lunedì 3 maggio 2010

La bolla secessionista e il vantaggio competitivo

L’unità del Paese rappresenta un dato e un valore irrinunciabili, soprattutto in un'epoca nella quale le dinamiche europee e globali ridiventano radicalmente incalcolabili.


Un convergere passeggero dei fari, o un lampeggiamento trattenuto, evidenzia in scena la presenza di una maschera della quale avevamo sentito bisbigliare fin dall’inizio della rappresentazione, in un crescendo di suspense, senz’averne tuttavia potuto scorgere i veri tratti. Adesso, invece, dopo tanto parlarne, eccola lì, la figura misteriosa, un po’ discosta dalla ribalta, ma ben visibile in platea per un lungo istante, prima che si dilegui tra i fondali.

 

Ieri sul Corriere il professor Giavazzi ha avvertito che “Atene non rimborserà i propri debiti anche se un aiuto europeo potrebbe spostare in là il default”. Gli speculatori di tutto il mondo l’avevano compresa da tempo, questa situazione, come notava il giorno prima sulla Repubblica Massimo Giannini: “Azzannano come una muta di cani gli esemplari più deboli”. Ma se e quando la muta affamata raggiungesse Roma e Madrid aggredendo cioè la terza e la quarta economia europea, allora la geo-politica del continente, l’Eurozona come lo conosciamo dal 1998, apparterrebbe al passato.

 

"Se non ci sarà un’azione estremamente forte e immediata, l’anno prossimo l’euro non esisterà più”, ha fatto presente ieri l’economista francese Jacques Attali, rientrando dagli Stati Uniti. Qualche ora dopo le agenzie battevano la notizia di un importante colloquio telefonico tra Angela Merkel e il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che pare sia riuscito a vincere le resistenze di Berlino circa il salvataggio della Grecia, se salvataggio sarà.

 

Resta l’impressione che il nord dell’Europa si senta ormai attratto da un’idea “altra” dell’Eurozona: “Non più un’Unione allargata a 16 Paesi”, chiosava Giannini, “ma un’Unione ristretta solo a quei Paesi che accettano norme comuni sul rigore contabile e il controllo dell’inflazione”. Ne conseguirebbe la divisione dell’Eurozona in due parti, l’una di serie A, l’altra di serie B: “Inutile dire”, conclude Giannini, “dove finirebbe l’Italia, a sua volta spaccata tra una ricca Padania e un depresso Mezzogiorno”.

 

Eccolo lì, dunque, tra sciabolate di luce protese a scandagliare un teatro di macerie, eccolo il rischio secessione, che come un carro armato arranca minacciosamente da dietro l’orizzonte del proscenio, verso un epilogo, ormai dato per imminente. E il deus ex machina tarda a calarsi dalla gru.

Forse però stavolta l’irruzione sulla scena della parola “secessione”, benché addobbata di una sua logica epocale, non significa veramente “secessione”, ma solo che è finita ogni scorta di soluzioni dilatorie indolori. E la secessione stessa non parrebbe prospettarsi né come una soluzione né come una cosa indolore. Ma tant’è, tramite questo dolore i secessionisti sognano di poter raddrizzare le sorti economiche padane.

 

La preoccupazione più grande degli economisti è la mancanza di crescita, “perché senza crescita è impossibile ripagare i debiti”. Lo ha scritto il professor Giavazzi, ma non è certo il solo a pensarla così, chiedendosi che cosa si debba fare per rilanciare, appunto, la crescita. “La risposta è semplice: non andare in pensione a 60 anni, non proteggere le rendite di qualche corporazione potente che opprime i cittadini, aprire i mercati alla concorrenza”, eccetera, eccetera.

Risposta semplice, a parole. Prendiamo per esempio i lavoratori dell’edilizia, che arrivano all’età pensionabile dopo le decimazioni per infortunio sui cantieri. Possono essere collocati sullo stesso piano di “qualche corporazione potente”? Prima di far questo, si dovrebbero almeno chiamare le corporazioni potenti con il loro nome e se ne dovrebbero colpire i privilegi non solo a prole. Ma nulla di tutto ciò sarebbe indolore.

 

Nessuna terapia sarà indolore. Ma la terapia più inutilmente dolorosa di tutte ci sembra proprio quella della “crescita”. In assenza di massicce fonti energetiche alternative, l’unica “crescita” alla nostra portata sarebbe quella del buon senso. E buon senso vorrebbe che l’agenda politica sia dettata dalla politica, dall’interesse generale cioè, e non da orde di giovani brokers elegantemente assatanati.

 

"Gli speculatori possono essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso regolare di intraprese economiche; ma la situazione è seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni”, ammonì una volta il grande John Maynard Keynes, avvertendo per altro che “quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male." Ormai, l’accumulazione di bolle immaginarie, puramente speculative, è divenuta un multiplo del prodotto globale lordo.

 

Paul McCulley, uno tra i massimi esperti mondiali di fondi d’investimento, ha descritto la “tempesta perfetta” del 2008 come l’esito esplosivo di “un gigantesco party alcolico senza regole”, un Botellón straripante di minorenni ubriachi “fatti entrare dalle agenzie di rating che all’ingresso distribuivano carte d'identità false”. Vedete voi l’autogoverno del mercato se le agenzie di rating (come ricorda oggi Massimo Gaggi sul Corriere) possono continuare a dare voti sull’affidabilità dei soggetti economici, e persino degli stati, avendo sbagliato regolarmente e continuando a sbagliare ogni valutazione, anche dopo avere portato l’intero sistema creditizio globale sull’orlo del crac. In realtà, le agenzie di rating sono delle aziende dedite come altre aziende alla massimizzazione del profitto, e proprio perciò implicate in un inestricabile conflitto d’interessi.

 

Se questo è il sistema globale, allora forse non ha tutti i torti Serge Latouche, studioso emerito di antropologia economica dell’Università di Parigi, quando ritiene che l’umanità, tutt’intera, sia affetta da una gigantesca forma di tossicodipendenza economico-energetico-finanziaria.

Quale crescita, dunque? C’è chi pensa, per esempio nel Belpaese, che si possa realizzare in tempi ragionevoli un forte incremento produttivo, e magari mietere anche un’ondata entusiastica di aumento della domanda di made in Italy? Gli anni Cinquanta sono passati da un po’, e noi viviamo in un mondo in cui occorrerebbe ridurre sensibilmente le emissioni di carbonio, con tutto quel che ne consegue in termini di decrescita.

 

Per concludere, dato che la voga secessionista è stata concomitante per un intero ventennio con la

voga neoliberista, vale la pena aggiungere che un secessionismo determinato dalla “crescita” sarebbe probabilmente tanto stupido quanto una rottura padana dell'Unità nazionale volta stare in Europa con l’Austria invece che con l’Abruzzo. E questo perché sia la crescita che l'Europa o sono grandezze solidali o non sono.

 

Un popolo maturo può ben comprendere che, giunti al punto in cui siamo, l’unità del Paese rappresenta un dato e un valore irrinunciabili, anche e soprattutto perché occorre mettere in preventivo un periodo di vacche magre nel quale le dinamiche europee e globali ridiventano radicalmente imprevedibili.

Comprenderlo sarebbe, questo sì, un bel vantaggio competitivo.