lunedì 29 aprile 2013

Il principio di responsabilità

Il clima sta diventando un po' meno comodo, diciamo la verità. Quindi, ci produce problemi come inondazioni, cicloni e altre cose diverse da quelle che ci aspettiamo.

di Andrea Ermano


Le parole di cui sopra non sono una metafora politica, ma il commento (qui citato a memoria) che qualche giorno fa un ricercatore ha rilasciato a RaiNews24 in occasione della "Giornata mondiale della Terra". Ecco il dato più rilevante della settimana. Stiamo prendendo coscienza del fatto che dietro alla crisi morale e sociale e finanziaria, si delinea la crisi vera: quella del nostro modello di civiltà. Di cui il surriscaldamento è un effetto.

Intanto, nel cielo della Città Eterna parole sibilanti come fuochi d'artificio – "Tradimento!", "Situazione eccezionale!", "Sindrome di Weimar!" – hanno rigato di sinistri bagliori un'indescrivibile finale notturno della Grande Esaustione Tattica, esaustione lunga vent'anni e chiamata "Seconda Repubblica".

Adesso siamo qui, un po' allocchiti. E dietro la fine del bipolarismo all'italiana già intuiamo che la Grande Esaustione Tattica è, come dire, più grande: investe l'intera Unione, ben oltre la stupidità con cui è stata gestita l'impresa monetaria comune.

Ho sentito da poco il filosofo Peter Sloterdijk pronosticare pessimista un futuro aumento in Europa delle conflittualità tra la "periferia meridionale" e il "centro franco-tedesco". Pareva eccessivo. Invece, nel giro di pochi giorni, il suo pessimismo è stato corretto al ribasso. Anche il centro carolingio sembra entrato in oscillazione.

Il Louvre, per dire, ospita De l'Allemagne – un'esposizione dedicata a "riflettere intorno ai grandi temi strutturanti il pensiero tedesco". Poiché l'epoca prescelta è quella che va dalla Restaurazione anti-napoleonica all'aggressione bellica hitleriana, si tratta ovviamente di una riflessione severa. E così, i giornali dell'altra parte del Reno, da Berlino a Francoforte, insorgono contro la rinascita di "umori antitedeschi" a Parigi. La Germania si ribella nel vedere ridotta la sua vicenda a "un sentiero solitario verso la catastrofe".

L'Europa torna alle sue vecchie nevrosi? I francesi temono nuovamente la Prussia guerrafondaia e i tedeschi l'indolenza solo apparente della Gran Madre Russia? Ma non si erano già consumati due secoli, sanguinosissimi, di storia contemporanea su questo asse di fobie nazionali?

Altro esempio. Da Hildesheim l'editore Olms pubblica un libro dal titolo: 2112 – Die Welt in hundert Jahren. È tutto dedicato a come potrebbe essere il mondo tra un secolo. Il volume, curato da un giornalista culturale austriaco, ospita una ventina di saggi che prefigurano i prossimi cento anni in rapporto ai temi più vari e disparati, incluso lo stato dell'UE.

Sul dépliant si legge: "Dopo la Secessione in Italia nacque l'Unione Mitteleuropea. Intorno al territorio che era stato un tempo quello dell'Impero asburgico, venne a formarsi durante il XXI secolo uno stato federale, da Firenze a Kiel, da Ginevra a Budapest e da Amsterdam fino a Varsavia".

Sembra la macro-regione del dio Po, in stile pangermanista. Dopodiché il pendolo geo-politico della storia universale potrebbe anche allontanarsi dalla pesca del merluzzo nei fiordi verso una nuova centralità mediterranea. E comunque: perché stupirsi se dal Louvre partono le prime salve?
Mi viene in mente l'incontro a Sant'Anna di Stazzema tra Napolitano e il presidente della Repubblica federale, Gauck; incontro promosso da Enrico Pieri, presidente dell'Associazione Martiri di Sant'Anna: "Mi fa molto piacere è un momento particolare per l'Europa ed è bene che vengano a rendere omaggio ai martiri di Sant'Anna" – ha detto Pieri dopo la cerimonia con i due capi di Stato.

"All'epoca dei fatti avevo dieci anni e nella strage persi entrambi i genitori. Verso la Germania avevo molto rancore. Quando De Gasperi nel dopoguerra ci spedì a 'imparare le lingue' non mi volevo avvicinare a quel paese. Ho fatto 32 anni di emigrante in Svizzera negli anni 70 poi si stava formando l'Europa. Come potevo portare rancore ad un paese che ne faceva parte? Allora ho mandato mio figlio a scuola di tedesco".

Chissà che cosa direbbe il figlio di Enrico Pieri se leggesse in tedesco il menzionato passo sulla "Unione Mitteleuropea da Firenze a Kiel"?

"Io ho 80 anni", – spiega il sopravvissuto di Sant'Anna. – "È passato quasi un secolo da quel maledetto 12 agosto. Ora sono e mi sento cittadino europeo. Vedo male il futuro dell'Italia. E il futuro dell'Europa non lo vedo troppo. Però non voglio essere pessimista. Anche stamani ai ragazzi che sono venuti in visita al museo ho detto: voi mi dovete dare una mano. Dovete impegnarvi per il futuro. Dovete costruire l'Europa".

Pieri ha ragione.

Dobbiamo costruire l'Europa

Ma per farlo, bisogna dare un senso a questa storia. Che non può essere la Germania nella parte di Biancaneve, mentre Firenze, Kiel, Vienna, Varsavia, Amsterdam e Ginevra si acconciano nei panni dei sette nani. Pensare l'Europa senza pensare all'intera umanità, significa predisporre "ancora una volta per la prima volta" l'autodistruzione bellica dell'intero continente.

Di più, se il nostro continente non si pone il problema di dare una spinta generosa, molto più generosa, alla costruzione di una Governancepacifica ed equa della globalizzazione, è del tutto evidente che il clima diverrà meno, molto meno, comodo per tutti, ovunque.

Questa – ripetiamolo – non è una metafora.

Come dice Al Gore, l'ex vicepresidente Usa e premio Nobel per la Pace, noi non possiamo affrontare il surriscaldamento climatico senza agire "come genere umano", per quanto questo possa apparirci una stravagante utopia.

Ecco allora il senso della tensione ideale. La percezione della sfida cosmopolitica getta luce anche sui problemi dell'Italia. Perché l'essenza ultima del Politico è anzitutto l'arte della misura, che si manifesta come capacità di guardandosi dal "Troppo" come dal "Troppo poco". Lo diceva già Platone.
Se l'eccesso ideologico è la peste, anche l'assenza totale di tensione è peste ideologica. Inversamente, l'idea di "dare un senso a questa storia" non era sbagliata. Tutt'altro. Ma un Ulisse troppo buono può non preservare dei marinai troppo "senza bandiera" dal loro plateale naufragio politico collettivo.
In ultima istanza, la serietà politica è riassunta bene nelle parole a doppio taglio di Pier Luigi Bersani dopo la sconfitta: "Se ci sono degli irresponsabili, la responsabilità è del responsabile".

giovedì 21 giugno 2012

La felicità nella vita questo è

di Andrea Ermano

L'idea della fatica può coincidere con quelle della libertà e della felicità, ma non funziona come un telecomando. Ricorda piuttosto l'automobile, che ha tre pedali: frizione, freno e acceleratore. La frizione simboleggia la libertà "da" – libertà dal giogo naturale, dall'altrui intrusione, dal proprio pregiudizio ecc. Il freno e l'acceleratore sono la libertà "di" – di fare per esempio la cosa giusta, oppure di non fare la cosa sbagliata.
Perciò, ogni libertà è fatica, anche se questa frase genera in realtà più problemi di quanti non ne risolva. Le infermiere dei reparti maternità, per dire, raccontano che alcune partorienti, prese dallo sconforto delle loro prime doglie, giungono a esclamare: "Adesso però basta! Mi avete veramente stufata!". E nella loro voce vibra l'indignazione di chi minaccia di alzarsi e tornarsene a casa sua. Ma neanche Ercole, del resto, mentre veniva partorito nel suo piccolo mondo antico, fatto di parenti serpenti e inenarrabili fatiche, nemmeno lui poté optare per un più lungo periodo di aspettativa amniotica.
Ogni libertà è fatica, anzi doppia fatica, quando non tripla – è fatica dello sforzo ed è fatica della rinuncia. Ché in entrambe, alla fin fine, si concretizza la facoltà di fare o non fare, cioè ogni libertà "di", la quale è a sua volta indispensabile a conservare anche ogni indipendenza, cioè la libertà "da".
Ma, se ogni libertà è fatica e se ogni nostra felicità non può non alludere alla libertà, allora nessuna felicità è senza sudore. Dunque, la felicità nella vita questo è: tanta fatica e continui strapazzi.

Un'assemblea di bambini golosi voterebbe per i dolci del pasticciere e non certo per il farmaco del medico. Lo denuncia la Repubblica. Qui il pensiero si volge spontaneo al cav. Lombardoni, mitica figura felliniana che piacevolmente governava un bel paese a tempo perso. Troppo piacevolmente. Dopo un po', alcuni paesani ipotizzarono che il Lombardoni dovesse farsi da parte per dar luogo a qualcosa di più opportunamente spiacevole.
Ma l'orologio del consenso di quel bel paese segnava ognor "dolciumi", protetto per altro da una nutrita guardia di soldatini di caramello. La nazione fu sull'orlo del diabete. E, se si salvò, fu sopportando campagne e campagne di dolcezza ad usum delfini.
Un giorno il consenso del Lombardoni esplose, come una bolla finanziaria di media grandezza. La scintilla scoccò nell'animo irrazionale di una casalinga di Verona la quale si trascinò dietro milioni e milioni di altri animi irrazionali che, a quanto pare, detestavano il karaoke di cui il Lombardoni invece andava matto.
Si udì un rombo nell'altra metà del cielo. E fu subito sera. I Persiani calarono le veneziane, i Saraceni le persiane, i Veneziani le saracinesche e così via, secondo i moduli delle antiche gelosie.
Il cav. Lombardoni avvertì il territorio franargli sotto i tacchi. E risolse di girarsi sui medesimi evitando ulteriori spargimenti d'albume. Perché, nel bel paese, laddove c'è il bottino e sia pure di un sol uovo, lì sta in agguato l'appetito di mille gattopardi pronti a incendiarti la casa per cucinarselo al tegamino.

Alla fine di questo lungo intermezzo comico (vent'anni), gli osservatori di cose globali dicono che la Germania farà lo stretto necessario per salvare l'UEM e che ciò potrebbe condurre a una cementificazione delle "asimmetrie" tra "centro" e "periferia", oppure potrebbe condurre allo sfarinamento dell'Europa, aggiungono, qualora l'esattezza del timing entrasse in distonia con la storia, che invece procede in un modo tutto suo.
Gli osservatori parlano di un'ultima finestra di possibilità, apertasi con il voto eurocompatibile del popolo greco. Dicono che la finestra si chiuderà con l'inizio della recessione tedesca. Eccoci, dunque, alla vigilia di un'estate infuocata, che sollecita una vasta iniziativa politica di sinistra su scala europea.
Dopodiché, entreremo in un'epoca comunque nuova. Un'epoca "eccitante", come dice Giuliano Amato, "perché può essere davvero brutta se finisce male, ma può essere molto migliore se finisce bene".

venerdì 4 maggio 2012

Quarant’anni fa Vanni mi disse che . . .

di Andrea Ermano
Il compagno "Vanni" (Giovanni Padoan, 1909–2007), era stato un combattente valoroso della Guerra di Liberazione, insignito della medaglia d'argento al valor militare. Ma per la strage di Porzûs gli diedero trent'anni. Ottenne asilo in Cecoslovacchia, mi pare. Rientrò in Italia verso l'inizio degli anni Settanta, per atto di grazia del Capo dello Stato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat.
Proprio in quei primi anni Settanta il presidente Saragat aveva ricevuto assicurazione sovietica che, in caso di golpe, avrebbe potuto contare sul sostegno di Mosca. È arduo immaginarsi che in quel caso, non ipotetico, il presidente Saragat sarebbe riparato a Praga, come il suo graziato "Vanni, ma l'episodio ci aiuta a rammemorare quell'epoca.
In Grecia, in Spagna e in Portogallo c'era il fascismo; in Jugoslavia e Albania il comunismo; nei paesi del Maghreb dominavano le semi-dittature del nazionalismo arabo. Sulle sponde del Mediterraneo si affacciavano in tutto tre stati democratici, Italia inclusa.

Durante la prima metà degli anni Settanta io vivevo a Tolmezzo, la cittadina in cui sono nato. Frequentavo il Liceo Pio Paschini con scarsissimo profitto, in spregio alla scuola borghese che si abbatte e non si cambia. Preferivo lavorare insieme a Tony Capuozzo nei "Proletari in Divisa", un'organizzazione di giovani soldati molto di sinistra che lottava per migliorare le condizioni di vita dei militari di leva, ma anche per prevenire un eventuale putsch militare.
A Tolmezzo c'era una polveriera dell'esercito. Ricordo ancora la faccia di un giovane ufficiale di leva che mi raccontò, bianco in volto, di un'importante consegna di esplosivo ad alto potenziale cui egli aveva dovuto attendere: "Queste casse qui, non registrarle sul libro mastro", gli aveva ordinato un alto ufficiale. Era ovviamente vietatissimo stivare senza registrare. Ma tant'è: certe quantità di tritolo venivano trasferite dalle polveriere dell'Esercito Italiano ai depositi "Gladio", struttura segreta della Nato incaricata di organizzare la lotta clandestina in caso d'invasione comunista. Un po' di tritolo targato "Gladio" può essere stato poi anche trafugato dai depositi segreti e utilizzato per compiere delle stragi mai chiarite. Ma io questo non lo so e non l'ho mai detto.

Conobbi "Vanni" a Tolmezzo, provincia di Udine. Sarà stato il 1° maggio di quarant'anni fa. Gli operai e gli studenti di Tolmezzo, i vecchi sindacalisti e i giovani extraparlamentari del Manifesto e di Lotta Continua – tutti lottavano contro la chiusura del Calzaturificio Artha. Gli azionisti dell'Artha avevano fatto incetta di finanziamenti pubblici per poi cessare le attività, mettendo sul lastrico un bel po' di famiglie. Come rappresentante del movimento degli studenti medi in lotta solidale, fui invitato al pranzo offerto dal Comitato Zona del PCI presso i locali della Cooperativa Carnica.

Partigiani osovani a Porzûs
A tavola ebbi l'ardire di chiedere a "Vanni" quale senso avesse avuto Porzûs, un eccidio "per mano fraterna" di capi partigiani italiani in nome del titoismo.
Ero un ragazzo troppo borghese, troppo ben educato e soprattutto troppo giovane e masse passût (troppo sazio) per potermi raffigurare la situazione, totalmente altra, di un altro ragazzo, che invece dalla nascita aveva avuto sempre e solo fame. E poi fame. E poi ancora fame. Finché non giunse il giorno in cui imbracciò il Kalašnikov. Mi disse "Vanni".
Era quella la ratio politico-militare di Porzûs?! Una questione di fame e Kalašnikov?! Glielo domandai.
"Vanni" mi contemplò benevolmente, come un monaco giainista contemplerebbe il sentiero dal quale a ogni passo con un pennello di piume affusolato va delicatamente scostando eventuali esserini animati che altrimenti rischierebbero di finirgli sotto i calzari.
"Ecco, vedi, giovane compagno studente", mi spiegò, "questo è un problema ben esplicato da Marx nella teoria materialistica su come si forma in concreto la coscienza di classe".
Vittorio Vidali "Carlos", che aveva seguito pensoso e taciturno la conversazione, fece presente con grande pacatezza, e con tutto il peso della sua autorevolezza, che eravamo lì riuniti perché: "Noi seguiamo con vero interesse la formazione di quelle che in senso gramsciano potremmo definire le classi dirigenti del domani e che noi ci auguriamo sarete voi, studenti in lotta a fianco del movimento operaio di cui il Partito Comunista Italiano costituisce l'avanguardia organizzata". Insomma, non eravamo lì per parlare di Porzûs.
Non che l'argomento potesse considerarsi chiuso. Se ne incominciava appena a discutere con un minimo di distanza storica. Il volume di Marco Cesselli, Porzûs due volti della Resistenza, prima monografia sull'argomento, sarebbe uscito pochi anni dopo, nel 1975. E da allora se n'è riparlato tante volte. Porzûs non è una storia semplice. È la madre di tante altre storie nelle quali non possiamo qui entrare, storie di Sloveni, Serbi, Croati, Tedeschi, Italiani e Inglesi.
Un nucleo fattuale si può però reputare assodato: i capi partigiani della Brigata Osoppo, contrari all'annessione jugoslava del Friuli, vennero eliminati da un commando di gappisti legati al IX Korpus del maresciallo Tito.
Porzûs è una storia di cui si parlerà nuovamente tra qualche settimana, in concomitanza con la visita che il presidente della Repubblica Napolitano intende svolgere in Friuli e che farà tappa anche alle malghe della strage, dove stazionavano i diciassette partigiani laico-socialisti e cattolici assassinati fra il 7 e il 18 febbraio del 1945.
Taluni a coltellate, talaltri a martellate, i primi furono ammazzati all'arma bianca per non allarmare le sentinelle della guardia osovana. Altri furono uccisi per lo più a fucilate. I fuggiaschi vennero braccati per giorni in una caccia all'uomo che si svolse sotto il naso del nemico nazifascista.

Il giornale della Divisione d'Armata Osoppo Friuli
Tra gli osovani assassinati per "mano fraterna" ricorrono i nomi di Guido Pasolini "Ermes", fratello di Pier Paolo, e di Francesco De Gregori "Bolla", zio del celebre cantautore. Quindi Porzûs è entrato nell'inconscio collettivo italiano con l'intrico emozionale delle canzoni di De Gregori e soprattutto con la grande poetica pasoliniana. Pier Paolo Pasolini fu anzi confrontato due volte con uno dei protagonisti di quell'epoca tragica e lontana, Ferdinando Mautino, già secondo violinista alla Scala di Milano, quindi ufficiale dell'Esercito regio durante la guerra, divenne dopo l'otto settembre 1943 capo di stato maggiore delle Divisioni Garibaldi del Friuli. Dopo la guerra fu segretario della federazione del PCI udinese, infine corrispondente dell'Unità da Praga.
Ferdinando Mautino aveva avuto responsabilità politico-militari di primissimo piano ai tempi dell'eccidio in cui fu ucciso Guido Pasolini. E quattro anni dopo fu lo stesso Mautino a decretare l'espulsione dal PCI di Pier Paolo Pasolini per lo scandalo che nel 1949 l'aveva travolto, giovane insegnante a Casarsa.
Un "atto impuro", consumato in campagna con altri ragazzi del luogo, passò dal confessionale al tribunale e costò a Pasolini una condanna per "atti osceni in luogo pubblico", la perdita del lavoro e l'espulsione dal partito che, secondo la vulgata staliniana di allora, stigmatizzava l'omosessualità come una "degenerazione borghese".
Conobbi Mautino a Udine. Era vecchio e malato: "Il mio nome di battaglia è Carlino", esordì, "anche se ormai sarebbe meglio chiamarmi Il resto del Carlino". Aveva appena pubblicato da Feltrinelli le sue memorie, Guerra di popolo. Storia delle formazioni Garibaldine Friulane.
Tra le altre cose gli domandai di Pasolini. Dopo una breve pausa di riflessione, mi rispose che, se quel giorno del 1949 fosse venuta da lui una madre "a ringraziarci per quello che il capo della sezione di Casarsa aveva fatto con il suo figliolo, be' allora non lo avrei espulso".

Mi ha sempre colpito l'inflessibilità con cui Pier Paolo Pasolini, anche dopo "l'esilio" a Roma e la celebrità mondiale, mantenne ferma la propria adesione al PCI, nonostante l'assassinio dell'amatissimo fratello e l'espulsione dalla federazione udinese.
La storia è un coacervo infinito di contraddizioni e di macerie, di efferati delitti e di sublimi idealismi, di segreti inconfessabili, confessati nel segreto del confessionale, e destinati quindi alla massima pubblicità.
La storia è una continua lezione di filosofia della storia, che probabilmente non forma nessuna coscienza di nessun genere circa le umane difficoltà a immaginarsi quanto brutale possa diventare la brutalità della bestia umana nel combinato disposto tra fame e Kalašnikov.
E qui mi par giusto concludere, in modo adeguatamente enigmatico, rinviando all'invettiva dell'ultimo Pasolini contro il "maschio adulto occidentale". Un buon primo maggio a tutte e a tutti.

giovedì 10 novembre 2011

Contro il dissesto

di Andrea Ermano  

Genova nel fango. E quante persone morte. Che pena terribile. La mente va al novembre del 1966.

    Non avevo ancora dieci anni quando vidi un torrente erompere improvvisamente dalla viuzza di fronte a casa. Le acque attraversarono Via Matteotti in modo sgangherato e imboccarono il nostro portone, senza badare minimamente al traffico senza suonare e senza bussare. Si gonfiarno lungo il sottoportico gettandosi nel cortile e nelle cantine trasformandole ipso facto in cisterne fangose.

    Noi bambini fummo portati in una camera al secondo piano, con il permesso di saltare sui letti e il divieto di muoverci di lì.

    Fu in quei giorni ormai lontanissimi che udimmo pronunciare per la prima volta a mezza bocca dallo zio che era ingegnere civile queste parole alate: "Dissesto idrogeologico".

    Quarantacinque anni dopo, il dissesto si è aggravato. E ci dà una misura del nostro regresso civile, tra licenze edilizie creative, abusivismo pervasivo, condoni tombali e furbismo militante generalizzato.

    E quando piove disastri e tragedie.

    Piove, governo ladro.

    Ma, al di là del malgoverno, occorre porsi una questione un po' più vasta, di cultura politica.

    Eccola: come evitare la tracimazione dei corsi d'acqua laddove la nostra logica resta subalterna alle oligarchie del libero mercato che, manco a dirlo, "si regola da sé"?

    Se il mercato si regola da sé, allora è il denaro che "lavora", non gli uomini, e di conseguenza basterà che lo Stato lasci i soldi a chi già li ha, affinché i baiocchi generino baiocchi: "Più ricchezza per tutti!".

    Resta il fatto che in questo perfetto sistema di autoregolazione ci siamo dimenticati di rifare gli argini dei fiumi: Già, per quale ragione in tutti questi anni a nessuno è mai venuto in mente di privatizzare i terrapieni, i ciglioni, le scarpate, le dighe, le barriere, i terrazzamenti, le briglie e gli altri consolidamenti geologici?

    Ma via, è ovvio: perché i terrapieni, i ciglioni, le scarpate, le dighe, le barriere, i terrazzamenti, le briglie e gli altri consolidamenti geologici non massimizzano profitti a breve.

    È il neo-liberismo, baby.

    Dunque, combattere il dissesto idrogeologico richiede il superamento del neo-liberismo. Il quale per altro, a ben vedere, comporta a valle un grave dissesto, anche economico, della nostra società e a monte discende da un dissesto etico e civico, forse ancor più grave.

 

lunedì 31 ottobre 2011

Desertec in accelerazione

EDITORIALE  

 

Desertec, il gigantesco progetto tecnologico capace di trasformare il sole del deserto in energia elettrica (senza emissioni di CO2), sta entrando nella sua fase operativa. Più speditamente del previsto.

di Andrea Ermano  

 

Vent'anni fa, riflettendo sulla necessità di produrre energia senza rischiare nuove Cernobyl (e senza continuare a surriscaldare l'atmosfera), un fisico tedesco, Gerhard Knies, decise di prendere le mosse dal fatto che i deserti della Terra ricevono dal Sole "in sei ore più energia di quanta l'umanità consumi durante un anno".

    Il dottor Knies si mise al lavoro. E nel 2003 promosse un incontro informale tra la fondazione ecologista Hamburger Klimaschutz Fonds , il CNR del Regno di Giordania e il Club di Roma . Ne seguì un'intensa fase di studi, ricerche e sperimentazioni, culminata nel novembre di un anno fa con l'inaugurazione del primo progetto pilota.

    Desertec è in sostanza una gigantesca macchina a vapore composta da ordini di specchi parabolici che convogliano la luce solare su lunghi cilindri dai quali, grazie all'elevata temperatura, viene generato un getto continuo di vapore capace di azionare speciali turbine idroelettriche.

    La Siemens ha affinato in Cina le tecniche di trasporto dell'energia elettrica su lunghe distanze. Verranno applicate al progetto Desertec per poter rifornire l'Africa subsaariana e l'Europa lungo condotte di circa tremila chilometri. Solo per la costruzione degli elettrodotti è stato previsto un investmento di 45 miliardi di euro, riferisce il settimanale Der Spiegel .

Tra pochi anni la centrale elio-elettrica Desertec in procinto di essere costruita in Marocco dovrebbe raggiungere una capacità di 500 megawatt sfruttando la luce solare. Per produrre a zero emissioni di CO2 metà energia rispetto a quanta ne esce da una centrale nuceare di nuova generazione Desertec abbisogna di 12 chilometri quadrati di deserto. Il Sahara ha un'estensione pari a circa 9 milioni di chilometri quadrati.

Le agenzie ieri hanno battuto la seguente notizia: Desertec procede più velocemente di quanto assunto originariamente. Due anni fa si era calcolato che la costruzione della prima centrale elio-solare non sarebbe potuta partire prima del 2015. Oggi si ritiene che il completamento dell'opera dovrebbe avvenire tra il 2014 e il 2016  "a seconda delle tecniche che verranno concretamente impiegate", ha detto il direttore generale del progetto Ernst Rauch.

    La prima centrale Desertec verrà posata anch'essa in Marocco su dodici chilometri quadrati di deserto e dovrebbe produrre circa la metà dell'energia di una centrale nucleare di nuova generazione. Il direttore Rauch ha detto che l'impianto inizierà a fornire energia tra due-quattro anni al massimo, riferisce la Suedddeutsche Zeitung .

    Con un investimento iniziale di 600 milioni di euro e un costo complessivo di due miliardi a centrale completata Desertec passerebbe da una capacità iniziale di 150 megawatt fino ai 500 "a regime".

   L'energia prodotta dovrà essere impiegata in parte consistente in Africa, in parte verrà però esportata anche in Europa.

    Dopo la moratoria nucleare seguita al disastro di Fukushima i finanziatori del consorzio ( Deutsche Bank , Siemens , E.on e la Muenchener Rueck e altri) hanno deciso di accelerare la corsa alla conquista dell'energia elioelettrica dei deserti.

    Il Marocco, paese non ricco di riserve fossili quanto i suoi vicini e quindi fortemente interessato a contrastare la dipendenza energetica, è stato prescelto dagli investitori europei quale partner ideale in questa impresa, che dovrebbe condurre entro il 2050 alla copertura di circa il 15% del fabbisogno energetico del nostro continente oltre che di parte notevole di quello dei paesi africani, e ciò senza implicare alcuna emissione di CO2.

    Il volume degli investimenti Desertec da ripartirsi nei prossimi tre o quattro decenni ammonterebbe a circa 400 miliardi di euro, il 30% dei quali verrebbe raccolto dalla società Dii , costola imprenditoriale della Desertec Foudation .

    Il governo tedesco sarebbe pronto ad assumere la guida dell'impresa non appena questa sarà entrata nella sua fase propriamente operativa, ha dichiarato Rauch in merito ai colloqui in corso a Berlino presso i ministeri federali dell'ambiente e dell'economia.

    Ai colloqui prenderebbero parte anche Spagna, Italia, Francia e UE, riferisce l'agenzia Reuters.