proprio impegno da un secolo e più.

In modo particolare, poiché il socialismo italiano (e con esso i nostri predecessori alla guida de L’Avvenire dei lavoratori) ha pagato “un alto tributo di sangue” per riportare la democrazia in Italia, noi disconosciamo apertamente ogni legittima possibilità di definirsi socialista da parte di chi, dopo aver giurato in quanto ministro fedeltà alla Costituzione, pronuncia, circa il primo articolo della medesima, queste inaccettabili parole: «Stabilire che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla».

Chi afferma questo non può credibilmente proclamarsi socialista. Dopodiché, è pur possibile che il ministro abbia ragione nel sostenere la presenza all’interno del PD di qualche elemento un po’ “squadrista”, se così vogliamo definire coloro che commettono delle violenze volte ad azzittire l’avversario. Il gruppo dirigente del PD non può non sapere che il ripetersi d’intimidazioni nei confronti degli ospiti della Festa Democratica ricade sotto la diretta responsabilità dei padroni di casa. Perché qui non si tratta più di un fatto isolato. Quando la violenza incomincia a diventare consuetudine, allora qualcosa che non funziona c’è.

E c’è, infatti, l’antico e mai sopito odio massimalista nei confronti dei riformisti. Come pure c’è, in aggiunta, un’ambigua condiscendenza nei riguardi dell’improperio antipolitico, che naviga sotto la costellazione della violenza verbale, ma che poi immancabilmente preme (quanto meno nella mente di alcuni) per approdare dalle parole ai fatti. Questa tendenza va contrastata prima che traligni.

Chiunque abbia un po’ di sale in zucca vede, però, al di là del gioco delle parti, una situazione di migliaia e migliaia di giovani, scaricati in mezzo alla giungla di un egoismo sociale estremo, fatto di precariato, disoccupazione e carnevalizzazione dell’esistenza. In questo contesto, le giovanotte e i giovanotti torinesi non hanno solo torto, nel rammentarci minacciosamente che chi semina vento raccoglie tempesta. Hanno anche un grano di ragione.

E allora, per ridurre lo spargimento di venti tempestosi e per evitare che i tempi verso i quali muoviamo imbocchino la strada sbagliata, sarebbe consigliabile pagare un costo pur di far spazio ai giovani e sollecitarli a conquistarsi il loro futuro nella società, con l’unico strumento universalmente lecito: il lavoro.

Perché questa, a ogni appuntamento della nostra storia, è la questione politica fondamentale: su quale architrave morale potrà mai strutturarsi una pacifica convivenza tra gli italiani se non sul consenso del popolo lavoratore? Chi nichilizza il lavoro, semina vento.

martedì 14 settembre 2010

Evoluzione più benigna ?

Editoriale di venerdì 3 settembre 2010

L'Italia non solo avrebbe necessità di superare il “porcellum”, ma anche l’esigenza che tale evoluzione abbia luogo in un quadro di larghissime intese. Ecco perché.


La traiettoria assunta dal conflitto d’interessi nel corso delle note violenze mediatiche estive guidate dal presidente del Consiglio contro il presidente della Camera evoca per certi versi quella celebre Locomotiva di Guccini, “lanciata a bomba” contro la terza carica dello Stato. Con tragicomica confusione dei ruoli, però, dato che qui, nelle vesti dell’attentatore suicida, entra in scena non un macchinista proletario, ma uno zar miliardario.

A evitare la deflagrazione istituzionale finale è soccorso a mezza estate il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, garante dei residui equilibri tra poteri dello Stato. E contro di lui, in nome di una legge elettorale nota nella letteratura politologica sotto il nome di “porcellum”, il premier ha rivendicato la facoltà di porre fine alla legislatura quando il suo esecutivo finisse sfiduciato.

Ora, il “porcellum” prevede soltanto che le coalizioni candidatesi al governo del Paese depositino un programma e il nome di un leader. Nello spazio logico del Cavaliere questo significa però che, qualora egli perdesse la maggioranza in Parlamento, ciò comporterebbe il divieto alle forze politiche di formare una nuova maggioranza e, soprattutto, l’obbligo per Napolitano di chiudere la legislatura indicendo elezioni anticipate.

Che ne è del presidente della Repubblica e dei suoi poteri (tra cui quello d'indire o meno nuove elezioni)?
Nello spazio logico del Cavaliere, le prerogative del Capo dello Stato vengono liquidate alla stregua di meri “formalismi costituzionali”. Nello spazio logico del Cavaliere, il “porcellum” – che è una legge ordinaria – vale quanto e più di una riforma costituzionale poiché pretende di revocare una delle principali attribuzioni del Capo dello Stato. Eppure su questo argomento il “porcellum” stesso recita così: “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica” (Art. 3).

Tenendo fermo quest'ultimo punto, si capisce che è la coalizione vincolata al suo leader e, viceversa, il leader vincolato alla sua coalizione, ma il presidente della Repubblica resta il presidente della Repubblica.

Se, per esempio, se i finiani uscissero dalla maggioranza e mettessero in minoranza Berlusconi, la coalizione in quanto tale non esisterebbe più. E il leader, vincolato a essa, avrebbe il dovere di farsi da parte. Perché il vincolo del “porcellum” pertiene al leader e alla sua coalizione. Mentre non impegna, né può in nessun caso impegnare, il Capo dello Stato. E non impegna nemmeno le due Camere in quanto ogni parlamentare, per la Costituzione, rappresenta la nazione “senza vincolo di mandato”.

Per mutare le prerogative del Presidente della Repubblica (o quelle delle due Camere o dei parlamentari in esse) occorre modificare la Costituzione. Per farlo, senza dover sottoporre poi il nuovo testo a verifica referendaria, non bastano le maggioranze semplici e quindi non bastano né i numeri del centro-destra attualmente al governo né quelli del centro-destra al governo nel 2005, anno in cui fu approvato il “porcellum”. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per le varie maggioranze di centro-sinistra guidate da Prodi, D’Alema, Amato e poi ancora da Prodi. E identicamente varrebbe per Bersani se fosse lui a portare il nuovo Ulivo al governo.

Per mutare le prerogative del Presidente della Repubblica (o delle due Camere o dei parlamentari in esse) l’Art. 138 della Legge fondamentale esige una maggioranza qualificata dei due terzi.

Il “porcellum” – ben lungi dal possedere questo grado di legittimazione – è solo una legge ordinaria, approvata da una maggioranza semplice che a sua volta è espressione di una coalizione uscita vincente dalle urne dopo avere semplicemente raccolto più voti di altre liste o coalizioni: una “maggioranza relativa”. Ma una “maggioranza relativa” che, in forza di meccanismi elettorali, sia stata trasformata in “maggioranza assoluta” nel Parlamento, resta non di meno minoranza nel Paese. Ha sì titolo per governare, ma certo non per cambiare la forma e i principi dello Stato.

Da quanto detto consegue, a fil di logica, non solo la necessità di superare il “porcellum”, che come ebbe a dire il suo stesso autore è una vera “porcata”, ma anche l’esigenza che tale evoluzione abbia luogo in un quadro di larghissime intese capaci di suscitare il consenso dei due terzi del Parlamento intorno a una nuova legge elettorale.

È questa la strada che l’Italia imboccherà, come spera Napolitano, “verso un’evoluzione più benigna” della vicenda politica? Sembra quasi impossibile. Eppure, un governo di larghissime intese, impegnato su una legge elettorale equa e adeguatamente condivisa, rappresenterebbe un bel passo avanti nel cammino delle riforme necessarie al Paese.

venerdì 9 luglio 2010

Alcuni ircocervi stanno galoppando 

Si accumulano in Italia i segnali di una discontinuità politica lungamente preannunciata. Se essa avverrà per davvero e in che modo, se essa ci condurrà a un governo di responsabilità nazionale o a elezioni anticipate oppure a un temibile vuoto di potere, nessuno lo sa.

    Tanto vale occuparsi allora di questioni fondamentali. Perciò questa settimana tratteremo di verità: serenamente, pacatamente.

    A modesto parere di chi scrive la nozione di verità si suddivide in quattro concetti. Eccoli.
    Se, in primo luogo, affermiamo per esempio: "alcuni capricervi stanno galoppando", questo è vero a due condizioni: che ci siano effettivamente degli animali chiamati "capricervi" e che, laddove esistano, ce ne siano alcuni effettivamente al galoppo.

    Invece, dire "due capricervi al galoppo più due capricervi al galoppo fanno in tutto quattro capricervi al galoppo", è vero a prescindere dal fatto che esistano i capricervi. E francamente non interessa nemmeno se i quattro animali, reali o immaginari che siano, stiano effettivamente galoppando. Basta che siano quattro. In questo caso facciamo dipendere la verità da certe regole matematiche.

    "È impossibile che in questo preciso istante il mio capricervo stia galoppando e contemporaneamente non stia galoppando". Questo è vero di per sé, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, purché le parole usate abbiano ciascuna un significato definito e univoco.

    I tre concetti di verità fin qui esemplificati sono noti anche sotto il nome di: 1) "corrispondenza", 2) "coerenza" e 3) "evidenza".  Ne manca uno.

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Ai tre concetti di verità cui abbiamo accennato se ne aggiunge un quarto, che possiamo chiamare "consenso" e che svolge un ruolo molto importante nelle vicende umane, perché il consenso è fondamentale quando ad esempio si attribuisce un nome alle cose e un significato alle parole.

    Per esempio, il binomio ideale "Giustizia e Libertà" è stato definito da Benedetto Croce un "capricervo". Il filosofo, che era un dotto professore liberale, potrebbe avere utilizzato con i suoi assistenti anche l'espressione latina "hircocervus", che a sua volta proviene dal greco "tragelaphos", termine coniato da Aristotele all'inizio del suo scritto sull'arte della traduzione.

    Italiano, greco o latino che sia, il senso di queste espressioni (affini in tutte le lingue in cui è stato tradotto lo scritto aristotelico cui accennavamo) implica sempre lo stesso concetto: una specie di animale tra il capro e il cervo.

     Aristotele aveva coniato questa parola, per esemplificare un'espressione dotata di un senso trasparente: chiunque nell'Atene dell'epoca capiva che "tragelaphos" allude a una specie di animale tra il capro e il cervo. Ma nessuno sapeva dire se questa espressione indicasse un animale che esiste realmente.

    Ma, insomma, il capricervo, ircocervo o tragelafo che dir si voglia esiste o non esiste?
    Per rispondere bene a questa importantissima domanda, bisogna aggiungere che Aristotele dubitava dell'esistenza dei tragelafi tanto quanto Benedetto Croce denegava la possibilità stessa di un socialismo democratico europeo fondato sul binomio ideale della Giustizia e della Libertà.

    Per il liberale Croce non si poteva nemmeno lontanamente concepire una comparazione della Giustizia con Libertà. Eppure alcuni giovani, e non i peggiori, compararono. Eccome se compararono. Così, per l'accademico Aristotele i tragelafi esistevano solo nella fantasia africana di certi tessitori di tappeti, sempreché gli Africani tessessero.

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Oggi siamo portati a ritenere che gli Africani tessessero. E che tessessero il vero. Dato che l'Africa subsahariana pullula di diverse specie bovine simili ad antilopi, cioè capri dotati di corporatura simile a quella dei cervi. E infatti gli zoologi hanno battezzato "Tragelaphus" un sottogenere di antilopi.

    Tutto questo implica due importanti conseguenze:
    1) Che il tempo è galantuomo dato che alla fine si è ammessa l'esistenza dei capricervi e che di conseguenza il celeberrimo intellettuale post-crociano Massimo D'Alema è diventato il presidente della Fondazione Europea di Sudi Progressisti, primo esemplare della specie Hircocervus Democraticus Europaeus avvistato anche in Italia. 

    Al neo-presidente D'Alema i nostri auguri più fervidi e sinceri di buon lavoro.
    2) La seconda implicazione è una cosa che dobbiamo esserci dimenticata. Ma, tant'è, il tempo causa un affievolimento della memoria. Attenua ogni ogni vulnus dell'anima: l'umiliazione degli sconfitti, l'arroganza dei vincitori, l'inespugnabilità di un enigma.

    Buona estate a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori.
       

martedì 22 giugno 2010

Cara bambina di Pomigliano d'Arco

EDITORIALE 

di Andrea Ermano 
 
Cara bambina di Pomigliano, che mi poni le tue ingenue domande circa questa nostra Repubblica fondata sulla "Futura Panda", non è facile trovare le risposte giuste, ma, insomma, vediamo.

Anzitutto, piccola mia, devi sapere che in un mondo nel quale tutti gli indicatori hanno iniziato a oscillare paurosamente, l’establishment italiano (e non solo italiano) tenta di correre ai ripari.

    Così, la Fiat abbandona la Polonia e riapproda a Pomigliano d'Arco che aveva abbondonato molti mesi or sono. E tu chiedi perché? Già, perché la Fiat, adesso, trova utile posizionarsi nella la tua città?

    Probabilmente perché vuol muovere alla conquista di quella che si preannuncia la nuova grande area emergente nell’economia mondiale globalizzata, l’area del “Mediterraneo allargato”. Si dice che verosimilmente per questa ragione la Fiat abbia firmato l’accordo, nonostante il “no” della Fiom.

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L’area campana rappresenta il luogo più adatto a proiettarsi nella nuova sfida dell’export automobilistico. La Fiat vuole ricollocarsi nell’area campana in quanto questa riunisce almeno quattro vantaggi e non da poco: a) i salari più bassi dell’Europa occidentale, b) il know-how automobilistico italiano, c) la grande infrastruttura portuale napoletana, d) l’estrema prossimità con il “Mediterraneo allargato”.

    Parafrasando Hans Ruh, potremmo chiederci perché Berlusconi e Marchionne non propongano ai governanti maghrebini di celebrare presso i loro popoli qualche referendum tramite il quale sapere se i predetti popoli desiderino davvero andare a vivere anche loro in un futuro fatto di sviluppo fondato sulla Panda.

    Referendum inutili e paradossali, ovviamente, perché la Panda è un destino.
    Non si sfugge al destino, mia cara. Così il destino della mia generazione è stato lo smog, mentre alle generazioni più giovani si è riservata la monnezza. E chissà che cosa ti aspetta quando sarai grande tu, cara bambina di Pomigliano.

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Pomigliano val bene una messa... Una “messa in quel posto agli operai”, si sarebbe detto un tempo, ma l’espressione suonerebbe oggi troppo greve e volgare, e quindi non la si usa non più. Io ne ho fatto menzione per ragioni puramente storico-documentarie.

    In cambio della “messa” di Pomigliano, la Fiat ha chiesto un bel po’ di contropartite, sapendo perfettamente che andranno poi ricontrattate in corso d’opera. Almeno sul piano salariale. O almeno lo speriamo. Ma intanto hanno trovato le parole per confessare l'inconfessabile.

    Ma tu non stupirti, cara bambina, e impara ad accettare la realtà finché sei piccola. Era assolutamente necessario che gli imprenditori padani chiedessero, chiedessero e chiedessero.

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Questo "chiedere per non dare" era necessario affinché a voi meridionali non vengano in mente strane idee circa il vantaggio di posizione che vi attende proprio lì, dietro a questo "Tornante della Storia", come il nostro Ministro dell’Economia e della Retorica ama definire il rischio di bancarotta cui l'Occidente è esposto dopo un ventennio di liberismo selvaggio.

    La destra padana porta a casa un evidente vantaggio perché l’asse del dibattito si sposta “a destra della Costituzione”, che viene contrapposta (non senza ricatto) alle desiderio di lavoro degli operai di Pomigliano. La Cgil subisce una frattura non trascurabile.

    Un alto esponente della destra ha dichiarato che anche gli operai trarranno un grande vantaggio morale dall’accordo, datosi che ricominceranno finalmente a guadagnarsi il salario con il sudore della fronte dopo avere approfittato per anni della Cassa integrazione mentre lavoravano in nero, magari per organizzazioni camorristiche o giù di lì. Così ha parlato un alto esponente della destra.

    Ma tu non offenderti, cara bambina, e impara ad accettare il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo.

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Immagino che tu ti sia domandata, nella tua testolina, che cosa significa “Mediterraneo allargato”. No, non occorrerà allargalo per far spazio al Ponte sullo Stretto di Messina. No, non mi devi andare a pensare che il Piano Grani Eventi e Grandi Opere preveda lo spostamento a est del Bosforo o a ovest delle Colonne d’Ercole.

    Quando parlano di “Mediterraneo allargato” loro si riferiscono in sostanza all’antico territorio dell’impero romano che si estendeva per tutta l’Africa settentrionale e per il Medioriente, fino all’Iraq. È soprattutto lì che la globalizzazione produrrà, sembra, nuove efflorescenze d’urbanesimo ed è lì che le masse di inurbati avranno “bisogno”, sembra, delle nostre automobili.

    Lo so, tu che sei piccina, dirai ora che tuo nonno ha bofonchiato qualcosa sull'imperialismo straccione. Be', in fin dei conti il plot fondamentale della cultura politica italiana è quella lì. E sempre lì si torna, almeno finché il nostro Paese non rifletterà seriamente sul proprio passato.

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Nell’auto-interpretazione nazionale, come imparate a scuola, il Novecento si compone del Piave che mormorava al passaggio degli Alpini il 24 maggio. Poi è arrivato il "duce" un omone che non era poi così cattivo. Dopo un po' è arrivato Bruno Vespa e – oplà – ecco sbarcare gli Americani. All’epoca dello Sbarco loro, a forza di navigare in su e giù per l'Atlantico, sono finiti dentro al Mediterraneo, detto Mar Nostrum, e quindi inevitabilmente dalle nostre parti.

    Infine, i soldati di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalirono disordinatamente le valli che altri avevano disceso con orgogliosa sicurezza, e salendo sempre più su distribuendo stecche di sigarette, cioccolate e preservativi sono arrivati in Europa.

    È perciò che anche noi guardavamo all'Europa. Lì c'erano gli Americani. Stavano in Europa per tenere d'occhio l'Atlantico, dove avevano un Patto. Adesso invece gli Americani guardano più al Pacifico che all’Atlantico.

    E quindi anche noi guardiamo più al Mar Nostrum che all’Europa.
    Grazie al Mar Nostrum, abbiamo già risolto il problema degli sbarchi a Lampedusa.
    Migliaia di individui indesiderati in procinto di delinquere in quanto aspiranti immigrati clandestini. Pare che costoro, grazie al governo di Tripoli, vengano trattenuti in appositi campi di trattenimento, in attesa di ricevere il sacramento del battesimo cattolico dalle mani del card. Biffi e una 850 coupé da quelle del dott. Marchionne.

    Ignori i nostri programmi umanitari? Questa materia non è ancora in programma a scuola? Vedrai che la Gelmini ce la mette, magari affidandola agli insegnanti di religione.

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Vuoi sapere quel che penso io di tutto questo? Io, cara la mia bambina di Pomigliano, penso che alti guai attendano la nostra povera Italia, se ora si tuffa nel “Mediterraneo allargato”, fuori da una seria concertazione europea, in eventuale dissidio con la politica estera occidentale e magari fidando sul sostegno degli amici Putin e Gheddafi.

    Diceva una volta un vecchio: “Occorre aggrapparsi all’Europa”. Aggiungo io: in Europa occorrerebbe aggrapparsi a un serio dibattito sull’uso che i popoli potrebbero fare dell’Unione a favore di una Governance politica globale.

    Non capisci la parola “Governance”? Uhm, vediamo. “Governance” significa che ciascuno contribuisce a evitare il caos, il panico e le guerre. Come? Facendo ciascuno la propria parte per favorire un ragionevole contenimento dell’anarchia capitalistica, delle guerre di religione e dei disastri ambientali.

    Su questo “uso dell’Europa” occorrerebbe, bambina mia, sollecitare una grande discussione collettiva in ogni sezione di partito.

    Peccato che non ci siano più né le sezioni né i partiti.
    Di tutta la “vecchia politica” finita sotto i cingoli del "nuovo che avanza" una cosa hanno salvato. Una sola. Porta anch'essa un nome in odore di "coniche". Ma non erano le "sezioni".   

lunedì 7 giugno 2010

Sbatti la cornetta in prima pagina 

di Andrea Ermano 

La fuga dalla tivù non è altrettanto precipitosa quanto l’astensionismo in politica o la restrizione del credito nella finanza, ma è un fatto che non ci si appassioni più ai talk show come ai tempi del berlusconismo ascendente.

    Forse, un giorno gli storici definiranno questi nostri anni come l’epoca del berlusconismo discendente, un’epoca che potrebbe protrarsi per qualche tempo e, a occhio e croce, riservarci anche qualche brutta sorpresa. Ma non sembra più suscettibile di spettacolari vitalità.

    Dopo la rovinosa causa di divorzio accompagnata al noto “gossip delle escort” si è manifestata una tendenza allo sfilacciamento del berlusconismo politico. Di essa la frattura tra finiani e Lega rappresenta solo un riflesso.

    In questi ultimi giorni abbiamo assistito a una sequenza di accadimenti, tra i quali si segnala un episodio assai sintomatico: il caso della telefonata “di protesta” che Berlusconi ha fatto in diretta alla trasmissione “Ballarò” e che si è conclusa con la cornetta riappesa dal premier in malo modo. In altri tempi, sarebbe stato inimmaginabile che un presidente del Consiglio potesse chiamare una trasmissione e poi buttare giù il telefono di fronte a milioni di telespettatori. Ma così è la “diretta”.

    Per quanto mi concerne, non possedendo un televisore, ho letto la notizia sui giornali. E poi, siccome anche la “diretta” è entrata nell’era della sua riproducibilità tecnica, sono andato a guardarmi l’ultima puntata del programma di Giovanni Floris su internet (vai al video).

    La scortese telefonata di Silvio Berlusconi si può riassumere così: mentre in studio stanno discutendo di riforme economiche, il premier chiama e contesta sia l’attendibilità di un sondaggio secondo cui i suoi indici di gradimento sarebbero scesi, sia il benché minimo lassismo da parte sua in materia di tasse. Il vicedirettore di Repubblica, Massimo Giannini, che aveva criticato l’etica fiscale del Cavaliere (chiamiamola così), viene accusato di "menzogna assoluta". Berlusconi si autoproclama il primo contribuente d’Italia, giura di non avere mai in alcun modo legittimato l’evasione fiscale e, con voce udibilmente indignata, stigmatizza la “televisione di Stato, pagata con i nostri soldi” al servizio della menzogna. Dopodiché buonanotte. Il telefono viene riagganciato (vai al video della telefonata).

    Il conduttore replica che in una televisione di Stato si dovrebbe dialogare, cioè accettare una replica, e non buttare giù il telefono. Il sondaggista Pagnoncelli si lamenta della "accusa molto grave" e fa presente che, nei sondaggi, quote di consenso troppo elevate mal si accorderebbero con gli alti tassi di astensionismo che regolarmente registriamo all'uscita dalle urne. Giannini esorta il leader del “partito dell'amore” (in absentia) ad ascoltare democraticamente le altrui critiche, e richiama varie dichiarazioni anti-tasse pronunciate dal premier nel corso del tempo. A fine trasmissione Floris legge anche un dispaccio d’agenzia di qualche anno fa dal quale si desume che, secondo il presidente del Consiglio, ogni cittadino può sentirsi “moralmente autorizzato a evadere” se la pressione fiscale supera un certo livello.

    Queste parole erano state pronunciate da Berlusconi ad esempio il 17 febbraio 2004 durante una conferenza stampa tenutasi a Palazzo Chigi: il video è disponibile su internet (vai al video). Per il nostro attuale premier le tasse, si sa, sono una specie di ladrocinio di Stato: “Noi non vogliamo mettere le mani nelle tasche degli italiani”, ha ripetuto anche in questi giorni (e da quali tasche dovrebbero provenire, allora, i danari necessari a risanare la nostra finanza pubblica? Da quelle dei guatemaltechi? Dei papuani?).

    In trasmissione, il ministro Tremonti ha difeso il presidente del Consiglio dipingendolo come il propugnatore di posizioni classicamente liberali. Insomma è il popolo italiano, evidentemente, che a causa della propria incultura ha frainteso le parole del primo ministro prendendo per rozzo lassismo fiscale un discorso su secoli e secoli di pensiero economico europeo.

    Ciò premesso, è tuttavia evidente che non è stato Berlusconi a inventare la frode fiscale, né è stato lui quello che (diciamo anche questa, visto che ci siamo) può aver commissionato le cosiddette “stragi di mafia”. Nel conflitto tra evasori e fisco, come in quello tra la mafia e stato, o tra pezzi di “ancien regime” e la gioiosa macchina della transizione, il Cavaliere ha voluto sempre cercare di rappresentare, almeno in cuor suo, un punto di equilibrio e d’intersezione. Con i Cavalieri della Gran Croce ma anche con la Loggia P2, insieme a Craxi ma anche ad Andreotti, con i giustizialisti ma anche con i garantisti, sostenitore di Pannella ma anche di Di Pietro (che avrebbe voluto ministro), schierato dalla parte del clericalismo cattolico ma anche della secolarizzazione più selvaggia, alleato della Lega ma anche fautore dell’unità nazionale, sinceramente preoccupato per i terremotati aquilani ma anche, non meno sinceramente, del cinico show-biz che intorno al sisma abruzzese è stato imbastito, senza contare quei gentiluomini di Palazzo che alla notizia del terremoto “ridevano” (ridevano!) pregustando grandi affari, grandi eventi ecc. ecc.

    L'elencazione potrebbe continuare, ma c’è un sipario lassù che ci attende, che incombe e che va a calare, imperturbabile. Sui giusti e sugli iniqui. Perché un’altra fase della storia repubblicana è giunta a un punto d’instabilità, e questo processo ciclico si addiziona a un sistema dinamico globale il cui equilibrio è costantemente esposto al battito d'ali di una farfalla.