domenica 22 marzo 2020

DUE FILE UN FATTO E DIVERSE DOMANDE

di Andrea Ermano

Prima di arrivare alle "due file" del titolo ci sarebbe un importante interrogativo da affrontare: «Sono i medici che decidono quando i nostri diritti possono o devono essere sospesi?», si domandava qualche giorno fa l'ex "ideologo" del M5S, Paolo Becchi. 
    La questione di cui sopra è articolata dal professor Becchi così: «A chi spetta dire se questa "emergenza" sia tale da giustificare decisioni estreme? Ridotto all'osso: emergenza reale o costruzione di uno stato di emergenza? I morti. Li contiamo tutte le sere. Quanti siano i deceduti solo a causa del virus questo però nessuno lo dice. Che ogni anno circa 8000 persone muoiano per l'influenza stagionale anche su questo è meglio sorvolare». 
    Che cosa teme il professore genovese? Che un popolo "privo di anticorpi" possa affidarsi ciecamente al solito circolo mediatico, avallando "misure via via sempre più restrittive" e finisca così per accettare tutto: «Sono bastati 8000 contagi, e la paranoia per la propria pelle alimentata in modo ossessivo dai media, a convincere gli italiani a buttare nel cesso, in un pomeriggio, tutti i loro "diritti fondamentali"», conclude Becchi, ma forse un po' troppo facilmente. 
    Perché, è ben vero in termini generali che l'Eccezione tenda storicamente a identificarsi con la Norma. Walter Benjamin nel 1939, all'indomani del Patto Molotov-Ribbentrop, scrisse nelle Tesi sul concetto di Storia, suo testamento spirituale: «La tradizione degli oppressi c'insegna che lo "stato d'eccezione", nel quale viviamo, è la regola» (Tesi VIII). 
    Non c'è dubbio che stiano accadendo, proprio ora e proprio sotto i nostri occhi, cose assai rischiose e per la democrazia e la pace nel mondo, o quel che ne resta. E però, nella specificità del Coronavirus, non ci si può limitare a parlare di 8000 morti d'influenza né di 8000 contagi.
    Ben altra la dimensione del problema! 
    Se si calcola che «il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva» (dato CNR citato da Giorgio Agamben) – questa percentuale, per quanto apparentemente bassa, proietta sul piano mondiale 200 milioni di trattamenti intensivi. Il numero di persone in stato di criticità vitale potrebbe allora salire in Europa fino a 12 milioni e in Italia fino a 1,5 milioni. Cifre ingestibili per i nostri sistemi sanitari, indeboliti dai tagli dell'età liberista. 
    Quindi, occorre rallentare la diffusione e guadagnare tempo. Questa la strategia ufficializzata all'ONU dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). 
    Insomma, fermo restando che occorre tenere gli occhi bene aperti, sarebbe assurdo voler applicare qui e ora la categoria della congiura alle strategie di contenimento dell'OMS, accolte praticamente da tutti i leader mondiali. Ciò detto, veniamo alle "due file" del titolo. 
    1) La lunga fila di camion dell'Esercito italiano a Bergamo riassume meglio di mille parole l'essenza della situazione eccezionale. 
    I quotidiani italiani riportano che (parole loro) «la colonna militare era lì per raccogliere una sessantina di bare contenenti le salme di pazienti morti a Bergamo e da trasportare ai forni crematori delle altre regioni dove alcuni Comuni si sono resi disponibili ad accettarle». 
    Ecco, su questo il professor Becchi ha ragione da vendere. C'è come un accanimento nella psicosi mediatica: "colonne militari", "bare", "forni crematori"... Scelte lessicali ossessive, che fanno correre i brividi lungo la schiena. 
    2) A fianco di quest'immagine bergamasca viene giustapposto dai media un appello della youtuber italo-statunitense, Clio Zammatteo aliasClioMakeUp: «Sono scappata da New York, ho paura: qui fanno la fila per le armi!». 
    L'accostamento della luttuosa "fila" bergamasca alla "fila" di liberi cittadini del Far West all'entrata delle armerie d'America per accaparrarsi fucili e revolver: tutto si ricombina nelle giustapposizioni allusive dei giornali e telegiornali, nelle casualità disordinate dei blog e nel caos delle nostre teste balorde.
     Siamo entrati in una situazione sociale ed economica senza molti precedenti. Sembra il copione inedito del film Da Roosevelt a Reagan. E ritorno. Il giornalista Tamburini sul quotidiano della Confindustria Il Sole 24 ORE afferma che occorre mettere in conto un grande crollo dei consumi derivante da una serie di fattori: «il blocco del turismo, la Caporetto delle compagnie aeree, la caduta verticale delle vendite di auto e moto, lo stallo generalizzato dei settori industriali (a parte eccezioni come l'alimentare e il farmaceutico)». E lo tsunami non risparmierà le banche, le quali a loro volta non potranno concedere facilmente «crediti o capitale ad aziende che... hanno soltanto costi e non ricavi». A un certo punto «le imprese inizieranno a saltare come birilli». 
    Come può l'Italia evitare un'ecatombe imprenditoriale di massa? 
    Quel che serve, conclude il giornalista sul Sole 24 Ore, è «l'equivalente di quello che è stato nel Dopoguerra il Piano Marshall per la ricostruzione».
    Come l'industria tessile viene riconvertita alla produzione di mascherine, così il "liberismo selvaggio" di ieri si tramuta oggi in "liberismo solidale e di solidarietà liberale". 
    Ecco la nuova morale, in stile libero liberale. Ieri si privatizzavano gli utili. Oggi si socializzano le perdite. Domani si vedrà.
    Si parla sui giornali di alcune migliaia di miliardi mobilitati nelle misure di politica economica. Gli USA hanno messo sul tavolo 1000 miliardi, la BCE 1100, la Germania 550, la Spagna 200, in Italia si parla di un "effetto volano" intorno ai 350 miliardi, la Francia non potrà essere da meno, mentre si attendono notizie analoghe dal Canada, dalla Gran Bretagna e dagli altri paesi occidentali. A occhio e croce si tratta di uno stanziamento pubblico pari a ca. 3500-4000 miliardi di dollari, che serviranno in parte a salvare le banche, in parte le imprese, in parte a garantire l'integrazione dei salari. 

    A chi appartengono questi soldi? 

    Non ai "mercati", non ai "benefattori", non alle multinazionali, non alle banche. Questi soldi appartengono ai contribuenti dei singoli stati, cioè ai cittadini. 

    Ergo, i tanto vilipesi "rappresentanti politici" hanno ora in mano una immensa possibilità di dare forma a ciò che verrà. Il fatto che una possibilità così improvvisa e così massiccia ora semplicemente sussista: questo fatto – se non tutto è inganno – determinerà un profondo e vasto mutamento degli equilibri in cui abbiamo vissuto. Fin qui.

venerdì 28 febbraio 2020

RASSEGNA STAMPA

Ho chiesto nel nostro gruppo redazionale che cosa dovevo scrivere questa settimana di grande incertezza tematica. Mi è stato consigliato di buttare un occhio sulla rassegna stampa di oggi.

 

di Andrea Ermano

 

Per trovare un’ispirazione tra le tante voci dell’attuale panorama politico italiano mi sono andato a guardare le titolazioni d’apertura nei principali siti e giornali di questo giovedì 27 febbraio 2020. E ho trovato quanto segue:

 

    Il Corriere della Sera: «L’OMS: “Bene l’Italia, basta panico”».

    Libero: «Diamoci tutti una calmata. Virus: ora si esagera».

    La Repubblica: «Riapriamo Milano».

    Il Sole 24 ore: «Turismo, meccanica, moda: 2020 in fumo».

    Il Messaggero: «Virus, indennizzi e aiuti al turismo».

    Enciclopedia Treccani: «Lo sport ai tempi del Coronavirus».

    Avanti!: «La truffa del calcio in epoca di Coronavirus».

 

La lista è incompleta, né umanamente potrei commentare una così grande e variegata messe di notizie. Sicché, preso dall’imbarazzo della scelta, dopo una lunga e ponderata riflessione, mi sono risolto a parlare del: coronavirus.

    Dieci giorni fa ho rivisto un giovane esercente cinese, un bravo sarto sempre molto laborioso e coscienzioso. Forse, incontrandolo, e prima di dargli la mano, avrei dovuto domandargli se non fosse per caso rientrato in Italia di recente, magari transitando, con volo subdolamente indiretto, da qualche paese terzo, per aggirare il blocco astutamente imposto agli arrivi dall’Impero di Mezzo.

    Ebbene, lo confesso: mi sono completamente dimenticato di domandarglielo, anche perché lui aveva l’aria di non essersi mai mosso dalla cittadina nella provincia italiana dove abito e dove lui gestisce un negozio, aperto sei giorni alla settimana. A livello preconscio, inconscio o subconscio devo avere pensato che non si può andare e tornare dalla Cina durante un unico turno di riposo di 24 ore, a meno che non si abbia a disposizione l’Air Force One o qualcosa del genere.

    Abbiamo quietamente parlato del più e del meno per qualche minuto. Poi, accomiatandoci, ci siamo salutati, con la consueta stretta di mano. A futura memoria aggiungo che dieci giorni fa non era ancora scoppiato in modo così virulento questo bel po’ po’ di pandemia con 528 contagiati, 14 morti e 37 persone guarite.

    Fino a dieci giorni fa il coronavirus sembrava una cosa remota.

    A un certo punto alcuni leader hanno iniziato a chiedere la chiusura delle frontiere, accusando il governo di non avere fatto nulla contro l’incombente minaccia virale.

    L’obiettivo politico – secondo alcuni osservatori – è abbastanza chiaro: creare una contrapposizione tra Governo di Roma e Lombardo-Veneto (a guida nazional-leghista) con lo scopo dichiarato di far cadere il premier Conte e, promuovere un governo di emergenza nazionale, fondato sull’accordo dei due Mattei e affidato alla guida di qualche grande personalità tecnica.

    “Idea anti-virus: governo d’emergenza”, titola la Stampa di Torino.

    E però proprio il Lombardo-Veneto, che ospita i due focolai, è guidato da un presidente di Regione che a sua volta ha un caso d’infezione da coronavirus all’interno del proprio entourage.

    «Il Governatore Fontana in isolamento: “Potrei essere positivo nei prossimi 12 giorni”», titola RaiNews.

    Prima, il Governatore Fontana (noto “difensore della razza bianca”), guidava la carica di cavalleria contro la nuova peste. Appena saputo di essere lui stesso potenzialmente infetto, ha cambiato idea, dichiarando trattarsi nel caso del coronavirus di “poco più che una normale influenza”.

    Mirabile understatement lumbard.

    Non sbaglia Il Foglio nel sostenere che questo coronavirus è “L’influenza che spiega l’Italia”.

    Sì, questo coronavirus ci spiega come siamo fatti noi italiani. Per anni, decenni e secoli ci buttiamo colpe l’uno addosso all’altro in quella terribile “inimicizia fraterna” di cui scrive Cacciari alludendo agli scontri infiniti tra i Romolo e Remo che imperversano nel nostro disgraziato Paese dalla fondazione dell’Urbe ai giorni nostri.

    Ciclicamente sfiniti dall’eccesso di ostilità mimetica, proviamo a un certo punto un irresistibile impulso: trasformare la nostra guerra di “tutti contro tutti” in una persecuzione “tutti contro uno”. E allora ecco il famoso “dalli all’untore” di manzoniana memoria. Salvo che alla fine è anche Don Rodrigo a morire di peste.

 

 


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martedì 25 febbraio 2020

IL “MIGLIORE” ANTISEMITA DELLA NAZIONE

 di Andrea Ermano

 

Scrivere queste righe è compito facile, per non dire inutile oggi, nella settimana della Memoria per la Shoah. Il tema, tutt'altro che soltanto storico, è politicamente centrale in quanto si accumulano quotidianamente casi di antisemitismo, discriminazione e razzismo (attualmente sono sotto tiro i cittadini cinesi) con gravità e frequenza a dir poco preoccupanti. 

    Su ciò possiamo rinviare al discorso tenuto da Liliana Segre a Strasburgo. La senatrice a vita italiana, scampata ad Auschwitz da ragazza e oggi ormai novantenne, ha parlato. E quel che ha detto non può lasciare indifferente nessuna persona (vedi al sito dell'Europarlamento). Già qui si concluderebbe per oggi l'editoriale, avendo semplicemente rinviato al sito del Parlamento di Strasburgo oppure a quello di Radio Radicale.

    Non fosse che dobbiamo segnalare un altro importante discorso. Reca il titolo "Lo scivolo verso l'inferno" ed è stato tenuto da Giuliano Amato di fronte agli studenti delle scuole superiori della città di Siena (vedi scheda qui sopra). Amato ha ripercorso una serie di atti politici e legislativi lungo i quali l'Italia fascista, un passo dopo l'altro, si è avventurata sul piano inclinato dello sterminio hitleriano, fino al punto in cui non c'è più ritorno ma solo il precipitare nel buco nero. 

    Si tratta di una colpa indelebile, inscritta nella storia del nostro Paese e dell'intera Europa. Il piano di sterminio ha potuto svolgersi con la sinergia di diversi stati o governi legati alla Germania nazista oltre che di miriadi di individui – appartenenti ai partiti fascisti, agli eserciti, alle forze dell'ordine, ai vari ministeri, alle ferrovie nazionali, agli istituti scolastici e universitari, ai vicini avidi di accaparrarsi i beni delle famiglie israelite mandate a morire nei lager, eccetera eccetera eccetera – persone tutte attivamente coinvolte nel gigantesco dispositivo infernale. 

    Ciò detto, è davvero stupefacente che, come denuncia il giudice costituzionale Amato, il sito di "Amazon" a tutt'oggi pubblicizzi come "validissimo e attualissimo" un volume, "Gli Ebrei In Italia", pubblicato nel 1937 dal gerarca fascista Paolo Orano. 

    Riportiamo di seguito il testo della presentazione come l'abbiamo copiato oggi 30 gennaio 2020 da "amazon.it" (vai al sito).

    Vi si descrive l'autore Orano come: "Il migliore rappresentante dell'antisemitismo italiano". Abbiamo messo in evidenza i passi più scandalosi:

     «Il libro di Orano ebbe grande successo nell'Italia fascista. A differenza di Preziosi e Evola che ricalcavano l'antisemitismo razziale germanico, Orano è portavoce dell'antisemitismo nazionale fascista che meglio rappresenta i sentimenti del regime verso la questione ebraica. Per Orano, il problema ebraico non è legato a una diversità razziale, ma al fatto che il buon fascista mette gli interessi del regime innanzi tutto e qualunque deviazione – sionismo, religione, chiusura nella cultura del ghetto – possono essere un pericolo per la nazione. Quindi l'integrazione è possibile, anzi necessaria. Esistono solo buoni fascisti, tutto il resto (diversità razziali, religiose, etniche etc.) non è importante se si fa il proprio dovere di patrioti. Il testo ha capitoli ormai di scarsa attualità, ma resta una lettura raccomandata per chi vuole capire i rapporti del regime verso gli ebrei».

    Fin qui "Amazon". In realtà il libro di Orano dà il via, nel 1937, alla campagna antisemita del fascismo nei riguardi degli Ebrei italiani. Un anno dopo, nel 1938, le bambine e i bambini come Liliana Segre (la quale all'epoca aveva otto anni) furono cacciate/i da tutte le scuole d'Italia al pari degli altri scolari e studenti israeliti.

    Cinque anni dopo verranno caricati sui vagoni bestiame e trasportati nei lager della morte, insieme a fratellini, sorelline, genitori, nonni e bisnonni. 

    Che cosa faceva in questi anni il "migliore rappresentante dell'antisemitismo italiano", Paolo Orano, parlamentare del Partito Nazional-Fascista (PNF) dal 1919 e fino all'agosto del 1943? 

    Orano scriveva biografie di Mussolini, ne pubblicava gli scritti, assurgeva al rettorato dell'Università di Perugia, si trasferiva, dopo l'8 settembre 1943, nel territorio della "repubblichina" nazi-fascista di Salò, alla pari di molti altri esponenti del famigerato regime. E insomma progrediva con la propria brillante carriera. 

    Viene arrestato dagli Americani a Firenze nell'agosto del 1944 e, affetto da tempo da ulcera duodenale, muore settantenne all'ospedale di Nocera Inferiore per emorragia da peritonite.

    Il sito di "Amazon", pubblica sul volume di Orano anche quest'altro testo, che di seguito riportiamo, ponendo anche qui in evidenza i passi più insopportabili:

    «Prima riedizione italiana del dopoguerra del classico di Paolo Orano, dal titolo "Gli Ebrei in Italia"… Uno studio attento sulla specificità ebraica rispetto alla identità culturale italiana, anche oggi validissimo ed attualissimo. Il testo illustra anche il tentativo fallito dell'Italia mussoliniana di amalgamare l'ebraismo nella italianità. Tentativo di inserimento fallito, perché il mondo ebraico preferì coltivare la propria appartenenza all'ebraismo transazionale e il proprio chiuso esclusivismo. Il testo e impreziosito da illustrazioni d'epoca. In appendice, un saggio sul libro "Il coltello di Shylock", che e costato all'autore, editore di questi libri, una dura repressione giudiziaria. L'esclusivismo ebraico divenuto totalitarismo liberticida nel dopoguerra».

    E dunque sarebbe l'ebraismo "transnazionale ed esclusivista" – dopo i falliti tentativi d'integrazione nell'italianità compiuti dal duce – a instaurare il "totalitarismo liberticida ebraico" dopo il 1945. 

    Semplicemente pazzesco! 

    Eppure lo si può leggere su "amazon.it". Fino a oggi. 

    Ma a raccontarlo si rischia di non essere creduti.

    Noi auspichiamo che la più grande Internet company al mondo provveda quanto meno a rimuovere dal proprio sito in lingua italiana i due testi che abbiamo citato perché configurano un'aperta apologia di fascismo e dell'antisemitismo di marca fascista.


domenica 8 dicembre 2019

Craxi e la sinderesi


Si parla di nuovo di Bettino Craxi in vista dell'anniversario 

dalla scomparsa, e ormai sono passati vent'anni.

 

di Andrea Ermano

 

Non molto tempo fa Gennaro Acquaviva – che di Craxi fu un leale collaboratore (suo braccio destro nella riscrittura del Concordato) e che oggi presiede la Fondazione Socialismo – riassunse la parabola del leader del PSI nel modo che qui tenterò di esporre. 

    L'inizio del craxismo ascendente, disse in sostanza Acquaviva, si ebbe con la vicenda degli Euromissili: un sistema di difesa NATO da contrapporre alla minaccia sovietica. L'URSS aveva dispiegato contro l'Europa occidentale le testate nucleari a media gittata SS-20 e teneva quindi sotto scacco il vecchio continente. L'Alleanza atlantica decise di ripristinare un equilibrio della deterrenza e di dispiegare a sua volta missili a media gettata puntati sull'URSS. Nessuno stato europeo, però, era entusiasta di ospitare le nuove basi missilistiche. E lo stallo occidentale aumentava il vantaggio strategico derivante dall'intimidazione atomica sovietica. 

    Fu il cancelliere tedesco Helmut Schmidt a sbloccare la situazione. Si disse disponibile a farsi carico dello stazionamento, ma al patto che ci fosse una "doppia decisione" e che, insomma, la Repubblica federale non fosse il solo paese a ospitare i missili. A quel punto occorreva che un altro leader europeo affiancasse la Germania ed è esattamente qui che – secondo Acquaviva – entra in scena Bettino Craxi, astro nascente della politica italiana e occidentale. 

    Nel novembre del 1983 la Germania dispiegò i Pershing II a Schwäbisch Gmünd mentre l'Italia stazionava i primi Cruise nella base di Sigonella. 

    Noi giovani allora protestammo duramente contro questa orribile corsa agli armamenti e ci furono numerose manifestazioni per la pace: a New York, Lisbona, Bonn, Roma e in cento altre città dell'occidente. Mosca per parte sua ispirò una lunga serie di campagne contro Bettino Craxi ed Helmut Schmidt, presentati come i due leader euro-socialisti "nemici della pace". Di qui una ragione strutturale dell'inconciliabilità tra Craxi e Berlinguer: c'era il veto del Cremlino. Erano cambiati, però, gli equilibri strategici e di conseguenza cambiò anche l'assetto di potere nel PCUS, sicché nel dicembre del 1987 tra Gorbaciov e Reagan fu firmato a Washington il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) che pose fine alla vicenda dei missili nucleari a medio raggio installati da USA e URSS sul territorio europeo. Un risultato storico.

    A Sigonella, dunque, iniziò la parabola ascendente di Craxi. Ma a Sigonella iniziò anche quella discendente. Perché fu proprio nella base siciliana dell'aeronautica militare che Craxi rischiò lo scontro armato tra i nostri Carabinieri e un reparto speciale delle forze armate statunitensi circa la sorte dei sequestratori della nave Achille Lauro. Il presidente del Consiglio intese porsi in difesa della sovranità nazionale e degli interessi politico-diplomatici italiani rispetto al mondo palestinese rifiutando di consegnare Abu Abbas agli americani. 

    Nel corso dell'azione terroristica contro la Achille Lauro era stato assassinato il cittadino statunitense di religione israelita, Leon Klinghoffer, disabile, che si trovava a bordo della crociera come semplice passeggero. Il suo corpo venne gettato in mare. 

    Abu Abbas, che era un alto dirigente palestinese, indusse i quattro miliziani, esecutori materiali del dirottamento, a cessare l'azione terroristica. Ciò avvenne dietro pressione diretta del leader palestinese Yasser Arafat il quale, su richiesta di Craxi, convinse Abu Abbas a recarsi a Porto Said per convincere i dirottatori a desistere. A tutti loro venne promesso dall'Italia un salvacondotto. E però il regista dell'operazione era proprio Abu Abbas, quantomeno per l'intelligence americana e israeliana, ma probabilmente anche per lo stesso Arafat che ad Abbas e non ad altri si era infatti rivolto. In seguito la magistratura italiana ritenne provata la responsabilità di Abbas nell'organizzazione del dirottamento e lo condannò all'ergastolo in contumacia.

    Per farla breve, Bettino Craxi, che era uno statista non privo di orgoglio nazionale e ricco di autostima personale, andò al cozzo con gli americani, come avrebbe potuto fare ad esempio François Mitterrand. Dimenticando che l'Italia non è la Francia, e ciò per tante ragioni troppo lunghe qui da elencare. Spesso il fallimento dipende dalla sopravvalutazione delle proprie forze e dalla sottovalutazione di quelle altrui.

    Gli americani lasciarono cadere Craxi come una patata bollente, sostiene Gennaro Acquaviva. E i tanti anti-craxiani (tra cui i russi) fecero il resto. Il segretario del PSI non era un santo, ma nemmeno meritava il trattamento da "homo sacer" che gli fu riservato da uomini non certo migliori di lui.

 

A quei tempi io ero un giovane ondivago con arie da intellettuale e non capivo nulla di Guerra fredda eccetera. Verso la fine degli Anni Ottanta stesi una lettera non formale nella quale chiedevo di iscrivermi alla sezione del PSI della mia città d'origine. Bettino Craxi non era più premier e Sandro Pertini aveva concluso il suo mandato presidenziale da un paio d'anni. Ma motivai la mia richiesta d'iscrizione con l'apprezzamento per la buona prestazione di governo del leader del PSI e soprattutto per la straordinaria anima socialista impersonata dal Presidente partigiano. 

    Erano gli anni in cui Gianni De Michelis proponeva a Massimo Cacciari di entrare nel partito socialista e Cacciari gli rispondeva che lui era già ricco di suo e quindi la tessera non gli serviva. Non ero fierissimo del PSI di cui entravo a fare parte. Oltre tutto, il mio ribellismo post-sessantottino detestava seguire una tradizione familiare e sia pure per meditata convinzione politica. Non crediate che fossimo tutti ciechi. Alcuni scandali erano già scoppiati a Torino. Ma financo sul piano dell'onestà intellettuale e della pulizia morale l'iscrizione al Partito socialista italiano fu per me una scelta di vita, e passatemi il prestito amendoliano. 

    Fin lì avevo dato il mio voto ora ai Radicali di Pannella, ora ai marxisti critici come Sofri e Rossana Rossanda, ora ai Verdi e anche agli stessi socialisti. Quanto al Pci, ricordo di essermi molto commosso in seguito alla morte di Enrico Berlinguer nel 1984 e di avere poi esultato per il "sorpasso" che quell'anno avvenne alle europee da parte dei comunisti ai danni della Democrazia Cristiana. 

    Qui a Zurigo il mio vecchio professore di filosofia, Rudolf W. Meyer – che conosceva Leibniz, Hegel e Marx a menadito, come dalle nostre parti avrebbe potuto conoscerli solo un Benedetto Croce – mi guardò tra l'ironico e il divertito: «Queste sono specialità un po' troppo interne alla politica italiana perché io possa riuscire a capirle». Gli risposi, secondo la vulgata di allora, che bisognava rompere il monopolio democristiano allo scopo di generare anche in Italia uno spazio politico capace di alternanze e alternative. Anzi, aggiunsi, a quel punto l'aspettativa generale del popolo di sinistra rispetto al PCI era che tutti loro aderissero all'Internazionale Socialista di Willy Brandt.

    Di lì a poco, a Mosca arrivò Gorbaciov. A Botteghe Oscure Achille Occhetto. Al Quirinale il "picconatore" Cossiga. I missili furono tolti da entrambe le parti. E a Berlino il Muro cadde. Fu proprio a Berlino che Occhetto a nome del Pci-Pds chiese a Craxi di entrare nell'Internazionale Socialista. E Craxi gli disse di sì. Tre anni dopo gli attivisti del Pci-Pds, reduci da un comizio romano di Occhetto, coprirono di monetine il leader socialista all'uscita dal Raphaël sottoponendolo a una gragnuola di sputi, minacce e insulti irripetibili. 

    Craxi divenne l'unico esponente politico italiano dopo Cicerone ad avere finanziato attività di partito con mezzi irregolari o illegali. Fu attaccato da grandi industriali che si dichiararono "concussi" e cioè vittime di estorsione (salvo essere condannati per corruzione). Venne trasformato in capro espiatorio dagli altri leader politici che, terrorizzati dal pool di "Mani pulite", giuravano tutti di avere anch'essi le "mani pulite" (salvo seguire la stessa sorte degli industriali di cui sopra). 

    Quanto tempo è passato! Fu uno spettacolo davvero molto avvilente. Certo, ebbero le loro colpe senza se e senza ma i "socialisti rampanti" – molti dei quali furono "rampanti" soltanto, senz'essere mai stati "socialisti" e men che mai divennero tali dopo la caduta di Craxi. Usarono il PSI, la politica, la cosa pubblica: per fare i comodi loro. E sai che novità.

    Dopodiché il nuovo che avanza qui non finisce mai. Con la parola "qui" s'intende un Paese sempre più avvitato nelle proprie furbizie. Chissà se ci si rende ben conto di ciò che provoca tutta questa auto-santificazione populista destinata a creare sempre più dirompenti vuoti politici vocati a essere riempiti da ulteriori furbismi.

    Sul nostro paese è sceso come un incantesimo. 

    Siamo giunti al Parlamento che approva per acclamazione, o quasi, un taglio del numero dei parlamentari in segno di disistima verso se stesso. Auguriamoci che il ventesimo anniversario dalla scomparsa di Bettino Craxi aiuti un minimo di sinderesi. Che cosa vuol dire sinderesi? Un po' come Dante nell'Inferno questa parola simboleggia, secondo alcuni pensatori medievali, la capacità residua da parte dell'uomo di intuire il bene nel male.




martedì 19 novembre 2019

Ma dov’è finito il nostro “soft power”?

 Com'è che, a trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, l'Occidente 

ha perduto la sua capacità di attrarre i popoli al proprio modello di vita? 

 

di Andrea Ermano

 

Dai tempi della caduta del Muro di Berlino moltissima acqua è passata sotto i ponti. E non poca è passata per altro anche sopra i ponti, tracimando, allagando e inondando, come succede "ancora una volta per la prima volta" a Venezia e in altri luoghi del Belpaese (vai al sito di RaiNews sull'acqua alta a Venezia). La causa dell'ormai endemico dissesto idro-geologico italiano va sommandosi agli effetti del surriscaldamento climatico e a tutto il resto che si sa ma non si dice per carità di patria. 

    Ma torniamo al Muro di Berlino. Chi trent'anni fa ne ha vissuto in "presa diretta" la caduta non può dimenticare l'entusiasmo dei tedeschi dell'Est che ballavano la lambada sotto la Porta di Brandeburgo, sognando di potere sostituire già all'indomani la loro vecchia Trabant con una Ferrari nuova di zecca. L'allargamento a Est, sia in Germania che nell'intero continente, ha trovato il proprio asse più forte intorno all'industria automobilistica europea e non solo sul piano economico-sociale. Ma non tutto è filato liscio come negli spot delle Audi. Annota nelle sue Spigolature Renzo Balmelli: «All'indomani dei festeggiamenti si scopre che altri muri, altri reticolati, altri stati d'animo, altri spartiacque in chiave negativa, minacciano la cultura democratica dell'accoglienza e della solidarietà».

    Come siamo giunti a questo punto? E pensare che al politologo americano Francis Fukuyama la caduta del Muro sembrò confermare nella misura più evidente un mega-trend "epocale" segnato dal trionfo di sistema della liberaldemocrazia, considerata come la meta finale della Storia. La "fine della storia" cui, secondo Fukuyama, si era ormai approdati giungeva dopo il fallimento di tutti gli altri esperimenti politici, la monarchia, l'oligarchia e il totalitarismo. Proprio questi errori storici inducevano in seguito alla loro sconfitta i popoli della Terra ad abbracciare le forme statuali della democrazia liberale e quelle economiche del mercato capitalistico che si regola da sé. 

    Per oltre un decennio, fino al tragico 11 settembre 2001, credemmo tutti o quasi tutti all'inarrestabile progredire del "nuovo che avanza" e in generale del "nuovo ordine mondiale". Si registrò una notevole espansione della democrazia liberale in un crescendo economico-finanziaria detto "globalizzazione". In Italia si liquidò la "partitocrazia" della Prima Repubblica, si diede il via a una "lenzuolata" di liberalizzazioni e privatizzazioni, si indebolì ovunque possibile il ruolo dello stato, si sospese ogni forma di leva obbligatoria (mentre si sarebbe potuto sostituire quella militare con quella civile) e si intensificò progressivamente la presenza delle nostre forze armate in un novero sempre più ampio di teatri di guerra. 

 

A proposito di guerra, è proliferata in questi trent'anni una sequela di "presenze italiane" in una ventina di teatri bellici. Ovviamente i nostri "ragazzi" si distinguono ovunque per preparazione, umanità e intelligenza. Tutti i popoli del mondo, leggiamo sui giornali nazionali, sono molto lieti di ospitare truppe tricolori, fatta eccezione forse per la Libia. 

    Dopo trent'anni il libero mercato, che si è regolato da sé, ha prodotto tre conseguenze di enorme portata geo-politica: la Cina si predispone a riprendersi il suo ruolo tradizionale di "Impero di Mezzo", la situazione economico-finanziaria è "storicamente interessante" e il transfert di ricchezza dai ceti popolari ai super-paperoni ha assunto dimensioni mai viste nell'intera storia umana. 

    Dopo trent'anni di libero mercato autoregolato e di esportazione della democrazia liberale cresce il numero dei paesi in cui è in atto un'involuzione politica e culturale massiccia, sia all'interno dell'UE dove crescono le posizioni esplicitamente "non-liberali" (Orban, Le Pen, Salvini…), sia in molte altre parti del mondo tra cui per esempio nella vicina Turchia. 

    Quanto al Cremlino post-sovietico, dopo trent'anni di pressing strategico la nato si è espansa fino ai confini del territorio russo, con il rischio conseguente di spingere Putin tra le braccia di Xi Jinping. E questo non può fare bene all'Occidente, oggi alquanto disorientato e diviso. 

    Nel suo recente saggio Assedio all'Occidente il direttore della Stampa di Torino, Maurizio Molinari scrive: «Non c'è alcun dubbio sul fatto che la Repubblica Popolare Cinese sia un regime monopartito dal 1949 e la Federazione Russa sia nelle salde redini del partito di Putin dal 2000, ma ciò che colpisce è la volontà di esaltare queste forme di autocrazia al fine evidente di attestarne la superiorità rispetto al maggior rivale sulla scena globale: la democrazia rappresentativa dell'Occidente. Tanto più Europa e Stati Uniti hanno sistemi politici indeboliti, leader incerti e vulnerabili, parlamenti paralizzati e inefficaci, tanto più le maggiori autocrazie del pianeta puntano a sfruttare la comunicazione di massa per vantare la loro superiorità» (vai alla scheda del libro sul sito dell'editore).

    Una protagonista del passaggio di secolo, Madeleine Albright, prima donna a ricoprire negli USA la carica di Segretario di Stato (1997-2001), denuncia il fatto che oggi la destra radicale "è di nuovo di moda" in Occidente. Madeleine Albright ha pubblicato alcuni mesi fa un libro dal titolo piuttosto eloquente: Fascismo. Un avvertimento (vai alla scheda del libro sul sito dell'editore).

    In tema di "assedio all'Occidente" e di "seconda guerra fredda", che forse tanto fredda non è, tutti ricordano l'espressione "guerra mondiale a pezzi". Nel visitare il cimitero di guerra di Redipuglia – presso quella città di Gorizia "maledetta" per i macelli della Prima Guerra Mondiale e delle famigerate "battaglie dell'Isonzo" in cui perirono inutilmente decine e decine di migliaia di ragazzi – papa Bergoglio disse: «Dopo aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove uomini e donne lavorano portando avanti le loro famiglie, dove i bambini giocano e gli anziani sognano, trovandomi qui, in questo luogo, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia! (…) Oggi, dopo il secondo fallimento di una guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta 'a pezzi' con crimini, massacri e distruzioni». 

 

Ma com'è che l'Occidente ha perduto quasi tutta la sua capacità di attrarre i popoli al proprio modello di vita? Com'è potuto accadere che ci si ritrovi ora in una sorta di sindrome weimariana globale?

    Le cause sono molte, ma per quel che concerne la "seconda guerra fredda" sul versante post-sovietico una voce critica si è distinta – durante le celebrazioni per il trentennale della caduta del Muro – la voce di Michail Gorbaciov: «Il processo di espansione verso est della Nato, iniziato pochi anni dopo che ho lasciato la presidenza dell'Urss (…) ha violato lo spirito degli accordi raggiunti durante la riunificazione della Germania, e minato la fiducia reciproca raggiunta» (vai al testo dell'intervista sul sito de "il manifesto").

    Su ciò possiamo citare lo storico israeliano Yuval Harari che riassume lo stato dell'arte come segue: «I russi possono sostenere a ragione che dopo le loro pacifiche ritirate alla fine degli anni ottanta e dei primi anni novanta sono stati trattati come un nemico sconfitto. Gli Stati Uniti e la nato hanno approfittato della debolezza dei russi e, nonostante la promessa di fare il contrario, hanno esteso la nato all'Europa orientale e perfino ad alcune ex repubbliche sovietiche. L'Occidente ha poi ignorato gli interessi russi in Medio Oriente, ha invaso la Serbia e l'Iraq con pretesti discutibili e in generale ha fatto capire alla Russia che poteva contare soltanto sulla sua forza militare per proteggere la sua sfera d'influenza dalle incursioni occidentali. In questo senso, per le recenti mosse militari russe, si possono rimproverare tanto Bill Clinton e George W. Bush quanto Vladimir Putin» (vai alla scheda del libro sul sito dell'editore).

    Oggi a ragion veduta ci domandiamo: non sarebbe stato meglio dare una mano all'allora Segretario generale del PCUS, come all'epoca era stato pur promesso dall'Occidente, affinché Gorbaciov fosse messo nelle condizioni di poter portare avanti le sue riforme, la Perestrojka e la Glasnost?

    Oggi Gorbaciov, alla domanda su quale fu il protagonista della caduta del Muro di Berlino, risponde con queste parole: «Quando voi giornalisti me lo chiedete rispondo sempre che il personaggio principale di quel periodo turbolento fu la gente. Non sminuisco il ruolo dei politici, è stato importante. Ma il ruolo principale è stato svolto dal popolo, da due popoli. I tedeschi, che risolutamente e, soprattutto, pacificamente espressero la loro volontà di riunirsi. E, naturalmente, i russi, che mostrarono comprensione per le aspirazioni dei tedeschi. Russi e tedeschi hanno il diritto di sentirsi orgogliosi di essere riusciti a incontrarsi dopo lo spargimento di sangue della Seconda guerra mondiale. Senza ciò, il governo sovietico non sarebbe stato in grado di agire come agì in quel momento».

    Nel panorama di capitalismo sfrenato, inanità politica e avventurismo strategico cui abbiamo assistito nell'ultimo trentennio, quel che salta agli occhi è, dunque, la crisi verticale del cosiddetto "soft power". Che null'altro è se non il consenso popolare di cui parla Gorbaciov intorno ai valori liberaldemocratici e allo stile di vita occidentale. 

    Quel consenso indusse i sovietici ad accettare trent'anni or sono la caduta del Muro di Berlino. Sì, qualcuno saprebbe dirci per favore dov'è finito inostro "soft power"? La questione non ci pare meramente storiografica. Presenta aspetti di bruciante attualità. «Quanti sono i messaggi sul web contro gli ebrei in Italia?», è la domanda che pone e si pone il giornalista di Repubblica Piero Colaprico. Per l'anno corrente non pare possibile una stima esaustiva, ma se ne deduce l'ordine di grandezza facilmente sulla base di questo semplice dato: solo Twitter conta finora oltre 15mila insulti antisemiti. In particolare, in rete vengono prodotti duecento attacchi verbali rivolti quotidianamente alla senatrice a vita Liliana Segre (con formulazioni del tipo: "Mi chiedo perché non sia cr... insieme a tutti i suoi parenti"). 

    Scandalosa. L'aggressione in rete ai danni della Senatrice a vita è scandalosa. E ora ci mancavano soltanto le parole del leader nazional-sovranista Salvini: «A me è appena arrivato un altro proiettile, ma io non piango. In un Paese civile non dovremmo rischiare niente né io né la Segre». Così parla l'ex ministro dell'Interno, come se qui qualcuno si fosse messo a "piangere", come se questa peste nera non fosse scoppiata anche a causa della "Bestia" (la squadra di trentacinque propagandisti "social" salviniani), come se "la Segre" in quanto superstite e testimone della Shoah non avesse già rischiato più che abbastanza nel nostro "civile" Paese (vai al testo del servizio sul sito de "la Repubblica").