lunedì 15 marzo 2010

Il Milan battuto a Manchester

Niente di nuovo dal paese normale,questa settimana. E allora parliamo di calcio. 

di Andrea Ermano

Mio padre era un gran tifoso. Una volta andammo a vedere la Juve a Vicenza. Rincasando nottetempo una lepre, ipnotizzata dai fari della macchina, ci si piazzò lì, in mezzo alla lunga strada di campagna.

    Mio padre tentò di schivare l'animale, che però all'ultimo momento spiccò un balzo battendo violentemente contro il parafango. Simulò un'impossibile piroetta e ricadde sull'asfalto.  Ci dispiacque alquanto, ma ormai non si poteva più fare niente.

    Raccogliemmo quel corpo esanime, non sanguinava da nessuna parte, lo ricomponemmo, lo avvolgemmo nel Tuttosport e lo custodimmo nel cofano lungo tutto il tragitto di ritorno. 

    Giunti a casa, la lepre fu scuoiata e messa a marinare nell’aceto e nel vino, a tocchetti, per il salmì.
    La polenta venne preparata con la farina di granturco bianco di montagna.
    Tutto molto, molto buono. 
    Invece, il tifo, i berci bestiali e le urla belluine, che boiata pazzesca, pensavo, masticando quietamente.
    Ma qui mi sbagliavo di grosso, perché da un punto di vista culturale molte cose ed eccellenti ha donato il tifo all’Italia. Ci ha aiutati, come popolo, a canalizzare una pervicace vocazione fratricida  risalente ai tempi remoti dei figli della Lupa, Romolo e Remo.

    Quanto più bella sarebbe la nostra non breve storia patria se la si potesse riassumere in una schedina! Orazi-Curiazi tre a due, Patrizi-Plebei uno a zero, Cristiani-Pagani tre a tre, Barbari-Gentili cinque a zero, Guelfi-Ghibellini due a zero...  Streghe-Inquisitori... Ebrei-Repubblichini...

    Fine della partita, fine dell’odio. Mai più persecuzioni. Mai più leggi razziali. E via tutti a cazzeggiare ancora un po’ al bar dello sport.

    Bello sarebbe.
    Senonché i tifosi, evasi ormai dagli stadi e dai loro bar, hanno conquistato il potere, i partiti, il Parlamento e persino il Governo del Paese, che assomiglia sempre di più a una curva sud schierata con gavette e bivacchi ai piedi dell'insepugnato Quirinale.

    In realtà, sembra che l'anima della Lupa si stia riappropriando di noi.  Vibra nell'aria l’antica vocazione fratricida in libera uscita dal mondo calcistico.

    L'altrieri, per dire, si è tenuta una conferenza stampa in cui il Capo del Governo (che è anche un tycoon e un uomo di calcio) ha denunciato la squadra avversaria che in combutta con gli arbitri vorrebbe tenere chiusi negli spogliatoi i suoi giocatori.

    Al che la tifoseria ha giustamente provato un moto di sdegno profondo: Lasciateli giocare! Aprite quegli spogliatoi!

    Solo un signore, sicuramente un intruso, continuava a parlare d'altro, ripetendo delle domande, un po' astratte, sulla corruzione, le regole ecc.

    Ma che ci faceva lì, a disturbare quella conferenza stampa riservata ai giornalisti accreditati? A un certo punto il ministro della Difesa s'è proprio stufato ("prima che ministro io sono un militante"). Ha acchiappato l'intruso per la collottola, strattonandolo e intimandogli di starsene zitto.

    "Zitto tu", ha esclamato il ministro-militante.
    "Giù le mani, picchiatore fascista", gli ha risposto l'intruso, mettendo con facile ruggito in fuga il ministro-militante.  Ma anche un po' codardo, mi sembra di poter dire a ragion veduta.

    Perché poi, in serata, l'abbiamo ricevuta la notizia, a quel punto inevitabile, che il Milan era stato pesantemente sconfitto a Manchester.

    Ovvio, dico io. Se gli arbitri impediscono agli undici campioni rossoneri di uscire dagli spogliatoi...
    Insomma, che cosa intende fare il Capo del Governo, al di là delle vuote formule da conferenza stampa riservata ai giornalisti accreditati, per mettere fine a questi continui sequestri arbitrali di poveri calciatori, poveri in senso traslato? 

venerdì 5 marzo 2010

Ma sai che novità

La legalità non esiste. Ma non è facile riformare la patria della Controriforma.
di Andrea Ermano
Incredibile Italia! Il titolare del Ministero della Difesa vorrebbe scendere in piazza a menare le mani contro se stesso, o per meglio dire contro le conseguenze d’irregolarità commesse dai suoi compagni di partito e per fortuna bloccate dai Carabinieri, che dipendono per altro dal ministero medesimo.

Il Ministro dell’Economia dichiara che “quando incontri un assessore, non ti è chiaro se è un assessore o un camorrista”.

Il Senato plaude a un senatore appena dimessosi sotto l’accusa di collusione con la ‘ndrangheta.
Il presidente della Repubblica, in visita di Stato a Bruxelles, si trova costretto ad annullare il consueto ricevimento in ambasciata perché l’ambasciatore stesso pare aver favorito con intrallazzi la candidatura dell’ex senatore di cui sopra.

E, come diceva Ungaretti, potremmo continuare.
Insomma, a diciott’anni da Tangentopoli riecco la corruzione e l’illegalità in Italia. A quanto pare, il tasso di malcostume, secondo la percezione dei cittadini, sarebbe più che raddoppiato. Lo dicono recenti inchieste sociologiche e demoscopiche. E lo dicono anche le inchieste giudiziarie.

È inutile girarci intorno: la legalità da noi non esiste. E siccome Craxi è morto da dieci anni non si può più nemmeno dire che c’è un problema di “socialismo reale”. Forse, piuttosto, c’è un problema di “cattolicesimo reale”, del quale tutti gli altri problemi rappresentano solo una comparte.

Ma sai che novità.
Qualcuno, forse, ricorderà ancora dal ginnasio che il termine “Riforma” è legato a una battaglia contro le “indulgenze”, che erano delle dazioni atte a favorire i propri cari estinti. Si credeva, infatti, in un’epoca lontana, che i peccatori, dopo la morte, venissero condannati al Purgatorio per un certo periodo di tempo, e che questo tempo potesse essere accorciato grazie alle “indulgenze”. Queste “indulgenze” venivano concesse su autorizzazione del pontefice in cambio di denaro. Un giorno, un giovane teologo, un frate agostiniano, un certo Martin Lutero, si chiese la ragione di quella credenza. Non avendo trovato un solo passo del Vangelo nel quale Gesù predichi la raccolta di tangenti, iniziò a protestare il proprio dissenso.

La questione era nata nel 1514 con la nomina papale del principe Alberto di Brandeburgo a “commissario delle indulgenze”. Il principe puntava alla carica di arcivescovo. E l’ottenne nel 1516 versando diecimila ducati ottenuti da una banca privata, denaro che sarebbe stato poi ampiamente recuperato grazie ai redditi generati appunto dalla vendita delle indulgenze. È passato mezzo millennio, ma l’analogia con i percorsi di candidature, carriere e cariche politiche, di sanità pubblica, di lavori pubblici ecc. nell’Italia contemporanea appare davvero strabiliante. Se cinquecento anni fa ci fosse stato il settimanale L’espresso, avrebbe potuto titolare: “Paradiso corrotto, nazione infetta”.

Cinque secoli dopo, la successora di Lutero, la teologa evangelica Margot Kaessmann, presidente della conferenza delle chiese protestanti tedesche, che raccolgono 27 milioni di fedeli, si è dimessa per avere violato il codice della strada. Per un’infrazione automobilistica. Che lei stessa ha definito un “grave errore” perché: “Il mio ministero e la mia autorevolezza come vescova e come presidente delle Chiese evangeliche tedesche sono danneggiate. In futuro non avrei più la stessa libertà di parlare di sfide etiche e politiche come ho fatto finora”.

Al nostro Giulio Andreotti non sarebbe mai successo, lui così misurato al volante. E infatti è sempre lì, senatore a vita, con tutte le accuse cadute in prescrizione. Il grande Giulio! Grandi gli avvocati difensori. Grandi le risorse finanziarie. Ma tutto il mondo sa che questo grande esponente politico cattolico italiano fece (e fece fare) cose non buone e non belle, utilizzando la Banca Vaticana, la P2, i servizi deviati, le aderenze mafiose.

La differenza di etica pubblica tra la vescova Kaessmann e il divo Giulio salta agli occhi. Ma quando batto nome e sostantivo “vescova Kaessmann”, il programma me li sottolinea in rosso, trattasi di espressione bizzarra se non erronea (eppure nel mondo ci sono centinaia di “vescove”), mentre “divo Giulio” suona bene.

È inutile girarci intorno: i maschi sono uomini più sacri delle femmine, i sacerdoti sono per definitionem più sacri dei laici, i vescovi più dei semplici preti e i cardinali più dei vescovi. Per non parlare del Papa-Re, ultima figura di sovrano legibus solutus, totalmente al di sopra della legge. Quindi è abbastanza logico che il Vaticano osteggi la Bonino “iperabortista” (che chiede il rispetto della legalità) e sostenga invece i legiferatori ad personam, ad aziendam, ad listam e, per farla breve, ad quel-che-mi-parem.

Per strutturare un organigramma gerarchico funzionante sarà magari anche meglio, come sistema, del Partito Comunista Cinese. Ma non lo direi conforme al dettato della nostra Costituzione repubblicana fondata sull’uguaglianza dei cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Art. 3).

Ora, se si disattende il fondamento della legge, anche la legge andrà in malora, un po’ come il treno carico di lattuga ne La valle dell’Eden di Elia Kazan.

Senza legge qualsiasi tentativo di riforma diventa impraticabile.
Di qui le crisi sussultorie di sistema, ormai al ritmo di una ogni tre o quattro lustri.
Due crisi fa, prima dell’assassinio di Aldo Moro, ricordo un tempo, il tempo della mia gioventù, in cui i commentatori politici parlavano ancora di scosse “di assestamento”. Fu Moro ad avvertire, prima di morire, che sugli ammazzamenti poco si assesta e molto si dissesta.

martedì 2 febbraio 2010

Ciò di cui si parla il 27 gennaio

Nel Giorno della Memoria ho tentato di riflettere su quella specifica concatenazione di accadimenti pianificati all'inizio del 1942 nell'elegante Villa Marlier,  presso il lago maggiore di Wann a Berlino.

di Andrea Ermano

Ci sono molte guerre di religione oggi nel mondo: tra Cattolici e Protestanti (in Irlanda), Cristiani e Musulmani (in Africa), Indù e Musulmani (in Asia), Ebrei e Palestinesi (in Medio Oriente). Ogni tanto alla finestra mediatica occidentale si affaccia qualcuno accusando l'Islam d'aggressività. E altri gli fa eco da Al Jazeera ribattendo che la pace in terra si raggiungerà con la distruzione d'Israele e la conversione di tutti gli uomini alla vera fede. Gli intellettuali musulmani d'inclinazione dialogante concedono: sì, è vero, gli ayatollah propugnano una visione molto assertiva della fede, ma se voi Cristiani siete riusciti ad ammazzare così tanto in nome del Vangelo annunciato da Gesù di Nazareth, ebbene, vedrete che prima o poi l'Islam riuscirà a produrre una lettura pacificata del pur bellicoso Corano.

    Bene o male, il dibattito interculturale globale è ormai in corso, un dialogo viziato dalla propaganda xenofoba, ma anche dall'impropria dislocazione di molte questioni economico-sociali sul piano religioso. Per la mafia e i negrieri appare vantaggioso poter continuare a disporre di lavoratori-schiavi-clandestini, immersi nella rabbia e nella disperazione, quindi inclini al fondamentalismo. Per la società civile (non meno che i diretti interessati) sarebbe meglio però se le giuste aspirazioni dei migranti venissero rappresentate da sindacati e partiti di sinistra degni di questo nome, piuttosto che fatte deragliare nel misticismo violento e inconcludente.

Purtroppo, al giorno d'oggi, ci sono fanatici inconcludenti ovunque, anche nella società civile. Costoro, credendo di rendere un gran servigio al popolo migrante e magari anche a quello palestinese, vanno paragonando le destre xenofobe occidentali al Terzo Reich e l'odierna propaganda anti-islamica a quella nazista degli anni Trenta. In realtà, se proprio si vuol paragonare Goebbels a qualcos'altro, il termine di confronto più ovvio sarebbe Stalin. Ecco un esempio: in Russia nel biennio 1937-1938 il totale di condanne a morte politiche, secondo stime del KGB rese note dopo la fine dell'Urss, è pari a 681'692.

    Altro esempio. Un documentario del settimanale tedesco "Geo" racconta di come Stalin visionasse personalmente gli interminabili elenchi di persone da far arrestare, preferibilmente alle quattro di mattina e da deportare in Siberia oppure da trascinare ipso facto di fronte al plotone d'esecuzione. Sono conservate 366 "liste della morte" contenenti 44'000 nomi, cognomi e patronimici. Tutte recano il visto autografo dell'autorità suprema, arricchito talvolta da indicazioni (in matita rossa e blu) affinché in ogni regione venisse dato seguito a un determinato numero di deportazioni e di esecuzioni capitali. Qua e là il nuovo zar cancellava un nome, e quel frego rosso segnava la salvezza dell'ignaro interessato. Altrove aggiungeva: "Qui non bastano! Cinquemila in più!" Mentre Stalin "lavorava" seduto alla sua scrivania, la propaganda lo ritraeva circondato da bimbi festanti. Lui era il "piccolo padre" al quale la gente scriveva migliaia di lettere: "Ah, se Voi solo sapeste, compagno Stalin!". Lo pensavano ignaro, prigioniero del palazzo.

    Erano gli anni del patto con Hitler. E anche la propaganda nazista inondava il Reich con foto e filmati di bambine (rigorosamente bionde) che donavano mazzi di fiori al Führer. Una carezza a un bimbo, giornalisti e fotografi davanti, i morti ammazzati dietro le quinte.

    Anche in Italia la propaganda armata degli anni Trenta condusse alle leggi razziali. Il Re tacque. Il Papa tacque. L'Accademia e il Giornalismo tacquero. Invece, Civiltà cattolica, la rivista dei Gesuiti, si lamentava: "delle continue persecuzioni degli ebrei contro i cristiani, particolarmente contro la Chiesa Cattolica, e dell'alleanza loro con i massoni, coi socialisti e con altri partiti anticristiani". Le bozze della rivista ricevevano (e ricevono tuttora) l'imprimatur dalla Segreteria di Stato vaticana, per l'approvazione definitiva. Visto, si stampi.

Come in altre epoche, precedenti e successive, era in corso allora un "tentativo di cancellare il socialismo dalla storia d'Italia", diremmo con Giuseppe Tamburrano. Eppure l'editrice socialista de L'ADL è l'unica voce italiana ad avere avuto il coraggio, negli anni Trenta, di condannare ogni forma di totalitarismo. Questa testata usciva allora in coedizione con "L'Avanti parigino", diretto da Pietro Nenni. Di quella lunga battaglia di giustizia e libertà è qui doveroso ricordare i fratelli Carlo e Nello Rosselli brutalmente accoppati in Francia, a fucilate; i combattenti di Spagna caduti nella lotta contro il franchismo; i reduci di Spagna riparati a Mosca e lì fatti ammazzare da Stalin; gli estradati nelle patrie galere mussoliniane e lì uccisi a bastonate. E poi ancora i deportati nei campi di concentramento e di sterminio, i caduti nella Resistenza italiana, francese e iugoslava. 

    Obliare l'alto tributo versato dall'emigrazione socialista sarebbe viltà, da parte nostra. Eppure non è questo ciò di cui si parla il 27 gennaio. Nel Giorno della Memoria si medita quella specifica concatenazione di accadimenti pianificati all'inizio del 1942 nell'elegante Villa Marlier, sulle sponde del Wannsee in Berlino. Perché un conto sono le persecuzioni e i massacri fino all'inizio degli anni Quaranta, altro è la "Soluzione Finale della Questione Ebraica" iniziata dalla Conferenza di Wannsee.

Allo scopo della "Soluzione Finale" la Germania nazista procede alla costruzione dei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Bełżec, Chełmno, Majdanek, Maly Trostenets, Sobibór e Treblinka. Lì vengono sterminati Rom e Sinti, Omosessuali, Testimoni di Geova, Pentecostali nonché molti oppositori politici al regime hitleriano, socialdemocratici, comunisti, liberali, democristiani, monarchici. Tra le vittime dei Lager nazisti non mancano neppure i "fascisti critici", tra cui la principessa Mafalda di Savoia che muore a Buchenwald nel 1944.

    Tante sono le categorie delle vittime della barbarie nazista, ma la "Soluzione Finale" riguarda la "Questione Ebraica". Ciò è ben documentato da Eichmann nel suo Protocollo della Conferenza di Wannsee. La seduta decisiva si tiene il 20 gennaio 1942, ma l'istruttoria era stata avviata di lunga mano dal generale delle SS Heydrich il 31 luglio dell'anno precedente su ordine del maresciallo del Reich, Göring, il delfino di Hitler.

    Il protocollo offre una "ricostruzione contenutisticamente precisa della conferenza", dichiarerà Eichmann stesso di fronte ai giudici di Gerusalemme nel 1961. Con la "Soluzione Finale della Questione Ebraica" non si vogliono rinchiudere nuovamente gli Ebrei nei ghetti o esiliarli su un'isola lontana e men che meno li si vuol convertire. Loro potrebbero evadere dal ghetto, tornare dall'esilio, insistere interiormente nel loro ebraismo sotto l'apparenza di una conversione. Il Terzo Reich progetta l'assassinio di tutti Ebrei europei, un immane genocidio, sostanzialmente fine a se stesso, che verrà portato avanti dalla Germania nazista e dai suoi complici con metodologie di sterminio senza precedenti, nel complice silenzio dell'uomo, fino agli ultimi giorni di guerra.

    Una lista allegata al Protocollo di Wannsee elenca ordinatamente le popolazioni ebraiche nei singoli paesi. In Italia ("incluse Sardegna e Albania") si stimano per esempio 50'000 persone appartenenti alla comunità israelita, in Inghilterra 330'000, in Romania 342'000, nella Francia occupata sono 165'000, nel resto della Francia 700'000, e così via per ciascuno dei trenta territori in cui i nazisti hanno suddiviso l'Europa conquistata o da conquistare. Eichmann riassume a pie' di lista: "Complessivamente: oltre undici milioni".

    Lo Stato hitleriano programma la cancellazione di tutti gli Ebrei europei – inclusi i propri cittadini, incluse le donne, inclusi i vecchi e inclusi i bambini, inclusi anche i piccolissimi. Debbono essere sterminati tutti, ma proprio tutti, a prescindere da qualunque criterio e con l'obiettivo finale di cancellare persino il loro nome, i loro dati anagrafici, ogni segno della loro esistenza personale.

    Questa è la Shoah. Di questo parliamo in occasione del 27 gennaio, giorno in cui i soldati sovietici entrarono ad Auschwitz. Giorno consacrato alla Memoria di "sei milioni di assassinati dai nazional-socialisti, accanto a milioni e milioni di uomini di ogni confessione e di ogni nazione, vittime dello stesso odio contro l'altro uomo, dello stesso antisemitismo". Il grande Emmanuel Levinas scrisse nel 1974 queste parole di valore universale muovendo dal ricordo straziato dei suoi propri genitori e fratelli.

Nel film-capolavoro dal titolo "Shoah" (nove ore di documentario assemblate in dieci anni di montaggio) Claude Lanzmann documenta come ad Auschwitz potessero essere eliminate fino a quindicimila persone al giorno. Questo "rendimento" venne raggiunto nel maggio 1944 per lo sterminio degli Ebrei ungheresi.

    La sconfitta era ormai alle viste.
    I deportati venivano fatti scendere di corsa a manganellate dai carri bestiame ("Schnell! schnell!") e avviati (sempre di corsa e a manganellate) negli spogliatoi delle camere a gas. Quindi, con lo stesso metodo, venivano spinti a entrare nelle camere a gas: uomini, donne, vecchi e bambini. I forni crematori erano disposti nelle adiacenze. Squadre di "Ebrei da lavoro" traslavano nei forni i corpi dei morti, nel modo più rapido possibile. La cremazione dei cadaveri era sincronizzata con l'arrivo del treno successivo, recante un carico di circa 4'000 persone. "Non sarebbe stato difficile bombardare quei binari. Nessuno lo fece", ha ricordato Elie Wiesel, premio Nobel, sopravvissuto ad Auschwitz.

   "Con la nuova camera a gas... eravamo... ehm... si era in grado di terminare tremila persone in due ore", racconta Franz Suchomel, uno dei boia di Treblinka.

    "Le dico la mia definizione. Se ne ricordi", fa a un certo punto il Suchomel. "Treblinka era una rozza catena di montaggio della morte, rozza sì, ma ben funzionante. Catena di montaggio. Della morte. Rozza. Ma... ben funzionante". Il Suchomel scandisce questa sua "definizione" di Treblinka con un'aria saccente, da reduce o da grande esperto.    
       

lunedì 25 gennaio 2010

"UNO CHE NON CI HA MAI ABBANDONATO"

La figura e l'opera di Pietro Nenni verrà rievocata al Senato della Repubblica il 27 gennaio prossimo da Mauro Ferri, Riccardo Nencini, Giovanni Pieraccini e Sergio Zavoli.

di Andrea Ermano

Di Pietro Nenni, morto a Roma il primo gennaio del 1980, è ancora ben vivo un ricordo di grande umanità e dell'azione svolta come leader del Psi e come statista. Noi lo ricordiamo anche e non da ultimo come un esponente autorevolissimo dell'emigrazione socialista -- insieme a Filippo Turati, Giuseppe Saragat e Sandro Pertini . La sua leadership crebbe e si temprò negli anni dell'esilio, della Guerra di Spagna e della Seconda guerra mondiale.

    In quegli anni Nenni fu a lungo direttore dell'Avanti-ADL. L'organo del Psi veniva redatto a Parigi e stampato a Zurigo in coedizione con la nostra testata. L'ADL era "tollerato" in Svizzera grazie alla direzione responsabile di Pietro Bianchi. Il quale Bianchi rivendicava per altro di non aver scritto mai, in tutta la sua vita, un solo rigo di piombo. L'editore del futuro ministro degli esteri socialista si definiva con grande orgoglio "operaio edile sindacalizzato". Aveva accettato controvoglia quella funzione pro forma, affidatagli da Modigliani a nome del partito. Avevano prescelto Bianchi in quanto, fidatissimo, si era naturalizzato qualche anno prima e la cittadinanza elvetica acquisita lo avrebbe preservato da un'estradizione "nelle patrie galere".

   Bianchi detestava i preti "dall'età di dieci anni", e non risparmiava affilatissime ironie alla boria intellettuale, ma aveva una venerazione per Nenni. E per parte sua Nenni, dopo la guerra, confesserà: “Io non mi sento né uomo di Parlamento né uomo di governo né, ancora meno, uomo di Stato, ma un militante della classe operaia; con una sola speranza: che il giorno in cui morirò gli operai possano dire: è morto uno dei nostri, uno che si sentiva come noi, che lottava con noi, che non ci ha mai abbandonato”.

    Sentimenti forse incomprensibili oggi, in un'epoca dominata dal potere finanziario e dall'influenza abnorme che esso esercita su di noi tramite i mass media. La neolingua ha derubricato "operaio": una non-parola. Quando nel 1998 la direzione di MondOperaio, rivista politico-culturale fondata mezzo secolo prima da Pietro Nenni, venne affidata a Claudio Martelli, questi fu preso forse dall'imbarazzo per quella dicitura così poco trendy (Mondo? Operaio?) e pensò bene di segmentarla in tre elementi lessicali: "Mondo-Opera-Io". Con l'Io s'intendevano esaltate le "nuove soggettività".

* * *

Mondo-Opera-Io?! Era ancora l'epoca del "Nuovo che avanza" (e delle privatizzazioni di banche pubbliche un tanto al chilo). Gli ex quadri intermedi e dirigenti del Psi ti spiegavano di essersi dovuti accasare a destra perché il brand "socialismo" non tirava più. Per non parlare degli ex quadri intermedi e dirigenti del Pci che vaneggiavano di partiti liquidi e altre amenità, passando dal Cremlino a Wall Street senza fermate intermedie, di tutta furia, tanto per non arrivare in ritardo alla catastrofe finanziaria globale, dopo aver atteso così a lungo che il Muro di Berlino gli cascasse su quella zucca da primi della classe.

    Mondo-Opera-Io?! A dire il vero anche noi ci interrogavamo in quegli anni se una denominazione come L'Avvenire dei lavoratori non andasse in qualche modo "superata". Per il poco che può interessare, confesso che le mie remore furono sulle prime di carattere meramente storico e filologico.

    Mondo-Opera-Io?! Certo è che parole come "operaio" e "lavoratori" sono terribilmente demodé. Qualsiasi vip fa più notizia dei 41 morti sul lavoro, dei 1'042 invalidi sul lavoro e dei 41'702 infortuni sul lavoro registrati in Italia dal 1° al 15 gennaio 2010.

    Mondo-Opera-Io?! Intanto il numero degli operai nel mondo ha continuato a crescere. La verità è che non ce n'è mai stati così tanti, di operai, da quando esiste l'uomo su questo pianeta. Senza contare una "nuova" soggettività molto speciale, il lavoratore-schiavo, un tipo di produttore umano dotato di dignità personale in corso di azzeramento. Insomma, le cose non è che vadano bene. Ma d'altronde, diceva Keynes: "Quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male."

    Mondo-Opera-Io?! Il punto di minima è stato raggiunto con il dibattito sull'Art. 1 della Costituzione repubblicana, che recita così: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". C'è chi asserisce che la menzione al lavoro andrebbe tolta in quanto non ha trovato applicazione pratica. Il solito sofisma. Si confonde il fatto con il diritto. Nelle parole "fondata sul lavoro" i padri costituenti collocarono la Repubblica sul basamento del lavoro, escludendo cioè che essa "possa essere fondata sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui". In realtà, l'elusione del primo caposaldo costituzionale e ancor più la proposta abrogativa rappresentano un evidente atto di auto-accusa dell'establishment. La molla è un forte imbarazzo: comprensibile. Ma allora non serve sfondare il fondamento della Repubblica né deturparne la Costituzione. Meglio sarebbe mettersi una mano sulla coscienza.

    Chissà che cosa avrebbe pensato Pietro Nenni di tutti noi e di tutto ciò?

* * *

Dopo la Seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo, Nenni fu il principale fautore del referendum istituzionale tenutosi nel 1946. Da esso nacque la Repubblica Italiana. Il leader socialista appartiene perciò al novero dei grandi padri costituenti, in posizione del tutto preminente. "Un uomo politico che può essere indicato a modello per la rinascita della nostra società dalla grave crisi etica e politica in cui essa si trova", ha scritto di recente lo storico Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. 

    E proprio la Fondazione Nenni insieme alla rivista MondOperaio ha promosso un  convegno dedicato al leader socialista, affidando a Mauro Ferri, Riccardo Nencini, Giovanni Pieraccini e Sergio Zavoli il compito di ricordarlo.

    L'incontro avrà luogo nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica (Palazzo Giustiniani) il 27 gennaio prossimo a partire dalle ore 17.00.

    Parlare di Nenni il 27 gennaio, cioè nel "Giorno della Memoria" vale a ricordo anche della figlia, Vittoria, che fu deportata e morì ad Auschwitz, rea di avere preso parte all'attività di propaganda clandestina contro il nazi-fascismo.

    All'appuntamento in Senato verrà presentato il numero di dicembre di MondOperaio dedicato a "Nenni, trent'anni dopo". La rivista è attualmente diretta da Luigi Covatta. Il numero speciale "Nenni, trent'anni dopo" contiene contributi di: Nencini, Tamburrano, Aleksandrov, Zavoli, Usai, Emiliani, Sassano, Gervasoni, Iacono, Granati, Isinelli, Salvitti, Sabbatucci, Colarizi, Strinati, Scirocco, Cafagna, Finetti, Intini, Macaluso, Galloni, Ferri, Pieraccini, Paolicchi, Formica, Colucci, Acquaviva, Fontana Nenni e Benzoni. 

lunedì 18 gennaio 2010

Ics anni dopo - Fu vera gloria? O non anche infamia?

Questo, in breve, il dilemma Craxi a dieci anni dalla scomparsa.

di Andrea Ermano

Le sue ossa stanno sepolte in Tunisia, nel luogo dell'autoesilio con cui egli reagì alle inchieste di Tangentopoli. Quando morì, per il suo rango istituzionale d'ex premier, Palazzo Chigi propose i funerali di Stato. L'offerta venne respinta dalla famiglia, con sdegno analogo a quello manifestato anni prima dai congiunti di Aldo Moro.

    Fu vera gloria, quella di Bettino Craxi?
    Un uomo di cui si dibatte accesamente a dieci anni dalla morte, e ognuno dice la sua, ognuno ha un sentimento un risentimento un odio un affetto... È sotto gli occhi di tutti il suo trionfo postumo nella memoria e nel sentimento del popolo garibaldino.

    Ma fu anche infamia, la sua?
    Senz'alcun dubbio Craxi, grande premier, non rappresentò la miglior leadership che la storia del socialismo italiano tramandi. L'uso delle mazzette, non solo come strumento di competizione verso Dc e Pci, ma anche come fattore strutturale nella lotta interna al Psi, finì per mutare quel vecchio e glorioso baluardo d'umanità scapigliata in qualcosa di molto differente.

    Ma, si sa, il partito per i socialisti è strumento, non fine. E Craxi di quello strumento aveva bisogno per un suo disegno d'innovazione. Amava l'Italia. L'amava molto, moltissimo, troppo. Quando la prese in consegna, primo presidente del Consiglio socialista, l'Italia versava in uno stato pietoso, avvilita da una profonda crisi economica e attraversata da terroristi assassini. La trasformò in un paese meno violento, meno depresso e più contento delle proprie capacità.

    Amava l'Italia. Avrebbe voluto riformarla. Capiva l'urgenza delle riforme. Detestava l'ipocrisia gattopardesca dei dollari e dei rubli. Voleva portare al governo una vera classe dirigente. E di fronte ai briganti decise di far "brigante e mezzo", come dice Marco Pannella, vecchio sodale di Craxi fin dai tempi dell'università.

    Primum vivere deinde philosophari, sentenziò una volta Ghino di Tacco. E imbarcò nel Psi un esercito di mercenari, sbarcando del pari quel coeacervo di correnti litigiose che gli parvero votate a soccombere nella morsa tra l'ortodossia comunista e l'unità politica dei cattolici.

    Dimentico dell'insegnamento di Machiavelli sui mercenari – onerosi in tempo di pace, infami in tempo di guerra – finì travolto non dalle correnti e in fondo nemmeno da Tangentopoli (non s'offendano gli onorevoli giudici), ma da una fisima tutta craxiana e assurda: riformare la patria della Controriforma.

    Così, quando l'establishment se lo ritrovò tra le mani o quasi, non vide l'ora di poterlo sottoporre allo scannamento rituale (una sorte oggettivamente diversa rispetto a quella toccata ad altri leader europei come Kohl o Chirac). E allora Bettino risolse: "Non tornerò in Italia né da vivo né da morto".

 * * *

La scomparsa di Craxi è coincisa con il collasso del progetto diessino. Amato e D'Alema volevano restituirci (ricordate?) "una grande forza socialista democratica di stampo europeo capace di concorrere al governo del Paese". Poi la doppia virata veltroniana ha condotto i DS dentro al PD, Prodi fuori dal governo e la sinistra, tutta, al naufragio.

    Ora che Bersani è al timone del partito nuovo, Bobo Craxi giudica "evidente che il centrosinistra va sempre più verso la formazione di un soggetto socialdemocratico". Speriamo. Sarebbe soltanto che ora.

    Ciò detto a proposito della situazione in Italia sia consentito aggiungere qui alcune poche parole sul socialismo d'emigrazione.

    "Socialismo d'emigrazione" è il filo di una continuità politico-organizzativa che finora ha retto alla lunga durata sfidando il tempo e l'arroganza del potere. Nel nostro Paese, infatti, l'esistenza stessa di una formazione politica socialista viene messa in forse ripetutamente e periodicamente. È successo varie volte durante il secolo trascorso. Eppure la nostra più antica tradizione politico-organizzativa batte bandiera rossa, grazie al socialismo d'emigrazione.

    È stato Craxi, nel centenario del Psi, a mettere in luce questa funzione di continuità del socialismo d'emigrazione. Lo ha fatto pubblicando la raccolta de L'Avvenire dei lavoratori a direzione siloniana. Silone aveva assunto la guida del Centro Estero socialista dopo l'invasione nazista della Francia dove aveva sede la direzione del Psi in esilio. Il passaggio delle consegne avvenne nel 1941 e Silone mantenne la leadership fino alla "ricostruzione in Italia di un forte Partito Socialista", resa possibile grazie al lavoro clandestino ed eroico di Colorni.

    Nelle Avventure di Tonio Zappa Silone narra di un cafone abruzzese che prende la valigia e vaga per l'Europa, risucchiato in una ridda di miseria, di emarginazione e di lotta di classe (dall'alto) che egli subisce, fin dentro la galera: "Non ti basta che migliaia d'operai si spostino da un carcere d'Europa all'altro?", chiede Tonio a fine racconto.

    Sono gli anni della grande crisi, quando l'America vara il new deal mentre l'Europa scivola nel nazi-fascismo: “Migliaia di Tonio Zappa si spostavano da un paese all’altro in cerca di pane. Ma il pane sfuggiva loro. Peregrinavano di paese in paese, ma la crisi li precedeva”.

    Ogni riferimento alla condizione migrante nel nostro Paese è puramente intenzionale.
    Il socialismo d'emigrazione nasce a fine Ottocento, in un'epoca di sanguinose persecuzioni anti-italiane: quattro operai ammazzati e ottanta feriti all'imbocco della galleria del Gottardo. Protestavano contro condizioni inumane (ma, a ben vedere, non peggiori di quelle in cui versano certi immigrati nell'Italia di oggi).

    La caccia all'italiano culmina a Zurigo nei violentissimi Krawalle, che perdurano diversi giorni: "Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno", ci ricorda Gian Antonio Stella dalle colonne del Corriere della Sera: "Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo".

    Queste, dunque, le radici del socialismo d'emigrazione, quello della continuità politico-organizzativa, stessa faccia e stessa razza degli schiavi di Rosarno.

    Ciò detto, care e cari, andate. Planate pure sull'altra sponda del mare, tra le dune magrebine, con le vostre telecamere per grazia ricevuta. Ma, giunti a quella lapide, appoggiate tutto sulla sabbia. E portate anche il nostro saluto, per favore, unitamente a quello dei nostri fratelli schiavi d'Italia.

    O vi si sfaccia la casa,
    La malattia vi impedisca,
    I vostri nati torcano il viso da voi.