martedì 26 marzo 2019

LA GRANDE PICCINERIA RIDENS

 

Oggi parliamo delle leggende metropolitane sottese a un’osservazione apparsa sul Corriere di ieri: «Si pensi a Bettino Craxi che anni fa, tornando da Pechino con una foltissima delegazione, fece fermare l'aereo in India per visitare il fratello ospite del santone Sai Baba». Sarà vero? Se si verificano i fatti si scopre che…

 

di Andrea Ermano

 

Non siamo mai stati “craxiani” e nemmeno simpatizzati di “santoni” indiani, ma che dire delle ragazze e dei ragazzi eterni adolescenti che sul Corriere continuano ad accanirsi sul capro espiatorio socialista, a vent’anni dalla morte? Bel coraggio...

    Ma lasciamo di ciò e atteniamoci al fact checking.

    La visita di Craxi in Cina fu la prima di un Presidente del Consiglio italiano dopo il ristabilimento dei rapporti diplomatici con Pechino. Su di essa Gennaro Acquaviva, allora coordinatore dello staff del premier, pubblicò alcune precisazioni che – per la cronaca, ma ormai anche per la storia - qui di seguito riportiamo integralmente. Provate p.f. a leggere con attenzione ed equanimità questo testo, datato 16 novembre del 1986 (vedi link di Repubblica).

    «In relazione agli articoli apparsi su Repubblica del 12 novembre 1986, con il titolo “Perché così pochi?” e del 13 novembre 1986, con il titolo “Gli ospiti di Craxi”, ed il cui contenuto si riferisce alla composizione della delegazione ufficiale e del seguito che hanno accompagnato il presidente del Consiglio nella sua visita ufficiale in Cina, nonché al programma delle sue visite successive, la prego di consentire alla Presidenza del Consiglio le seguenti precisazioni.

    Il presidente del Consiglio ed il ministro degli Affari Esteri sono stati accompagnati in Cina, oltre che dalle rispettive consorti, da una delegazione ufficiale composta da 9 funzionari della Presidenza del Consiglio e da 6 funzionari del ministero degli Affari Esteri. La delegazione ufficiale, composta da persone in parte della Presidenza del Consiglio, in parte del ministero degli Affari Esteri ed in parte di altre Amministrazioni, comprendeva 3 consulenti dell’Ufficio economico della Presidenza, 6 addetti alla sicurezza, 6 addetti al cerimoniale, 3 addetti alle telecomunicazioni, un addetto amministrativo, 2 interpreti, 4 addetti alla Stampa, 3 segretarie, un comandante del velivolo presidenziale, un fotografo ufficiale.

    La delegazione recatasi in Cina, avuto specialmente riguardo al numero dei componenti a vario titolo, non è dissimile da quella che abitualmente accompagna il capo del Governo ed il ministro degli Esteri nelle visite ufficiali che compiono insieme in paesi importanti e lontani. Del resto l'ampiezza della delegazione non è diversa da quella che si riscontra nelle delegazioni degli altri paesi, in occasione di visite ufficiale in Cina. La delegazione cinese che accompagnava il segretario del Partito comunista Hu Yaobang nella sua visita ufficiale in Italia nel giugno scorso, era composta da 42 persone.

    I lavori preparatori della visita dell'on. Craxi, la prima che un capo di governo italiano rendeva al paese amico dal ristabilimento dei rapporti diplomatici, sono stati curati con il concorso di ministeri, enti ed organizzazioni, taluni dei quali rappresentati nella delegazione. La delegazione italiana ha viaggiato su un aereo Alitalia noleggiato come d' uso per l’occasione ed è stata ospitata dal governo cinese che aveva messo a disposizione tre ville nella residenza di Stato di Diaoyutai, di cui una in particolare, oltre che per il ministro degli Esteri, per il seguito del presidente del Consiglio. In realtà essa ha poi ospitato anche funzionari e della Presidenza del Consiglio e del ministero degli Esteri.

    L'entità del nolo [Alitalia] è noto è funzione dei tempi e della distanza non del numero delle persone a bordo.

    Da parte cinese l’invito era stato formalmente esteso anche ai familiari del presidente del Consiglio, che erano presenti nella persona dei figli Stefania e Vittorio e della fidanzata di quest'ultimo, signorina Francesca di Frassineto.

    Sempre da parte cinese, nei contatti preliminari alla visita, era stato espresso l’auspicio che il presidente del Consiglio potesse essere accompagnato, se gradito, da un certo numero di suoi ospiti per i quali si sarebbero potuti organizzare visite e colloqui paralleli a quelli governativi ma ad essi connessi. I colloqui avrebbero potuto arricchire gli esiti e i contenuti della visita, anche nella prospettiva di favorire ulteriori contatti nei diversi settori di reciproco interesse.

    La scelta degli ospiti è stata limitata a cinque personalità del mondo politico, imprenditoriale e culturale, sulla base anche di indicazioni pervenute da parte cinese circa gli argomenti che si potevano utilmente affrontare. Essi erano: il sindaco di Venezia, dr. Nereo Laroni, il commissario della Comunità economica europea, on. Carlo Ripa di Meana (che era accompagnato dalla consorte), la senatrice Margherita Boniver, il presidente della Banca Nazionale del Lavoro, dr. Nerio Nesi, ed il sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano prof. Carlo Maria Badini. Ciascuno di essi ha avuto, nel quadro della visita, colloqui con personalità cinesi.

    Il presidente del Consiglio si è infine fatto accompagnare da due segretarie particolari e dalla signora Ludovica Barassi, che ha curato per conto del presidente un reportage filmato dell’intera visita.

    2) Per quanto riguarda le successive tappe dei giorni 3 e 4 novembre, va rilevato che da parte del governo indiano si nutriva da tempo l’aspettativa per una visita del presidente del Consiglio in India. Un invito ufficiale era pendente dal 1981 anno della visita della signora Gandhi a Roma.

    Non potendosi realizzare, data la brevità dei tempi e gli impegni già assunti da parte indiana, una visita ufficiale si è deciso di optare per un incontro di lavoro. Alla parte indiana veniva prospettata la disponibilità del presidente del Consiglio per i giorni 3, 4 e 5 novembre. Successivamente l’ambasciatore indiano a Roma comunicava al Cerimoniale diplomatico della Repubblica, sabato 25 ottobre pomeriggio, la scelta del primo ministro Gandhi per un colloquio il giorno 5 novembre, preceduto da una colazione. Lunedì 27 ottobre veniva perciò resa nota con un comunicato di Palazzo Chigi la fissazione dell’incontro.

    Dovendo impiegare i due giorni del 3 e del 4 novembre e non essendo materialmente possibile organizzare altre visite in paesi dell’area, con così breve preavviso, il presidente del Consiglio dei ministri ha deciso di visitare il giorno 3 le città di Hong Kong e Macao, che rappresentano due territori dipendenti e non sovrani, e al tempo stesso due città di grande interesse economico-commerciale.

    Nel corso della visita, il presidente del Consiglio ha avuto colloqui con le locali Autorità. Il giorno 4 infine il presidente del Consiglio si è recato, in forma strettamente privata, a visitare il fratello Antonio da tempo residente in India.»

    Fin qui Gennaro Acquaviva, che ha fama di persona seria. Certo, poi è più facile atteggiarsi a ridens sulla salma di un leader socialista morto vent’anni fa che non saper fare decentemente il proprio mestiere.

    Dopo più di tre decenni da quel viaggio, in cui ravvisiamo davvero poche ragioni di damnatio memoriae e che invece si evidenzia come un fondamentale atto di politica internazionale nell’interesse del nostro Paese, sarebbe ancor più facile ironizzare sulle legioni di capaci di tutto e di buoni a nulla partecipi o complici dei vari establishment nazionali giunti al potere dopo la fine della prima Repubblica.

    Senza contare il seguito davvero divertente dei comici.

    All’epoca dei fatti il quotidiano La Repubblica riportò il testo di Acquaviva senza poter minimamente controbattere nel merito. Tant’è che Scalfari, avversario storico del leader socialista, fu indotto a questo arzigogolo senza contenuto: “La lettera che qui pubblichiamo non richiede alcun commento. I lettori, leggendo questa prosa e la narrativa che essa contiene saranno certamente in grado di esprimere un loro meditato giudizio su un episodio che ha vivamente interessato l'opinione pubblica”, si legge in calce al testo di Acquaviva.

    Ma scusate, come può quel testo non richiedere alcun commento? È come dire che la macchina dell’odio si muove “a prescindere” e se i fatti non corrispondono tanto peggio per i fatti.

    Dopodiché, non dobbiamo stupirci se la sinistra italiana che, caduto il Muro di Berlino, avrebbe potuto unificarsi in una grande cosa socialdemocratica, si è invece disfatta sotto il peso della doppia morale “a prescindere”.

    E perché stupirsi se, eliminata per via giudiziaria l’alternativa socialista, l’Italia è poi passata da un sistema ad “economia mista” (lo stato regola e il mercato) a un sistema ad “economia di mercato” (lo stato è regolato dalle appetizioni dell’anarchia finanziaria)? E basta vedere dove codesta “economia di mercato” ci ha condotti e ci sta conducendo.

    Soprattutto, non stupiamoci se sotto l’egida neo-liberista vuoi di destra vuoi di sinistra (si fa per dire) la corruzione è aumentata, l’etica pubblica è scemata e la cultura politica è terribilmente regredita.

    Per la cronaca, ma anche per la storia, riportiamo di seguito la posizione del capro espiatorio sul liberismo.

    «Il liberismo parte dal presupposto che le scelte individuali si armonizzino spontaneamente e che tutte contribuiscano naturalmente quasi per una segreta armonia provvidenziale a realizzare il massimo interesse comune. ? proprio questo presupposto che il socialismo ha messo in discussione; e di qui la nostra critica alla logica spontanea del mercato autoregolato che produce squilibri, alienazione e atomizzazione del tessuto sociale. Di qui la richiesta di una forma organica di integrazione tra politica ed economia. Senza negare una relativa autonomia della vita economica che è il presupposto materiale della strutturazione pluralistica della società, il socialismo ha cercato di sottoporre il processo produttivo e distributivo ad un’istanza diversa da quella del profitto e dell’interesse individuale, ad un’istanza cioè etico-politica».

    Con il senno di poi scopriamo che la vera questione morale era anzitutto quella menzionata dal capro espiatorio nella sua critica al “mercato autoregolato che produce squilibri, alienazione e atomizzazione”. O no?

 

 


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martedì 17 ottobre 2017

Cosa ci stiamo a fare qui, nelle nostre cancellerie?

 di Andrea Ermano
 
C'è la crisi dello Stato nazionale europeo e l'Europa stenta a decollare. Il Portogallo ha un governo di minoranza, lo stesso vale grosso modo per l'Italia, i governi spagnolo e britannico si reggono su maggioranze risicate. E adesso anche la Germania barcolla. Dov'è, dunque, la fa­mo­sa leadership per l'Europa? Tonnellate di carta stampata. Prodi e Blair, Sarkozy e Brelusconi, Renzi e Merkel: di tutto ciò non rimane molto. 
    E Macron? Martedì scorso il presidente della République ha tenuto alla Sorbona un lungo discorso europeista, con accorato appello a istituire l'esercito comune, il coordinamento antiterrorismo, un bilancio comune, un Ministero delle finanze comune e l'elezione condivisa di un settore del Parlamento europeo a partire dai 73 seggi che non verranno più attribuiti alla Gran Bretagna nel 2019, dopo la brexit. 
    Pare che il discorso di Macron sia risultato assai indigesto a Berlino, un discorso di cui si dice siano state rimaneggiate tra domenica notte e martedì mattina intere parti in seguito ai risultati delle elezioni in Germania: forse, dunque, un discorso un po' improvvisato e approssimato. 
 
 
Il presidente Macron alla Sorbona
 
D'altro canto, l'ossessione ordoliberista in forza della quale la Germania ha destabilizzato l'intero continente, si è ritorta a boomerang sugli equilibri politici tedeschi. 
    Ovviamente, anche stavolta la grave perdita di cinque punti percentuali da parte della SPD è commentata come prova definitiva della fine ultra-terminale del socialismo europeo e della sinistra in genere. I nove punti persi dalla CDU-CSU danno, invece, adito a titoli tipo: "Vittoria della Merkel in Germania"… Vabbè. 
    Alla diagnosi sulla sinistra si associa "il manifesto", quotidiano comunista per il quale la socialdemocrazia dovrebbe adesso revocare il congresso di Bad Godesberg, ritornando decisamente al marxismo. E perché no? Studiare Marx è buona cosa, trattandosi pur sempre di uno tra i più influenti pensatori della storia umana. Ma cerchiamo per una volta di essere onesti, come dice Yuval Harari: Che cosa studierebbe Marx stesso, oggi? Certo non si occuperebbe di scolastica, neo-scolastica e ortodossia, ma di problemi reali. 
    Perché è vero che l'ormai consueta lotta di classe "dall'alto" che continua a trasferire ricchezza in sempre meno mani è una concausa conclamata della deriva populista in atto. Ed è vero che la finanziarizzazione del capitale tende «a scontrarsi sempre più con la necessità dell'Occidente di continuare ad esistere», come diagnostica il filosofo Mario Perniola. Mentre di contro «si spacciano per "valori democratici" il consumismo, l'edonismo, la distruzione del sistema scientifico-professionale, l'eliminazione di ogni differenza», sicché trionfano «l'ignoranza e un ribellismo opportunistico ed egoistico, che qualcuno ha ben sintetizzato nella frase "Viva me! Abbasso gli altri!"». Contro tutto ciò è giusto manifestare, protestare e cantare Red Flag.
 
 
Il leader laburista Corbyn canta Red Flag
(fotonotizia del Daily Mirror )
 
Ma continuiamo lo sforzo di onestà intellettuale. Perché oltre alla crisi del Finanzkapital – che marxianamente si ripete a cicli, e che stavolta ha portato alla crisi dello Stato europeo moderno – oltre e dietro a ciò, in realtà, s'intravede ormai un'intera sequela di crisi ulteriori. Quella ambientale, anzitutto. E poi ancora le conseguenze migratorie e strategiche da essa derivanti. E poi ancora la caduta tendenziale della produttività umana in rapporto con l'ascesa produttiva dell'algoritmica e della robotica. E poi infine la transizione post-umana verso forme di vita sempre più caratterizzate da ingredienze bio-ingegneristiche e bio-informatiche. 
    Se questi processi rimarranno sgovernati, non sarà un bello spettacolo sul pianeta Terra tra un po'. E non stiamo parlando di prospettive millenarie, ma di un centinaio di anni circa, durante i quali queste grandi ondate critiche verrebbero ad accavallarsi e ad avvicendarsi.     
    Così, nell'insicurezza dei popoli si mescola confusamente, ma inevitabilmente, una qualche consapevolezza di questa prospettiva. Perciò non ha torto Giorgio Agamben quando, a fronte dello stato di eccezione globale a venire, dice che i primi a non essere convinti della propria legittimità sono i governanti stessi. Si domanderanno, infatti: Se non abbiamo la benché minima idea di come governare i processi reali, che cosa ci stiamo a fare qui, nelle nostre cancellerie?
    Non ci sono governi, non ci sono statisti, non ci sono leadership, né Parlamenti né Stati, non c'è tout court la Politica, se manca una comprensione politica di questo orizzonte. 
    In conclusione, Dio è morto e anche la sinistra europea si sente poco bene. Resta, però, il fatto che solo la via della soli­da­rie­tà e del dialogo può aiutarci realmente. E non sembri ingenuo dirlo. Per­ché solo una "umanità nuova" può affrontare i problemi esiziali, apparentemente insolubili, che l'umanità causa e somministra a se stes­sa medesima. Da ciò dipende, in fondo, la possibilità della Politica.
 
 
Carlo Marx in una celebre 
copertina di Der Spiegel

lunedì 13 ottobre 2014

La proprietà del potere

 
di Andrea Ermano
 
"Che i re filosofeggino o i filosofi diventino re non è da attendersi e neppure da desiderarsi, poiché la proprietà del potere corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione". Questo celebre passo kantiano, risalente al saggio Per la pace perpetua (1795), mi è stato gentilmente segnalato da una lettrice in merito all'editoriale della scorsa settimana nel quale sostenevo che l'orizzonte della politica è intrinsecamente filosofico e il fine della filosofia complessivamente politico.
    Le parole di Kant mettono a fuoco un'armonia discordante tra queste due dimensioni assiali della nostra civiltà, dimensioni che non sembrano riuscire a rapportarsi l'una all'altra senza produrre paradossi.
    La necessità del rapporto è evidente, quanto meno in senso moderno, poiché una decisione politica deve presupporre il consenso dei cittadini, deve fondarsi su buone ragioni di carattere generale, deverispettare i diritti umani. Ecco, dunque, i limiti posti dalla filosofia alla politica: legittimità, universalità e dignità. Limiti tutt'altro che "astratti", dato che – quando un potere si colloca in modo sostanziale al di fuori di questi limiti – esso tende poi, regolarmente, a esplodere o implodere in tempi abbastanza rapidi.
    Qui, però si manifesta un'implicazione paradossale per la filosofia. Essa consiste nell'impossibilità programmatica di conoscere con esattezza i limiti – di legittimità, di universalità e di dignità – che la filosofia stessa indica alla politica affinché non esploda e non imploda. Il paradosso sta nel fatto che la filosofia è convinta che i Limiti della Legge esistano, ma ritiene impossibile "possedere" una volta per tutte, in modo fermo e stabile, un Sapere di quei Limiti. Eppure i Limiti della Legge, come recita l'Antigone di Sofocle, stanno lì "non certo da oggi né da ieri, ma sempre / essi vivono, e nessuno sa donde si manifestino".
    Dunque, la filosofia, non potendo conoscere i Limiti della Legge, si limita a cercarli. Ed è anche perciò che non si chiama "Sapere", ma "Amore del Sapere" (philo-sophia): Amore di un Sapere dei Limiti della Legge che è anche, forse, una speranza di riuscire a riconoscerliallorquando essi ritornino a manifestarsi.
 
 
Amore del Sapere dei Limiti della Legge… Un Amore molto speciale, al quale si addice tuttavia la definizione che Jaques Lacan fornisce dell'amore in generale: "L'amore consiste nel donare quel che uno non ha a qualcuno che non lo vuole".
    Già, perché, in effetti, il potere non vuole affatto questo dono filosofico, anzi odia tutti i limiti, che vive come altrettanti dissidenti da isolare ed eliminare. A maggior ragione tende perciò ad abbattere i Limiti della Legge, o a sospenderli, o a spostarli più in là, o quanto meno ad aggirarli. In sé il potere vuole solo assecondare il proprio insaziabile desiderio d'infinito fino al culmine iperbolico dello scatenamento e della catastrofe successiva.
    Insomma, il potere ha un tipico decorso maniaco-depressivo. È un eterno ritorno di entusiasmi e disastri. E ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, trattandosi ormai di una ciclotimia gigantesca che sta aggredendo irreversibilmente il nostro habitat su scala globale.
    Ma noi, come nel film di Abel Ferrara 4:44 Last Day on Earth, sembriamo attendere che "la fine di tutte le cose" arrivi quieta e netta, di primissima mattina, senza eccessivi rompimenti di scatole, accompagnata solo da qualche comprensibile baruffa laggiù in strada mentre i nostri loft risuonano di trasmissioni televisive che sfumano pacatamente nel nulla.
    Ed ecco allora il paradosso della politica: disegni di legge, decretazioni munite dei requisiti di gravità e urgenza, emergenze a manovella, missioni di "pace" di qua e di là, stati d'assedio e d'eccezione… Ma, di grazia, a che serve codesto "decisionismo", se costantemente veniamo sequestrati da eventi che la politica insegue e rincorre a perdifiato senz'alcun costrutto di fatto e nemmeno di diritto?
    Qualcuno mai ha celebrato un referendum sui motori a scoppio, sui carburanti fossili o, almeno, sui materiali fissili?
    Non ce n'è bisogno, la devastazione planetaria è un plebiscito che si rinnova ogni giorno.
    Eppure, sciogliendosi i ghiacciai e salendo il livello del mare, ci troveremo inevitabilmente a fare i conti con situazioni perturbanti.
    Come governare allora sette-otto miliardi d'individui perturbati?
    Sarà possibile governarli tutti senza il loro consenso, la loro collaborazione, la loro cooperazione attiva?
    Sì, in effetti, sommessamente, noi attendiamo di conoscere delle proposte su come governarli tutti.
    Li minacciamo a mano armata?
    Li sediamo, o aizziamo, con l'ipnosi?
    Gli spalmiamo addosso ulteriori triliardate di derivati finanziari?
    A buon diritto attendiamo proposte su ciò. Tra l'altro anche perché "loro", in ultima analisi, siamo "noi".
  
 
Giunti sin qui, mi viene in mente il seguente passo, tratto da La Repubblica di Platone 'riscritta' da Alain Badiou:
    «"Ma non desideriamo noi che gli abitanti del Paese di cui stiamo immaginando il destino... abbiano tutti tutte le qualità dell'indole filosofica? Perché a loro e solo a loro, a tutti loro, ai nostri amici del grande popolo, dovremo affidare gli incarichi richiesti per l'organizzazione di una vita collettiva finalmente liberata, finalmente degna dell'Idea che l'umanità possa costruire se stessa al di là delle semplici costrizioni della propria sopravvivenza".
   "Che tutti siano filosofi?!".
    "Tutti senza eccezione", dice Socrate a bassa voce. "Sì, senza nessuna eccezione".»
 

mercoledì 1 maggio 2013

Un bel regalo

di Andrea Ermano


A questo esecutivo Letta jr non possiamo non essere contrari. Anche se ci vuol giudizio, perché il Paese va pur governato da qualcuno, dopo il ventennio sfascista.

I "cattolici" si sono dati appuntamento a Palazzo Chigi non nascondendo neppur tanto l'ambizione di rilanciare la DC in vista dell'uscita di scena del Cav? Vorrà dire che a sinistra occorre darsi appuntamento dentro a quel grande partito socialista di stampo europeo che solo può fornire un'alternativa alla miseria della situazione.

Occorre un'altra governabilità. La cosiddetta seconda repubblica è finita, e con essa il tentativo di realizzare la "transizione" a colpi di manipolazioni di rango costituzionale, via via improvvisate secondo le esigenze momentanee del potente di turno. Speriamo che l'establishment ora ci dia delle riforme serie, e anzitutto una forma di governo plausibile.

Occorre approdare a una riconfigurazione europea, da "paese normale". E poco importa se conseguiremo ciò sulla base del cancellierato, del presidenzialismo o di quant'altro. Importa molto, invece, che gli italiani possano esprimere il proprio indirizzo sulla forma di Governo, come già accadde a riguardo della forma di Stato nel 1946, quando insieme alla scheda per la Costituente le elettrici e gli elettori ne ricevettero un'altra, per il "Referendum istituzionale".

Analogamente alla consultazione che allora stabilì se la nuova Italia uscita dalla guerra nazifascista dovesse assumere un assetto monarchico o repubblicano, saggio sarebbe oggi – da parte di un "Parlamento di nominati" consapevole del proprio deficit di legittimazione – interpellare il popolo, prima di stabilire se la futura forma di Governo debba seguire un modello alla tedesca, alla francese o all'americana.

Solo su questa base la "Commissione costituente" potrebbe procedere a un riassetto istituzionale della seconda parte della Costituzione e di una legge elettorale coerente con l'assetto prescelto.
Ciò premesso, ribadiamo dunque che a questo esecutivo non possiamo non essere contrari. Contrari, ma non insensibili al valore della "lealtà". È stato un bel momento qualche giorno fa l'applauso scrosciante tributato a Pierluigi Bersani dai deputati d'ogni parte politica quando Letta all'inizio del suo discorso programmatico ha ringraziato l'ex segretario del PD per la gran mano prestatagli in questi giorni affinché il "governo di servizio" potesse nascere.
Purtroppo, il "governo del cambiamento" che Bersani avrebbe voluto si è rivelato irrealizzabile, anche perché il segretario uscente ha commesso un errore fatale. Come gli sarà venuto in mente di scavallare da Marini a Prodi in piena mischia per il Quirinale? Un vero miracolo che non si sia rotto l'osso del collo.

Dopodiché, non tutti i mali vengono per nuocere. Renzi per esempio si è probabilmente rottamato con le sue stesse mani, sia come premier, sia come segretario PD. Firenze ha di nuovo un sindaco.

Auguriamoci solo che il Capo comico non riesca ancora per molto a congelare all'opposizione un quarto degli elettori italiani, come ai tempi in cui Beria filava. Sarebbe il remake di "Democrazia bloccata", un film lunghissimo. Che iniziò nel 1947. I due attori principali recitavano una DC "sempre al governo" e un PCI "sempre all'opposizione", a ruoli fissi, impedendo qualsiasi alternativa. Sono finiti sotto le macerie del Muro di Berlino. Riuscirà l'animo gattopardo di lor signori a replicare ilplot di "Democrazia bloccata" con Letta nella parte di De Gasperi e Grillo in quella di Togliatti? Ne dubitiamo.

Occorre un'altra governabilità. E anche perciò una sinistra unificata a guida socialista – con saldi legami europei e internazionali – rappresenta per tutti noi l'obiettivo ovvio, logico, ragionevole e persinonecessario: affinché il popolo lavoratore abbia di nuovo chi lo rappresenti sul piano politico in modo efficace e affinché l'Italia repubblicana disponga di una carta di riserva nel giorno del poi e del non si sa mai.

Questo consiglierebbe una semplice norma di precauzione democratica, valida in tutti gli altri paesi europei. Sarebbe il più bel regalo che la sinistra italiana può fare a se stessa e all'intero Paese.

Il prossimo anno l'Internazionale fondata da Carlo Marx a Londra – e segnatamente alla St. Martin's Hall il 28 settembre del 1864 – compirà 150 anni. Dobbiamo festeggiare, perché la massima di allora vale anche oggi: Lavoratori di tutti i paesi, unitevi! Ma prima della prima Internazionale – si parva licet e se lor signori lo consentono – noialtri da queste colonne ci permetteremo di ricordare anche il 120° dalla nascita del Centro estero socialista, avvenuta allo Stuessihof di Zurigo il 17 febbraio del 1894. Frattanto, buon primo maggio a tutte e a tutti

lunedì 29 aprile 2013

Il principio di responsabilità

Il clima sta diventando un po' meno comodo, diciamo la verità. Quindi, ci produce problemi come inondazioni, cicloni e altre cose diverse da quelle che ci aspettiamo.

di Andrea Ermano


Le parole di cui sopra non sono una metafora politica, ma il commento (qui citato a memoria) che qualche giorno fa un ricercatore ha rilasciato a RaiNews24 in occasione della "Giornata mondiale della Terra". Ecco il dato più rilevante della settimana. Stiamo prendendo coscienza del fatto che dietro alla crisi morale e sociale e finanziaria, si delinea la crisi vera: quella del nostro modello di civiltà. Di cui il surriscaldamento è un effetto.

Intanto, nel cielo della Città Eterna parole sibilanti come fuochi d'artificio – "Tradimento!", "Situazione eccezionale!", "Sindrome di Weimar!" – hanno rigato di sinistri bagliori un'indescrivibile finale notturno della Grande Esaustione Tattica, esaustione lunga vent'anni e chiamata "Seconda Repubblica".

Adesso siamo qui, un po' allocchiti. E dietro la fine del bipolarismo all'italiana già intuiamo che la Grande Esaustione Tattica è, come dire, più grande: investe l'intera Unione, ben oltre la stupidità con cui è stata gestita l'impresa monetaria comune.

Ho sentito da poco il filosofo Peter Sloterdijk pronosticare pessimista un futuro aumento in Europa delle conflittualità tra la "periferia meridionale" e il "centro franco-tedesco". Pareva eccessivo. Invece, nel giro di pochi giorni, il suo pessimismo è stato corretto al ribasso. Anche il centro carolingio sembra entrato in oscillazione.

Il Louvre, per dire, ospita De l'Allemagne – un'esposizione dedicata a "riflettere intorno ai grandi temi strutturanti il pensiero tedesco". Poiché l'epoca prescelta è quella che va dalla Restaurazione anti-napoleonica all'aggressione bellica hitleriana, si tratta ovviamente di una riflessione severa. E così, i giornali dell'altra parte del Reno, da Berlino a Francoforte, insorgono contro la rinascita di "umori antitedeschi" a Parigi. La Germania si ribella nel vedere ridotta la sua vicenda a "un sentiero solitario verso la catastrofe".

L'Europa torna alle sue vecchie nevrosi? I francesi temono nuovamente la Prussia guerrafondaia e i tedeschi l'indolenza solo apparente della Gran Madre Russia? Ma non si erano già consumati due secoli, sanguinosissimi, di storia contemporanea su questo asse di fobie nazionali?

Altro esempio. Da Hildesheim l'editore Olms pubblica un libro dal titolo: 2112 – Die Welt in hundert Jahren. È tutto dedicato a come potrebbe essere il mondo tra un secolo. Il volume, curato da un giornalista culturale austriaco, ospita una ventina di saggi che prefigurano i prossimi cento anni in rapporto ai temi più vari e disparati, incluso lo stato dell'UE.

Sul dépliant si legge: "Dopo la Secessione in Italia nacque l'Unione Mitteleuropea. Intorno al territorio che era stato un tempo quello dell'Impero asburgico, venne a formarsi durante il XXI secolo uno stato federale, da Firenze a Kiel, da Ginevra a Budapest e da Amsterdam fino a Varsavia".

Sembra la macro-regione del dio Po, in stile pangermanista. Dopodiché il pendolo geo-politico della storia universale potrebbe anche allontanarsi dalla pesca del merluzzo nei fiordi verso una nuova centralità mediterranea. E comunque: perché stupirsi se dal Louvre partono le prime salve?
Mi viene in mente l'incontro a Sant'Anna di Stazzema tra Napolitano e il presidente della Repubblica federale, Gauck; incontro promosso da Enrico Pieri, presidente dell'Associazione Martiri di Sant'Anna: "Mi fa molto piacere è un momento particolare per l'Europa ed è bene che vengano a rendere omaggio ai martiri di Sant'Anna" – ha detto Pieri dopo la cerimonia con i due capi di Stato.

"All'epoca dei fatti avevo dieci anni e nella strage persi entrambi i genitori. Verso la Germania avevo molto rancore. Quando De Gasperi nel dopoguerra ci spedì a 'imparare le lingue' non mi volevo avvicinare a quel paese. Ho fatto 32 anni di emigrante in Svizzera negli anni 70 poi si stava formando l'Europa. Come potevo portare rancore ad un paese che ne faceva parte? Allora ho mandato mio figlio a scuola di tedesco".

Chissà che cosa direbbe il figlio di Enrico Pieri se leggesse in tedesco il menzionato passo sulla "Unione Mitteleuropea da Firenze a Kiel"?

"Io ho 80 anni", – spiega il sopravvissuto di Sant'Anna. – "È passato quasi un secolo da quel maledetto 12 agosto. Ora sono e mi sento cittadino europeo. Vedo male il futuro dell'Italia. E il futuro dell'Europa non lo vedo troppo. Però non voglio essere pessimista. Anche stamani ai ragazzi che sono venuti in visita al museo ho detto: voi mi dovete dare una mano. Dovete impegnarvi per il futuro. Dovete costruire l'Europa".

Pieri ha ragione.

Dobbiamo costruire l'Europa

Ma per farlo, bisogna dare un senso a questa storia. Che non può essere la Germania nella parte di Biancaneve, mentre Firenze, Kiel, Vienna, Varsavia, Amsterdam e Ginevra si acconciano nei panni dei sette nani. Pensare l'Europa senza pensare all'intera umanità, significa predisporre "ancora una volta per la prima volta" l'autodistruzione bellica dell'intero continente.

Di più, se il nostro continente non si pone il problema di dare una spinta generosa, molto più generosa, alla costruzione di una Governancepacifica ed equa della globalizzazione, è del tutto evidente che il clima diverrà meno, molto meno, comodo per tutti, ovunque.

Questa – ripetiamolo – non è una metafora.

Come dice Al Gore, l'ex vicepresidente Usa e premio Nobel per la Pace, noi non possiamo affrontare il surriscaldamento climatico senza agire "come genere umano", per quanto questo possa apparirci una stravagante utopia.

Ecco allora il senso della tensione ideale. La percezione della sfida cosmopolitica getta luce anche sui problemi dell'Italia. Perché l'essenza ultima del Politico è anzitutto l'arte della misura, che si manifesta come capacità di guardandosi dal "Troppo" come dal "Troppo poco". Lo diceva già Platone.
Se l'eccesso ideologico è la peste, anche l'assenza totale di tensione è peste ideologica. Inversamente, l'idea di "dare un senso a questa storia" non era sbagliata. Tutt'altro. Ma un Ulisse troppo buono può non preservare dei marinai troppo "senza bandiera" dal loro plateale naufragio politico collettivo.
In ultima istanza, la serietà politica è riassunta bene nelle parole a doppio taglio di Pier Luigi Bersani dopo la sconfitta: "Se ci sono degli irresponsabili, la responsabilità è del responsabile".