martedì 25 gennaio 2011

Tre o quattro modesti auspici per il 150° anno

Editoriale di Andrea Ermano – sabato 22 gennaio 2011
 
Durante tanti anni di follie liberiste il sistema Italia ha complessivamente battuto la fiacca. Il Paese non versa in buone condizioni. È nell’interesse di tutti che la sinistra riesca proporre un'alternativa per le nuove generazioni.

Il tassinaro zurighese è un giovanotto assai corpulento, con un vistoso auricolare color antracite che penso gli serva a telefonare mentre guida. Butta un occhio sulle insegne rosso-bandiera del ristorante dal quale stiamo uscendo; resta attonito per un istante; poi sobbalza ed esclama in dialetto alemannisch: “Ma questo è il Cooperativo?! Dunque, il Coopi esiste ancora?!”.
In effetti, quella che, senza sgommare, ci siamo appena lasciati alle spalle, scivolando via nel silenzio della notte invernale dopo alcune ore di accese discussioni, quella era proprio la nuova sede dello storico ritrovo antifascista, giunto al suo quinto trasloco in cent’anni e passa di onorato servizio.
Sono le due di notte.
“Ma è vero che ci ha mangiato anche Mussolini quand’era ancora socialista?”, domanda il ragazzo.
Gli cito la memorialistica sull’argomento secondo la quale Mussolini venne a Zurigo nel 1913 per il discorso del Primo Maggio; parlò al Velodromo; poi pranzò a casa di compagni. Il Cooperativo rimase chiuso fino a sera per la Festa dei lavoratori.
Il giovane zurighese ne prende atto pensoso: “Mia madre dice di Mussolini che era meno cattivo della sua. . . della sua. . .”.
E si perde un po’ a cercare la parola. Azzardo: “Della sua nomea?”.
“Genau, genau!”, esclama lui. “Era meno cattivo della sua nomea. Certo, poi, il patto con Hitler. . .”, aggiunge a mezza bocca, non senza segnalare qualche implicita riserva sul giudizio della mamma, e non senza tradire un interesse storico che mi sorprende. Quando scendiamo, c’informa: “Ma Berlusconi, come uomo, dice mia madre, è peggio di Mussolini”.
<>
Ora, sembrerà uno scherzo, ma l’opinione della mamma del tassinaro zurighese riferitaci da lui medesimo riflette lo stato d’animo di tantissime donne, ben oltre i confini del nostro Paese, in quartieri e continenti anche distantissimi tra loro.
L’enorme frana d’immagine cui alludiamo iniziò a Casoria, nel Napoletano – ricordate? – con la festa per il diciottesimo compleanno di una ragazza, Noemi Letizia, fin lì totalmente sconosciuta ai più. Fu allora che Veronica Lario, in una celebre intervista, annunciò l’intenzione di divorziare dal marito-premier, dato che lui trovava il tempo per “rilassarsi” con le minorenni, ma non quello per presenziare al compleanno dei figli, disse.
Da allora, nell’inconscio collettivo del villaggio globale, l’immagine del nostro Presidente del Consiglio sta praticamente “a zero”. Certo, in Italia lo strapotere politico, mediatico, finanziario e persino ecclesiastico ha sopito non poco i sentimenti della gente.
E però, appena passi i confini del Paese, tutti quelli che incontri, ma proprio tutti, ti domandano: “Perché vi tenete uno come Berlusconi?”.
Il discredito internazionale combinato con l’ira che lievita nell’animo delle donne, e non solo delle donne, ha ormai distillato un’osmosi inesorabile che lentamente corrode ogni microfibra del gradimento berlusconiano. Chi mai potrebbe arrestare questo processo, così vasto e così profondo?
Dunque, stiamo entrando in una nuova fase.
Sì perché, se due anni fa il nostro problema politico consisteva nell’irraggiungibile capitale di consenso intorno all’Uomo di Arcore, abilissimo nelle campagne di autopromozione elettorale, ma incapace di avviare le riforme di cui il Paese ha urgentemente bisogno, ebbene, oggi il berlusconismo è censurato nei sondaggi dal 70% degli intervistati. E persino il Vaticano pensa a uno "sganciamento soft", certo non prima d'essere passato all'incasso: «La prospettiva più accreditata Oltretevere è un altro anno di Berlusconi a Palazzo Chigi (con l’approvazione del ddl Calabrò anti-eutanasia e di altri provvedimenti a difesa di vita, famiglia, libera istruzione) poi, scongiurando il ricorso alle urne, il passaggio di mano ad altro "esponente del centrodestra" in primis Giulio Tremonti», riferisce oggi il vaticanista della Stampa, Giacomo Galeazzi.
Auguriamoci, nel centocinquantesimo anno di unità nazionale, che l’Italia abbia il cuore di mettere guinzaglio e museruola alle bestie fameliche, evitando i soliti riti di fine regime, ché stavolta potrebbero sortire effetti esiziali per l’intero sistema.
<>
Urgono le riforme, che per ora nessuno farà, né oggi né domani. E allora, per il dopodomani, proviamo a buttar giù due o tre idee semplici, suscettibili ovviamente di precisazioni e sviluppi.
Saltiamo a piè pari le varie questioni istituzionali, per le quali occorre un’assemblea costituente. Qui ci limitiamo in tutta brevità al merito, ai contenuti.
Prioritario, massimamente prioritario, sarebbe ricucire la solidarietà generazionale, cioè fare qualcosa per i giovani. Quindi, ad esempio, bisognerebbe abbattere il debito pubblico, aggredire precarietà e disoccupazione, realizzare opere di risanamento sociale e infrastrutturale.
Il debito pubblico è un furto perpetrato dalle vecchie generazioni ai danni delle giovani. Giusto sarebbe allora se i vecchi facessero qualcosa. Perciò Giuliano Amato ha recentemente proposto di prelevare dai grandi patrimoni del terzo più ricco della popolazione otto-dieci mila euro pro capite annui. In circa un lustro porterebbero il disavanzo al 60-80% del PIL. Sarebbe una buona azione.
Contro precarietà e disoccupazione i socialisti propongono da tempo l’introduzione di un reddito minimo di cittadinanza (ricordo che se ne parlava già una vita fa nei nostri convegni di studio internazionali). Tanto per cominciare lo si potrebbe gradualmente applicare a un primo scalone d’età tra i 20 e i 30 anni.
Contro il degrado sociale e infrastrutturale, sarebbe opportuno introdurre un obbligo di leva civile per tutte le ragazze e per tutti i ragazzi. Grazie a questa nuova coscrizione lo Stato potrebbe affrontare compiti d’intervento nelle principali emergenze sociali, ambientali e infrastrutturali.
Non mancano esempi di cose da fare, dagli argini dei fiumi ai terrazzamenti delle montagne in dissesto idrogeologico, dalla manutenzione delle strade alle misure antisismiche o di ristrutturazione eco-compatibile, dall’accudimento di anziani e disabili ai programmi di accoglienza e riqualificazione professionale, dalle opere di conservazione del patrimonio culturale alla sua valorizzazione, la lista sarebbe qui troppo lunga.
Durante questi venticinque anni di follie liberiste, il sistema Italia ha complessivamente battuto la fiacca. Il Paese non versa in buone condizioni.
È nell’interesse di tutti costruire una prospettiva di speranza per le nuove generazioni.

martedì 21 dicembre 2010

E DOPO ?

Editoriale di Andrea Ermano - sabato 18 dicembre 2010

Laddove il vascello nazionale andasse a frantumarsi tra i marosi della mondializzazione, i poteri forti perderebbero una bella cuccagna di privilegi, e giustamente si preoccupano, cercando una via d’uscita. Evitare il naufragio dell’Italia risponde d’altronde anche agli interessi prevalenti del popolo lavoratore e della comunità internazionale. Di conseguenza, è ancora dato sperare che il nostro paese riesca, con un qualche misterioso guizzo di genio, a scansare lo schianto.

“Il governo mangerà il panettone, ma non la colomba”, prevede il leghista Calderoli. “Lui” invece assicura di poter arrivare a fine legislatura. “Lui” è Silvio Berlusconi che, a margine del Consiglio europeo di Bruxelles, si è definito “l’unico boss virile”, come suona l’anagramma del suo nome. Tra Bossi e il “boss virile” si preannuncia, così, un conflitto d’interessi che prima o poi potrebbe determinare il crac dell’attuale maggioranza.

Fin dai tempi antichi si sa che ogni determinazione pone fine a qualcosa, ma dà inizio a qualcosa d’altro. E, dunque, in questi istanti finali, in questo sbrindellato minutaggio di recupero nel secondo e ultimo tempo supplementare del berlusconismo, che cosa, di grazia, sta cominciando?

Può darsi che, per conservare l’unità nel centocinquantesimo dalla nascita dello stato italiano, il nostro establishment punti allo smontaggio della Lega, sempre più simile del resto a un residuato bellico inesploso. Nel Carroccio oscuramente lo intuiscono. Infatti, non chiedono altri ministeri (come pur potrebbero), ma elezioni anticipate, onde mettere in sicurezza il capitale di consensi prima della tempesta.

Se il cedimento strutturale del governo avvenisse non subito, ma tra un paio di mesi, potrebbero mancare i margini per elezioni anticipate prima dell’autunno prossimo. Una continuazione della legislatura con altro premier favorirebbe a quel punto il parto di un governo di “responsabilità nazionale”. Parto lieto ad alcuni, ma doloroso ad altri, perché ogni nuova maggioranza – inevitabilmente imperniata sui terzopolisti di Fini, Casini e Rutelli – innescherebbe una serie di spaccature sia nel campo del PDL, sia in quello del PD, incluse le file padane e dipietriste: i moderati di ogni schieramento convergerebbero verso il centro.

Ci stiamo avvicinando al bivio. Il tentativo gattopardesco di scaricare l’intera crisi di sistema sulla politica, affinché l’assetto di potere rimanesse immutato, dovrà lasciare il posto a riforme vere. E qui sorgono le preoccupazioni più serie, perché riforme vere presupporrebbero, diciamo così, una “decrescita” dei poteri forti, una loro capacità di autoriforma, per la quale non si ravvisano moltissimi precedenti storici.

Le gerarchie vaticane preferirebbero tirare a campare, almeno per un po’, senz'ancora uscire dal berlusconismo. E dopo?

Che le necessarie riforme possano realizzarsi grazie a una nuova maggioranza di responsabilità nazionale imperniata sul neo-centrismo è ipotesi tutta da verificare. L’abitudine storica delle corporazioni di delegare ad altri ogni sforzo e rinuncia lascia temere l’insorgere di gravi tensioni sociali. Forse è proprio questo ciò che si attende da parte di lor signori per scatenare poi una reazione d’ordine. Non sarebbe la prima volta.

E a sinistra? Che si fa? Quando gli ultimi neo-centristi avranno abbandonato la sinistra al suo destino per non morire socialisti, resterebbe una possibilità: iniziare ora, adesso, subito, a lavorare per una solida alternativa politica. Occorre un'alleanza neo-frontista, sul genere di quella stipulata tra Pietro Nenni e Palmiro Togliatti. Si dirà che fu l’Errore degli Errori perché, all'inizio della guerra fredda, consegnò il popolo di sinistra a un lungo destino di opposizione. Vero, ma la guerra fredda non c’è più.

Una sinistra capace di candidarsi domani al governo del Paese, anche se ciò oggi non si annuncia come un obiettivo immediato, andrebbe a costituire una preziosissima riserva di democrazia, soprattutto quando il disegno neo-centrista, emergente dietro la fine dell’era berlusconiana, esaurisse (prevedibilmente) la propria spinta propulsiva lungo i tornanti di una turbolenza globale che, questa sì, non guarda in faccia a nessuno.

(18.12.2010)

Il problema si sposta ora a sinistra

Editoriale di Andrea Ermano - sabato 11 dicembre 2010
Un anno fa, in qualsiasi città europea, ci prendevano in giro per via del “lettone di Putin”, le escort, le minorenni ecc. Ma nei dodici mesi trascorsi l'establishment italiano ha compiuto notevoli progressi sul solco della sua perversione.

Tariffe parlamentari. E voti di fiducia.
Brindisi vaticani alla salute di Silvio il Munifico, che Iddio ce lo conservi. E miliardi di euro al clero.
Mutui. Promesse. Candidature. Sottosegretariati. E deputati migranti da gruppi di parvenu a gruppi di parvenu.
Notizie che fanno due o tre giri del mondo.
Quando la “sindrome weimariana” giunge alla fase dello scatenamento cinico, i furbi cancellano ogni tributo (ormai inutile, pensano loro) del vizio alla virtù.

Oggi, in qualsiasi città europea, appena apprendono che sei italiano, gli vedi calare una velatura sugli occhi. Hai come l’impressione che si vergognino per noi.

<>
Esca o meno confortata da fragili basi parlamentari, e a quale prezzo, la reputazione dell’attuale premier è pari solo alla coesione del centro-destra. Un’anatra zoppa.

Il problema si sposta, ora, nel campo della sinistra, la cui strategia non può che consistere nel perseguimento di una sua minima unità, sia pure nell’orizzonte plurale dei soggetti socialisti, ecologisti e liberaldemocratici che vogliono concorrere al governo del Paese.

Per fare questo, occorre imprimere una decisa spinta neo-frontista alle dinamiche politiche della sinistra italiana.
Le grandi mobilitazioni popolari che continuamente si sono succedute in questo lungo autunno (e che fortunatamente si susseguono mentre scriviamo: oggi è il giorno di Bersani) costituiscono il bandolo dell'intricata matassa.

Se questo ciclo di mobilitazioni continuerà e se saprà rimanere dentro la logica pacifica che finora è sostanzialmente prevalsa – e a tal fine bisogna guardarsi da ogni violenza, foss’anche soltanto verbale – allora in Italia matureranno le condizioni per quell’alternativa di sinistra che attendiamo da una vita e che è assolutamente necessaria alla salute della nostra democrazia. (11.12.2010)

Ad agio

Editoriale di Andrea Ermano - venerdì 3 dicembre 2010

Motus in fine velocior. Non lo dico io. Lo dice l’adagio. E c’è del vero. Ricordate quell’esilarante ricostruzione che un sommo scienziato (Gerd Binnig?) fornì una volta a Scientific American circa l’accelerazione gravitazionale? La caduta di un “grave” veniva descritta in chiave parodistica come una tresca di animali selvatici in fregola nella stagione degli accoppiamenti. A conclusione della tresca, invece di accoppiarsi, il proietto, soggetto a forza di gravità, si spiaccicava per terra.

Nelle storie di catastrofi politiche, quando la memoria retrocedente s’applica a ricomporre ciò che fu, o non fu, sempre finisce per focalizzarsi un fenomeno accelerativo: “Credemmo di avere più tempo a disposizione”, dicono i reduci per descrivere la dinamica di un appuntamento, mancato, con la storia.

Per esempio? Pensate alla caduta del Muro di Berlino. Che colse quelli della mia generazione tutti impreparati. Pensammo che Gorbaciov e l’impero sovietico non potevano liquefarsi in quattro e quattr’otto.

Come invece fu.
Nacque allora la Seconda Repubblica.
Ma nacque davvero? Massimo Cacciari ci propone di espungere dal lessico quest’infausta espressione dal sapore di porcata.

L’ordinalità di una repubblica (prima, o seconda, o terza che sia) presupporrebbe qualche efficacia costituente, che restò a noi preclusa per l’inanità di un’intera classe dirigente (cioè di noi stessi).

Noi disfacemmo un sistema politico per farne un altro, e migliore. A parole. Ma poi, in realtà? Dov’è la Seconda Repubblica?

Il nostro naufragio somiglia a quella commedia musicale di Daniel Rohr, ispirata ai Pink Floyd, con quattro astronauti dispersi nello spazio.

Molto indignati.
Uno di loro, a un certo punto, mentre schizza via con una velocità di ventimila chilometri al secondo, declama con voce stentorea: “Ma devono venire a prenderci! Non possono mica lasciarci qui!”

Come no.
Qui dove?
Ammesso e non concesso che uno volesse fare la propria parte per salvare la patria nei centocinquant’anni della sua esistenza – esistenza un po’ garibaldina, un po’ brigantesca, un po’ pilatesca, ma anche un bel po’ pretesca e alquanto cannibalesca – ammesso e non concesso: fatto sta che la navicella della res publica è stata frantumata da un piccolo meteorite staccatosi dalla Costellazione del Muro nel novembre dell'Ottantanove.

Noi – vivi grazie alle nostre tute pressurizzate di fabbricazione cino-americana – stiamo sfrecciando, senza scopo né costrutto, verso l'infinito.

Ma, ecco di laggiù, nel nulla interstellare, ecco che inizia a brillare una lucina. Durante il corso della narrazione apprenderemo trattarsi dell’astronave CEI, comandata dal card. Ruini, abilissimo ammiraglio dello spazio, fermamente deciso a soccorrere la sua Italia, quella stessa Italia che aveva contribuito a radere al suolo.

Che farà?
Accudirà Berlusconi come una brava genitrice? O gli scatenerà addosso la lupa famelica?
Forse neppure Dio lo sa, sempre che esista e s’interessi del nostro Paese troppo lungo.
Verosimilmente, anche a questo giro di boa della storia, più di qualcuno avrà sbagliato i suoi calcoli. Tanto più che le dinamiche spesso non consentono di essere calcolate, e quelle politiche men che meno. Perciò, faccia ora ciascuno quel che deve. E succeda quel che può. (3.12.2010)

giovedì 2 dicembre 2010

Punire Welby, vivo o morto

Editoriale di Andrea Ermano - venerdì 26 novembre 2010
È di queste settimane la notizia secondo cui Papa Benedetto XVI ha costituito un nuovo dipartimento vaticano finalizzato alla rievangelizzazione dell’Europa. A capo c’è, fresco di nomina, monsignor Fisichella, già presidente della Pontificia Accademia della Vita.

Un primo saggio di rievangelizzazione a favore della “Vita” ci è stato fornito dal quotidiano Avvenire sul caso di Mina Welby, rea di avere ricordato suo marito, Piergiorgio, con Roberto Saviano e Fabio Fazio alla trasmissione televisiva “Vieni via con me”.

Chi era Piergiorgio Welby? Un uomo completamente paralizzato dalla distrofia muscolare progressiva, costretto a vivere con una perforazione della trachea dove gli era fatta passare l’intubazione di collegamento al respiratore automatico, giorno e notte, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Mai e poi mai Piergiorgio aveva desiderato ritrovarsi in questo stato. E, in base alla Costituzione secondo cui “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario” (Art. 32), chiedeva che gli si “staccasse la spina”. Ci furono aspre polemiche, da parte delle gerarchie cattoliche: "Diabolico inganno!", tuonò il Consiglio episcopale permanente.

Il malato fece recapitare una lettera al Presidente della Repubblica Napolitano e, dopo molte peripezie, il 20 dicembre del 2006, oltre nove anni di accanimento terapeutico alle spalle, prese congedo dai suoi parenti e amici. Chiese da ultimo di ascoltare una canzone di Bob Dylan. Poi fu sottoposto a narcosi, secondo la sua volontà. Il respiratore venne staccato. E Piergiorgio Welby, dopo alcuni minuti, si spense.

Non si spensero, però, le polemiche vaticane. Al punto tale che il Vicariato di Roma vietò alla famiglia le esequie in chiesa. E ora bisogna rincarare la dose, visto che Mina ha raccontato la sua storia in tv. Il giornale dei vescovi italiani chiede che, nella stessa trasmissione, sia data la parola anche alla “cultura della vita”, dopo che la si era concessa alla “cultura della morte”.

Tutti gli osservatori si stupiscono della presenza straripante della Chiesa nella tivù italiana, ma in effetti è possibile che ce ne sia ancora troppo poca, date le condizioni in cui versa il Paese non ostante cotanto magistero morale.

Evidentemente, c’è ancora chi ritiene di dover bucare l’esofago alle persone distrofiche, anche se dissenzienti, onde tenerle attaccate a dei respiratori artificiali per anni.

Domanda: E se uno dissente in nome della sua libertà personale?
Risposta: Niente funerale.
Ma, scusate, seppellire i morti non era la "settima opera di misericordia corporale"?
Certo, ma ormai questo è lo stato della nazione. Come nella famosa scena nel Dottor Stranamore di Kubrik, la scena con il saluto romano che emerge con prepotenza compulsiva dal braccio artificiale, così nel catechismo dell'Italia rievangelizzata di oggi s'è aggiunta un'ottava opera: "Punire Welby, vivo o morto".