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lunedì 4 luglio 2011

Un mega-trend globale

Lo smaltimento dei rifiuti napoletani funziona perfettamente, con tanto di raccolta differenziata e lavaggio bisettimanale dei cassonetti, ma nel solo quartiere di "Gomorra" assurto a fosca celebrità criminale nell'omonimo libro di Roberto Saviano.
    Gli altri quartieri partenopei sono abbandonati all'immondizia. Le esalazioni mefitiche salgono al cielo secondo complessi arabeschi di strategie criminali, transitando per i polmoni innocenti dei bambini di quei paraggi.
    Per dovere di cronaca, occorre aggiungere che il crimine organizzato non si occupa solo di rifiuti a Napoli, ma di quasi tutto in quasi tutte le città d'Italia, inclusa la Lombardia, il Piemonte e tutta la Val Padana.
    Sempre per dovere di cronaca, occorre ricordare che tutto il mondo è paese. E che la mafia italiana costituisce solo una tra le tante realtà criminali, dilaganti da Cina, Russia, Giappone, Stati Uniti e la lista potrebbe continuare.
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C'è un mega-trend globale per cui la criminalità organizzata si va sempre più politicizzando e la politica sempre più criminalizzando. Già Falcone lo diceva molti anni fa. Di recente ne hanno scritto anche gli Alti Commissari dell'ONU per la lotta alla droga.
    È imbarazzante constatare come l'economia malavitosa rappresenti una realtà planetaria finemente ramificata. La Gomorra globale ha capacità finanziarie enormi; in forza delle quali essa può influenzare il mondo creditizio (soprattutto in uno scenario di sottocapitalizzazione). E si sa che, tramite la finanza, i mass media diventano duttili e malleabili, per esempio lungo il canale degli approvvigionamenti pubblicitari.
    Così, qualunque istituzione dipendente dal consenso dei cittadini, sul quale i perdetti media sperimentano le loro strategie di persuasione, può, in realtà, ritrovarsi esposta a sollecitazioni occulte.


Non esiste, ovviamente, una Spectra dedita al governo occulto del pianeta, anche perché gli interessi criminali sono ontologicamente costituiti come frammentari, inadatti a produrre aggregazioni di lunga durata.
    Non di meno, però, la loro efficacia dirompente sulle istituzioni della decisione politica ha conseguenze potenzialmente sovversive, non prive di analogia con l'abbattimento dell'economia reale che avviene per effetto di una speculazione finanziaria sempre più scatenata.
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Nei traffici di esseri umani destinati alla schiavitù, alla semischiavitù e/o alla prostituzione, nel commercio delle droghe, delle armi, delle tecnologie, di materiali rari ecc. la Gomorra globale sta disarticolando il mondo della vita nei cinque continenti (la carnevalizzazione dell'esistenza dei nostri giovani è solo uno dei portati più preoccupanti di tutto ciò).
    E allora c'è poco da stupirsi se si producono ovunque reazioni di chiusura e di paura, né deve stupire che chiusure e paure vadano poi a cercare delle forme attraverso cui esprimersi, trovandole per lo più nelle varie tradizioni identitarie.
    Qui, in questa falsa dialettica – tra la desertificazione gomorriana da un lato e l'ambigua reazione identitaria dall'altro – auroreggia un'eclisse: l'eclisse della politica. Ed ecco che abbondano le supplenze proprio perché latita ogni capacità di decisione coordinata e così ci si approssima alla situazione del "vuoto politico": situazione temibile, come insegnava il gran padre Nenni.
    Contro il "vuoto", ognuno può contribuire a restituire autonomia alla politica, intensificando il livello di partecipazione e mobilitazione, com'è miracolosamente accaduto in Italia nelle recenti tornate amministrative e referendarie.
    Occorre tenere ben fermo, però, il piano della legalità repubblicana che, per quanto ci concerne, ha il suo architrave nell'indipendenza della pur perfettibile magistratura italiana.

mercoledì 22 giugno 2011

Dalla parte della Fiom


Tra la Federazione Italiana Operai Metalmeccanici e l'arroganza del potere – sappiamo da che parte stare.

Arciriformista il centrosinistra non meno del centro e della destra. Sinceramente riformisti gli ex missini, gli ex golpisti e persino i lobbisti dello IOR, i sette volte ministri. 
I dioscuri riformisti tessono sottili disegni riformisti. I socialisti sono ovviamente riformisti, gli ex carristi tanto quanto i maccartisti, gli ex miglioristi, i ministri, gli amici dei leghisti. Tutti riformisti.
Ci sono voluti i secoli affinché si affermasse questo buonsenso pan-riformista, per cui è sempre meglio migliorare il governo e l'economia di un paese senza spargere neanche un centilitro di sangue, invece che mandare in rovina ogni comparto della convivenza civile e le tensioni, e le stragi, e il terrore e il sangue a fiumi e ruscelli. 
Il riformismo è decisamente meglio del controriformismo, per questo ha vinto i suoi terribili nemici ideologici raggiungendo un consenso universale. Dunque, l'Italia vivrà una fase di riforme? Ormai basta solo concordare quali.
Sul piano del governo del Paese ci sarebbe questa grande riforma: la Costituzione-più-bella-del-mondo. Perché non rispettarla? A partire dall'articolo 1, che fonda la Repubblica sul Lavoro. 
Perché non restituire al lavoro la sua dignità costituzionale fondamentale?
Non illudiamoci, in Italia non ci saranno riforme senza una sinistra forte, che non può esistere se non ritorna alla casa madre, nel nucleo permanente degli ideali da cui è nata, superando nel segno della dignità del lavoro un lungo dissidio fratricida.
Come la FIOM – anche questa testata ha superato (da qualche tempo, invero) i centodieci anni di onorato e fedele servizio nel segno della dignità del lavoro.
Quando la FIOM aveva quattordici anni, dopo la prima Guerra di Libia, ci fu un tempo in cui organizzavamo, insieme alla FIOM e alla CGL, le salve di fischi contro i comizianti guerrafondai, ovunque si presentassero.
Ricordiamo qui una di quelle contestazioni, avvenuta a Zurigo nell'agosto del 1915 ai danni dal deputato Agnelli, un liberal-nazionalista lombardo, omonimo degli altri Agnelli, quelli piemontesi, i quali insieme a Mussolini trascinarono l'Italia nella Prima guerra mondiale. Che portò al fascismo. Che portò alla Seconda guerra mondiale.
Nei momenti storici decisivi, nel 1915 come nel 1943 (quando lo sciopero generale diede una spallata al fascismo), noi – tra la Federazione Italiana Operai Metalmeccanici e l'arroganza del potere – noialtri abbiamo sempre saputo da che parte stare. Stiamo dalla parte della coraggiosa FIOM.
Anche perciò, alle lavoratrici e ai lavoratori, alle compagne e ai compagni della FIOM, cui ci sentiamo profondamente legati, i nostri più fervidi auguri!
"Il deputato Agnelli, (...) venuto a Zurigo a inneggiare alla bella guerra è stato cucinato in salsa piccante. (...) Fischi tanti e così acuti, da sembrare una stazione ferroviaria al momento che partono ed arrivano una cinquantina di treni. (...) Poi il pubblico ha intonato gl'inni sovversivi, dall'Inno dei Lavoratori ai canti del Gori (...) :

Sotto il vel di patrio amore,
gettan l'odio tra i fratelli,
ma dovunque è un oppressore,
un fratello oppresso sta.".

Da L'Avvenire del Lavoratore, 28 agosto 1915
Editoriale di Andrea Ermano - 19.06.2011

Succedono cose a Milano


28.05.2011
Se invece che al galoppatoio di Villa Borghese, il marziano Kunt fosse atterrato qui, mi domando come sarebbe finita, quella storia…
di Giuliano Pisapia
C'è una Milano, in questi giorni, che perfino io non riconosco. La Milano che avevo nella memoria e che ho nel cuore. La Milano che sembrava scomparsa e che invece è tornata prepotente alla ribalta. Piccole storie, grandissimi segnali.
Piazzale Buozzi, chiosco di Giannasi, sette della sera: c'è una fila di persone che vogliono comprare il pollo allo spiedo e c'è una coppia ben vestita che salta la fila; la signora che protesta per l'usurpazione viene messa a tecere con arroganza e dal fondo una voce dice: "Non importa, signora, si vede che quei due sono incazzati perché non hanno votato Pisapia". 
Scrive sul suo blog elettorale Fabrizio Ravelli, storia firma di Repubblica: "Al di là dei programmi, delle chances di vittoria, dei contatti con gli elettori, c'è un piccolo effetto che Giuliano Pisapia può rivendicare. La sua calma ha contagiato una bella fetta di Milano, città che in questi anni s'è fatta via via sempre più rancorosa e scortese. Forse anche di questo avevano bisogno i milanesi che l'hanno votato, di sentirsi forti senza rabbia. Prima o poi, il pollo arriva".
E quello che mi ha raccontato Carlo? Siamo al Pam di via Olona, la solita fretta della spesa, e però stavolta succede quello che non succedeva mai: "E allora, è pronto a tornare a votare domenica prossima?". – "Sì, certo, e lo sto dicendo anche a tutti: c'è un'atmosfera meravigliosa, in questa città". Lei si chiama Veronica, è la cassiera del supermercato. Carlo faceva la spesa da dieci anni in quel supermercato e non aveva mai scambiato una parola con la cassiera.
So che non trovate materiale nelle nostre sedi. So anche perché, però… Ieri abbiamo rifornito tutti ma in due ore tutto il materiale – braccialetti, borse, magliette, girandole, volantini – consegnato è andato esaurito. Stiamo lavorando,  tranquilli: vedrete che ce la facciamo a colorare di arancione la città.
Ecco, queste sono le cose che succedono…

Solidarietà con Anita Thanei


Editoriale di Andrea Ermano - 24.05.2011
Cinque anni fa il Cooperativo, storico locale antifascista e sede dell'ADL, venne sfrattato: "A partire dal 31 dicembre 2006 non esisterà più", dichiarò nell'agosto di quell'anno il vicedirettore di una potentissima amministrazione immobiliare zurighese alla stampa.
La sinistra insorse, ma il colpo sarebbe andato a segno se l'avvocato del Coopi non fosse riuscito a vincere un difficile ricorso.
Quell'avvocato si chiama Anita Thanei, atorevole esponente parlamentare socialista e presidente dell'Associazione Inquilini.
Sabato 14 maggio 2011 una platea un po' distratta di delegati di sezione cantonale del PS svizzero ha decretato (con settantadue voti contrari) che Anita Thanei e solo lei non potrà ripresentarsi al giudizio delle urne nell'autunno prossimo.
Sulla base di procedure improvvisate e bizzarre l'on. Thanei è stata dunque esclusa, cinquantaseienne, "per ragioni d'età" da una lista di 34 candidati per il rinnovo del Consiglio Nazionale; eppure i cinque capolista sono anch'essi dei cinquanta-sessantenni, forse spaventati dalla concorrenza della popolare deputata.
L'on. Thanei gode di buon nome, per integrità morale e alta competenza professionale. In un recente reportage sulle opacità amministrative della FIFA di Sepp Blatter il settimanale Der Spiegel parla di Anita Thanei come di una "autorevole presidente della Commissione giustizia al Consiglio nazionale elvetico", una donna fortemente impegnata nella lotta alla corruzione.
Date per elevate le probabilità di vedere rieletta la prestigiosa esponente socialista grazie a un consenso mai inferiore ai centomila voti, ben oltre i confini del suo partito, appare tanto più incomprensibile un'esclusione che può danneggiare seriamente i socialisti anche per le modalità assurdamente punitive con cui ha avuto luogo: l'esito della votazione segreta è stato comunicato a un'interessata sull'orlo delle lacrime, sotto le telecamere accese, senza preavviso, senza un fiore, senza un "putroppo" e senza nemmeno un ringraziamento pro forma dopo tuta una vita d'impegno politico.
La rozza procedura, priva di riguardo umano, è naturamente diventata la notizia d'apertura dei telegiornali in prima serata e ha scatenato un'ondata d'indignazione che crese e si diffonde in rete, ma anche nei media tradizionali.
Nel loro seguitissimo programma di satira televisiva, il duo Giacobbo-Mueller ironizza sulla presidenza cantonale del PS: "Una volta i socialisti ammazzavano i cavalli di razza dopo il traguardo, adesso li macellano prima ancora che possano correre". Decine e decine di articoli e lettere sono apparsi sui giornali in questi giorni.
L'ex deputata argoviese Agnes Weber ha pubblicato su suo sito una lettera di protesta (vai al link) nella quale respinge tanto i modi quanto l'esito della scelta discriminatoria, chiedendo che sia il popolo, e non una fazione, a decidere se Anita Thanei debba o non debba ritornare in autunno nel Parlamento di Berna.
Centinaia di esponenti della società civile, del mondo politico, della cultura e delle professioni, ma anche lavoratori, sindacalisti, casalinghe, studenti e pensionati, hanno aderito alla protesta.
Anche il Coopi e L'ADL sostengono l'iniziativa di solidarietà con Anita Thanei e invitano tutti a sottoscrivere la lettera di protesta visitando questo sito:

Lutto e lotta

Editoriale di Andrea Ermano - 9.04.2011

 

Dopo l'ennesima tragedia migrante, per altro annunciata, si fatica a parlare.

    Esprimiamo il nostro lutto più profondo.

    Il Mediterraneo sta diventando una fossa comune. Per ragioni geopolitiche e macro-economiche il Mediterraneo è coinvolto in una furiosa accelerazione della Storia che lo sospinge al centro di tensioni, pressioni e appetizioni gigantesche.

    Non ci sarà pace senza giustizia né giustizia senza rispetto per l'altrui dignità.

    Non c'è rispetto umano né giustizia né pace nel lasciar affogare donne, uomini, anziani e bambini – migranti senza nome, in viaggio verso di noi, alla ricerca di questo, e solo di questo: un'opportunità di vita.

 

Ci appelliamo a coloro che leggono L'ADL, a tutte e a tutti, affinché portino avanti ovunque, nelle forme possibili, una civile lotta contro l'attuale stato di cose, che è disumano e che va cambiato.

    Occorre lavorare tutti a un vasto processo di estensione della democrazia e di intensificazione della cooperazione internazionale, solo esso può creare le condizioni di governabilità strutturalmente necessarie a evitare nuove tragedie.

    I governi delle nazioni (le nazioni sono, tra parentesi, il luogo in cui le destre europee vaneggiano di potersi andare rifugiare) non riescono a governare la caotica complessità del mondo contemporaneo.

    Questo accade sostanzialmente perché, senza l'impegno (non acritico) di ciascuna e di ciascuno di noi, la caotica complessità del mondo contemporaneo è in tutta evidenza irriformabile, cioè ingovernabile.

Quale storia attende laggiù la sua fine?

Editoriale di Andrea Ermano - 26.02.2011
 
Ha avuto l'idea di sgominare l'opposizione, rea di voler scendere in piazza contro l'aumento del pane. Ha assoldato accolite di mercenari stranieri, di fronte ai quali il popolo libico si è ribellato. E lui allora gli ha scatenato addosso l'aviazione militare che ha bombardato la folla manifestante. Ne è conseguita un'insurrezione generale. Lui ha definito "ratti" gli oppositori e si è asserragliato nel suo bunker dove attende ora l'arrivo degli insorti.
Come definireste questo despota?
Il nostro attuale Presidente del Consiglio dice trattarsi di un "pazzo".
Dunque, sarà stato per assecondare un pazzo che l'Italia ha firmato trattati d'imperitura amicizia, erogando finanziamenti miliardari, in una ridda di forniture miliardarie, per armi e tecnologie militari contro gas e petrolio. Una gigantesca "psicoterapia"?
Nella transizione libica dal reality alla realtà si è spalancata una fossa, con dentro migliaia di morti e feriti. Ma già prima non si contavano gli orrori commessi ai danni dei profughi sub-sahariani nelle operazioni di "trattenimento" libuco-italiane.
Circa la sanguinosa repressione di questi giorni, Emma Bonino ha denunciato la presenza di cittadini europei, e in particolare italiani, tra i mercenari accorsi a Tripoli per qualche migliaio di dollari al giorno.
Il tramonto di una dittatura "non sempre annuncia l'alba della democrazia", come nota proprio da queste colonne Renzo Balmelli, che per inciso è stato uno dei non molti commentatori ad aver preannunciato sonni poco tranquilli per il Colonnello (vedi ADL 12.2.11).
Non dimentichiamo che la Libia è un paese nel quale abbondano le fonti d'energia. Soprattutto il deserto offre nuove prospettive, gigantesche, di sfruttamento della radiazione solare. Quale storia attende laggiù la sua fine?

martedì 25 gennaio 2011

Tre o quattro modesti auspici per il 150° anno

Editoriale di Andrea Ermano – sabato 22 gennaio 2011
 
Durante tanti anni di follie liberiste il sistema Italia ha complessivamente battuto la fiacca. Il Paese non versa in buone condizioni. È nell’interesse di tutti che la sinistra riesca proporre un'alternativa per le nuove generazioni.

Il tassinaro zurighese è un giovanotto assai corpulento, con un vistoso auricolare color antracite che penso gli serva a telefonare mentre guida. Butta un occhio sulle insegne rosso-bandiera del ristorante dal quale stiamo uscendo; resta attonito per un istante; poi sobbalza ed esclama in dialetto alemannisch: “Ma questo è il Cooperativo?! Dunque, il Coopi esiste ancora?!”.
In effetti, quella che, senza sgommare, ci siamo appena lasciati alle spalle, scivolando via nel silenzio della notte invernale dopo alcune ore di accese discussioni, quella era proprio la nuova sede dello storico ritrovo antifascista, giunto al suo quinto trasloco in cent’anni e passa di onorato servizio.
Sono le due di notte.
“Ma è vero che ci ha mangiato anche Mussolini quand’era ancora socialista?”, domanda il ragazzo.
Gli cito la memorialistica sull’argomento secondo la quale Mussolini venne a Zurigo nel 1913 per il discorso del Primo Maggio; parlò al Velodromo; poi pranzò a casa di compagni. Il Cooperativo rimase chiuso fino a sera per la Festa dei lavoratori.
Il giovane zurighese ne prende atto pensoso: “Mia madre dice di Mussolini che era meno cattivo della sua. . . della sua. . .”.
E si perde un po’ a cercare la parola. Azzardo: “Della sua nomea?”.
“Genau, genau!”, esclama lui. “Era meno cattivo della sua nomea. Certo, poi, il patto con Hitler. . .”, aggiunge a mezza bocca, non senza segnalare qualche implicita riserva sul giudizio della mamma, e non senza tradire un interesse storico che mi sorprende. Quando scendiamo, c’informa: “Ma Berlusconi, come uomo, dice mia madre, è peggio di Mussolini”.
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Ora, sembrerà uno scherzo, ma l’opinione della mamma del tassinaro zurighese riferitaci da lui medesimo riflette lo stato d’animo di tantissime donne, ben oltre i confini del nostro Paese, in quartieri e continenti anche distantissimi tra loro.
L’enorme frana d’immagine cui alludiamo iniziò a Casoria, nel Napoletano – ricordate? – con la festa per il diciottesimo compleanno di una ragazza, Noemi Letizia, fin lì totalmente sconosciuta ai più. Fu allora che Veronica Lario, in una celebre intervista, annunciò l’intenzione di divorziare dal marito-premier, dato che lui trovava il tempo per “rilassarsi” con le minorenni, ma non quello per presenziare al compleanno dei figli, disse.
Da allora, nell’inconscio collettivo del villaggio globale, l’immagine del nostro Presidente del Consiglio sta praticamente “a zero”. Certo, in Italia lo strapotere politico, mediatico, finanziario e persino ecclesiastico ha sopito non poco i sentimenti della gente.
E però, appena passi i confini del Paese, tutti quelli che incontri, ma proprio tutti, ti domandano: “Perché vi tenete uno come Berlusconi?”.
Il discredito internazionale combinato con l’ira che lievita nell’animo delle donne, e non solo delle donne, ha ormai distillato un’osmosi inesorabile che lentamente corrode ogni microfibra del gradimento berlusconiano. Chi mai potrebbe arrestare questo processo, così vasto e così profondo?
Dunque, stiamo entrando in una nuova fase.
Sì perché, se due anni fa il nostro problema politico consisteva nell’irraggiungibile capitale di consenso intorno all’Uomo di Arcore, abilissimo nelle campagne di autopromozione elettorale, ma incapace di avviare le riforme di cui il Paese ha urgentemente bisogno, ebbene, oggi il berlusconismo è censurato nei sondaggi dal 70% degli intervistati. E persino il Vaticano pensa a uno "sganciamento soft", certo non prima d'essere passato all'incasso: «La prospettiva più accreditata Oltretevere è un altro anno di Berlusconi a Palazzo Chigi (con l’approvazione del ddl Calabrò anti-eutanasia e di altri provvedimenti a difesa di vita, famiglia, libera istruzione) poi, scongiurando il ricorso alle urne, il passaggio di mano ad altro "esponente del centrodestra" in primis Giulio Tremonti», riferisce oggi il vaticanista della Stampa, Giacomo Galeazzi.
Auguriamoci, nel centocinquantesimo anno di unità nazionale, che l’Italia abbia il cuore di mettere guinzaglio e museruola alle bestie fameliche, evitando i soliti riti di fine regime, ché stavolta potrebbero sortire effetti esiziali per l’intero sistema.
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Urgono le riforme, che per ora nessuno farà, né oggi né domani. E allora, per il dopodomani, proviamo a buttar giù due o tre idee semplici, suscettibili ovviamente di precisazioni e sviluppi.
Saltiamo a piè pari le varie questioni istituzionali, per le quali occorre un’assemblea costituente. Qui ci limitiamo in tutta brevità al merito, ai contenuti.
Prioritario, massimamente prioritario, sarebbe ricucire la solidarietà generazionale, cioè fare qualcosa per i giovani. Quindi, ad esempio, bisognerebbe abbattere il debito pubblico, aggredire precarietà e disoccupazione, realizzare opere di risanamento sociale e infrastrutturale.
Il debito pubblico è un furto perpetrato dalle vecchie generazioni ai danni delle giovani. Giusto sarebbe allora se i vecchi facessero qualcosa. Perciò Giuliano Amato ha recentemente proposto di prelevare dai grandi patrimoni del terzo più ricco della popolazione otto-dieci mila euro pro capite annui. In circa un lustro porterebbero il disavanzo al 60-80% del PIL. Sarebbe una buona azione.
Contro precarietà e disoccupazione i socialisti propongono da tempo l’introduzione di un reddito minimo di cittadinanza (ricordo che se ne parlava già una vita fa nei nostri convegni di studio internazionali). Tanto per cominciare lo si potrebbe gradualmente applicare a un primo scalone d’età tra i 20 e i 30 anni.
Contro il degrado sociale e infrastrutturale, sarebbe opportuno introdurre un obbligo di leva civile per tutte le ragazze e per tutti i ragazzi. Grazie a questa nuova coscrizione lo Stato potrebbe affrontare compiti d’intervento nelle principali emergenze sociali, ambientali e infrastrutturali.
Non mancano esempi di cose da fare, dagli argini dei fiumi ai terrazzamenti delle montagne in dissesto idrogeologico, dalla manutenzione delle strade alle misure antisismiche o di ristrutturazione eco-compatibile, dall’accudimento di anziani e disabili ai programmi di accoglienza e riqualificazione professionale, dalle opere di conservazione del patrimonio culturale alla sua valorizzazione, la lista sarebbe qui troppo lunga.
Durante questi venticinque anni di follie liberiste, il sistema Italia ha complessivamente battuto la fiacca. Il Paese non versa in buone condizioni.
È nell’interesse di tutti costruire una prospettiva di speranza per le nuove generazioni.

martedì 21 dicembre 2010

E DOPO ?

Editoriale di Andrea Ermano - sabato 18 dicembre 2010

Laddove il vascello nazionale andasse a frantumarsi tra i marosi della mondializzazione, i poteri forti perderebbero una bella cuccagna di privilegi, e giustamente si preoccupano, cercando una via d’uscita. Evitare il naufragio dell’Italia risponde d’altronde anche agli interessi prevalenti del popolo lavoratore e della comunità internazionale. Di conseguenza, è ancora dato sperare che il nostro paese riesca, con un qualche misterioso guizzo di genio, a scansare lo schianto.

“Il governo mangerà il panettone, ma non la colomba”, prevede il leghista Calderoli. “Lui” invece assicura di poter arrivare a fine legislatura. “Lui” è Silvio Berlusconi che, a margine del Consiglio europeo di Bruxelles, si è definito “l’unico boss virile”, come suona l’anagramma del suo nome. Tra Bossi e il “boss virile” si preannuncia, così, un conflitto d’interessi che prima o poi potrebbe determinare il crac dell’attuale maggioranza.

Fin dai tempi antichi si sa che ogni determinazione pone fine a qualcosa, ma dà inizio a qualcosa d’altro. E, dunque, in questi istanti finali, in questo sbrindellato minutaggio di recupero nel secondo e ultimo tempo supplementare del berlusconismo, che cosa, di grazia, sta cominciando?

Può darsi che, per conservare l’unità nel centocinquantesimo dalla nascita dello stato italiano, il nostro establishment punti allo smontaggio della Lega, sempre più simile del resto a un residuato bellico inesploso. Nel Carroccio oscuramente lo intuiscono. Infatti, non chiedono altri ministeri (come pur potrebbero), ma elezioni anticipate, onde mettere in sicurezza il capitale di consensi prima della tempesta.

Se il cedimento strutturale del governo avvenisse non subito, ma tra un paio di mesi, potrebbero mancare i margini per elezioni anticipate prima dell’autunno prossimo. Una continuazione della legislatura con altro premier favorirebbe a quel punto il parto di un governo di “responsabilità nazionale”. Parto lieto ad alcuni, ma doloroso ad altri, perché ogni nuova maggioranza – inevitabilmente imperniata sui terzopolisti di Fini, Casini e Rutelli – innescherebbe una serie di spaccature sia nel campo del PDL, sia in quello del PD, incluse le file padane e dipietriste: i moderati di ogni schieramento convergerebbero verso il centro.

Ci stiamo avvicinando al bivio. Il tentativo gattopardesco di scaricare l’intera crisi di sistema sulla politica, affinché l’assetto di potere rimanesse immutato, dovrà lasciare il posto a riforme vere. E qui sorgono le preoccupazioni più serie, perché riforme vere presupporrebbero, diciamo così, una “decrescita” dei poteri forti, una loro capacità di autoriforma, per la quale non si ravvisano moltissimi precedenti storici.

Le gerarchie vaticane preferirebbero tirare a campare, almeno per un po’, senz'ancora uscire dal berlusconismo. E dopo?

Che le necessarie riforme possano realizzarsi grazie a una nuova maggioranza di responsabilità nazionale imperniata sul neo-centrismo è ipotesi tutta da verificare. L’abitudine storica delle corporazioni di delegare ad altri ogni sforzo e rinuncia lascia temere l’insorgere di gravi tensioni sociali. Forse è proprio questo ciò che si attende da parte di lor signori per scatenare poi una reazione d’ordine. Non sarebbe la prima volta.

E a sinistra? Che si fa? Quando gli ultimi neo-centristi avranno abbandonato la sinistra al suo destino per non morire socialisti, resterebbe una possibilità: iniziare ora, adesso, subito, a lavorare per una solida alternativa politica. Occorre un'alleanza neo-frontista, sul genere di quella stipulata tra Pietro Nenni e Palmiro Togliatti. Si dirà che fu l’Errore degli Errori perché, all'inizio della guerra fredda, consegnò il popolo di sinistra a un lungo destino di opposizione. Vero, ma la guerra fredda non c’è più.

Una sinistra capace di candidarsi domani al governo del Paese, anche se ciò oggi non si annuncia come un obiettivo immediato, andrebbe a costituire una preziosissima riserva di democrazia, soprattutto quando il disegno neo-centrista, emergente dietro la fine dell’era berlusconiana, esaurisse (prevedibilmente) la propria spinta propulsiva lungo i tornanti di una turbolenza globale che, questa sì, non guarda in faccia a nessuno.

(18.12.2010)

Il problema si sposta ora a sinistra

Editoriale di Andrea Ermano - sabato 11 dicembre 2010
Un anno fa, in qualsiasi città europea, ci prendevano in giro per via del “lettone di Putin”, le escort, le minorenni ecc. Ma nei dodici mesi trascorsi l'establishment italiano ha compiuto notevoli progressi sul solco della sua perversione.

Tariffe parlamentari. E voti di fiducia.
Brindisi vaticani alla salute di Silvio il Munifico, che Iddio ce lo conservi. E miliardi di euro al clero.
Mutui. Promesse. Candidature. Sottosegretariati. E deputati migranti da gruppi di parvenu a gruppi di parvenu.
Notizie che fanno due o tre giri del mondo.
Quando la “sindrome weimariana” giunge alla fase dello scatenamento cinico, i furbi cancellano ogni tributo (ormai inutile, pensano loro) del vizio alla virtù.

Oggi, in qualsiasi città europea, appena apprendono che sei italiano, gli vedi calare una velatura sugli occhi. Hai come l’impressione che si vergognino per noi.

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Esca o meno confortata da fragili basi parlamentari, e a quale prezzo, la reputazione dell’attuale premier è pari solo alla coesione del centro-destra. Un’anatra zoppa.

Il problema si sposta, ora, nel campo della sinistra, la cui strategia non può che consistere nel perseguimento di una sua minima unità, sia pure nell’orizzonte plurale dei soggetti socialisti, ecologisti e liberaldemocratici che vogliono concorrere al governo del Paese.

Per fare questo, occorre imprimere una decisa spinta neo-frontista alle dinamiche politiche della sinistra italiana.
Le grandi mobilitazioni popolari che continuamente si sono succedute in questo lungo autunno (e che fortunatamente si susseguono mentre scriviamo: oggi è il giorno di Bersani) costituiscono il bandolo dell'intricata matassa.

Se questo ciclo di mobilitazioni continuerà e se saprà rimanere dentro la logica pacifica che finora è sostanzialmente prevalsa – e a tal fine bisogna guardarsi da ogni violenza, foss’anche soltanto verbale – allora in Italia matureranno le condizioni per quell’alternativa di sinistra che attendiamo da una vita e che è assolutamente necessaria alla salute della nostra democrazia. (11.12.2010)

Ad agio

Editoriale di Andrea Ermano - venerdì 3 dicembre 2010

Motus in fine velocior. Non lo dico io. Lo dice l’adagio. E c’è del vero. Ricordate quell’esilarante ricostruzione che un sommo scienziato (Gerd Binnig?) fornì una volta a Scientific American circa l’accelerazione gravitazionale? La caduta di un “grave” veniva descritta in chiave parodistica come una tresca di animali selvatici in fregola nella stagione degli accoppiamenti. A conclusione della tresca, invece di accoppiarsi, il proietto, soggetto a forza di gravità, si spiaccicava per terra.

Nelle storie di catastrofi politiche, quando la memoria retrocedente s’applica a ricomporre ciò che fu, o non fu, sempre finisce per focalizzarsi un fenomeno accelerativo: “Credemmo di avere più tempo a disposizione”, dicono i reduci per descrivere la dinamica di un appuntamento, mancato, con la storia.

Per esempio? Pensate alla caduta del Muro di Berlino. Che colse quelli della mia generazione tutti impreparati. Pensammo che Gorbaciov e l’impero sovietico non potevano liquefarsi in quattro e quattr’otto.

Come invece fu.
Nacque allora la Seconda Repubblica.
Ma nacque davvero? Massimo Cacciari ci propone di espungere dal lessico quest’infausta espressione dal sapore di porcata.

L’ordinalità di una repubblica (prima, o seconda, o terza che sia) presupporrebbe qualche efficacia costituente, che restò a noi preclusa per l’inanità di un’intera classe dirigente (cioè di noi stessi).

Noi disfacemmo un sistema politico per farne un altro, e migliore. A parole. Ma poi, in realtà? Dov’è la Seconda Repubblica?

Il nostro naufragio somiglia a quella commedia musicale di Daniel Rohr, ispirata ai Pink Floyd, con quattro astronauti dispersi nello spazio.

Molto indignati.
Uno di loro, a un certo punto, mentre schizza via con una velocità di ventimila chilometri al secondo, declama con voce stentorea: “Ma devono venire a prenderci! Non possono mica lasciarci qui!”

Come no.
Qui dove?
Ammesso e non concesso che uno volesse fare la propria parte per salvare la patria nei centocinquant’anni della sua esistenza – esistenza un po’ garibaldina, un po’ brigantesca, un po’ pilatesca, ma anche un bel po’ pretesca e alquanto cannibalesca – ammesso e non concesso: fatto sta che la navicella della res publica è stata frantumata da un piccolo meteorite staccatosi dalla Costellazione del Muro nel novembre dell'Ottantanove.

Noi – vivi grazie alle nostre tute pressurizzate di fabbricazione cino-americana – stiamo sfrecciando, senza scopo né costrutto, verso l'infinito.

Ma, ecco di laggiù, nel nulla interstellare, ecco che inizia a brillare una lucina. Durante il corso della narrazione apprenderemo trattarsi dell’astronave CEI, comandata dal card. Ruini, abilissimo ammiraglio dello spazio, fermamente deciso a soccorrere la sua Italia, quella stessa Italia che aveva contribuito a radere al suolo.

Che farà?
Accudirà Berlusconi come una brava genitrice? O gli scatenerà addosso la lupa famelica?
Forse neppure Dio lo sa, sempre che esista e s’interessi del nostro Paese troppo lungo.
Verosimilmente, anche a questo giro di boa della storia, più di qualcuno avrà sbagliato i suoi calcoli. Tanto più che le dinamiche spesso non consentono di essere calcolate, e quelle politiche men che meno. Perciò, faccia ora ciascuno quel che deve. E succeda quel che può. (3.12.2010)

giovedì 2 dicembre 2010

Punire Welby, vivo o morto

Editoriale di Andrea Ermano - venerdì 26 novembre 2010
È di queste settimane la notizia secondo cui Papa Benedetto XVI ha costituito un nuovo dipartimento vaticano finalizzato alla rievangelizzazione dell’Europa. A capo c’è, fresco di nomina, monsignor Fisichella, già presidente della Pontificia Accademia della Vita.

Un primo saggio di rievangelizzazione a favore della “Vita” ci è stato fornito dal quotidiano Avvenire sul caso di Mina Welby, rea di avere ricordato suo marito, Piergiorgio, con Roberto Saviano e Fabio Fazio alla trasmissione televisiva “Vieni via con me”.

Chi era Piergiorgio Welby? Un uomo completamente paralizzato dalla distrofia muscolare progressiva, costretto a vivere con una perforazione della trachea dove gli era fatta passare l’intubazione di collegamento al respiratore automatico, giorno e notte, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Mai e poi mai Piergiorgio aveva desiderato ritrovarsi in questo stato. E, in base alla Costituzione secondo cui “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario” (Art. 32), chiedeva che gli si “staccasse la spina”. Ci furono aspre polemiche, da parte delle gerarchie cattoliche: "Diabolico inganno!", tuonò il Consiglio episcopale permanente.

Il malato fece recapitare una lettera al Presidente della Repubblica Napolitano e, dopo molte peripezie, il 20 dicembre del 2006, oltre nove anni di accanimento terapeutico alle spalle, prese congedo dai suoi parenti e amici. Chiese da ultimo di ascoltare una canzone di Bob Dylan. Poi fu sottoposto a narcosi, secondo la sua volontà. Il respiratore venne staccato. E Piergiorgio Welby, dopo alcuni minuti, si spense.

Non si spensero, però, le polemiche vaticane. Al punto tale che il Vicariato di Roma vietò alla famiglia le esequie in chiesa. E ora bisogna rincarare la dose, visto che Mina ha raccontato la sua storia in tv. Il giornale dei vescovi italiani chiede che, nella stessa trasmissione, sia data la parola anche alla “cultura della vita”, dopo che la si era concessa alla “cultura della morte”.

Tutti gli osservatori si stupiscono della presenza straripante della Chiesa nella tivù italiana, ma in effetti è possibile che ce ne sia ancora troppo poca, date le condizioni in cui versa il Paese non ostante cotanto magistero morale.

Evidentemente, c’è ancora chi ritiene di dover bucare l’esofago alle persone distrofiche, anche se dissenzienti, onde tenerle attaccate a dei respiratori artificiali per anni.

Domanda: E se uno dissente in nome della sua libertà personale?
Risposta: Niente funerale.
Ma, scusate, seppellire i morti non era la "settima opera di misericordia corporale"?
Certo, ma ormai questo è lo stato della nazione. Come nella famosa scena nel Dottor Stranamore di Kubrik, la scena con il saluto romano che emerge con prepotenza compulsiva dal braccio artificiale, così nel catechismo dell'Italia rievangelizzata di oggi s'è aggiunta un'ottava opera: "Punire Welby, vivo o morto".

Evoluzione più benigna ?

Editoriale di Andrea Ermano - venerdì 3 settembre 2010
L'Italia non solo avrebbe necessità di superare il “porcellum”, ma anche l’esigenza che tale evoluzione abbia luogo in un quadro di larghissime intese. Ecco perché.

La traiettoria assunta dal conflitto d’interessi nel corso delle note violenze mediatiche estive guidate dal presidente del Consiglio contro il presidente della Camera evoca per certi versi quella celebre Locomotiva di Guccini, “lanciata a bomba” contro la terza carica dello Stato. Con tragicomica confusione dei ruoli, però, dato che qui, nelle vesti dell’attentatore suicida, entra in scena non un macchinista proletario, ma uno zar miliardario.

A evitare la deflagrazione istituzionale finale è soccorso a mezza estate il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, garante dei residui equilibri tra poteri dello Stato. E contro di lui, in nome di una legge elettorale nota nella letteratura politologica sotto il nome di “porcellum”, il premier ha rivendicato la facoltà di porre fine alla legislatura quando il suo esecutivo finisse sfiduciato.

Ora, il “porcellum” prevede soltanto che le coalizioni candidatesi al governo del Paese depositino un programma e il nome di un leader. Nello spazio logico del Cavaliere questo significa però che, qualora egli perdesse la maggioranza in Parlamento, ciò comporterebbe il divieto alle forze politiche di formare una nuova maggioranza e, soprattutto, l’obbligo per Napolitano di chiudere la legislatura indicendo elezioni anticipate.

Che ne è del presidente della Repubblica e dei suoi poteri (tra cui quello d'indire o meno nuove elezioni)?
Nello spazio logico del Cavaliere, le prerogative del Capo dello Stato vengono liquidate alla stregua di meri “formalismi costituzionali”. Nello spazio logico del Cavaliere, il “porcellum” – che è una legge ordinaria – vale quanto e più di una riforma costituzionale poiché pretende di revocare una delle principali attribuzioni del Capo dello Stato. Eppure su questo argomento il “porcellum” stesso recita così: “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica” (Art. 3).

Tenendo fermo quest'ultimo punto, si capisce che è la coalizione vincolata al suo leader e, viceversa, il leader vincolato alla sua coalizione, ma il presidente della Repubblica resta il presidente della Repubblica.

Se, per esempio, i finiani uscissero dalla maggioranza e mettessero in minoranza Berlusconi, la coalizione in quanto tale non esisterebbe più. E il leader, vincolato a essa, avrebbe il dovere di farsi da parte. Perché il vincolo del “porcellum” pertiene al leader e alla sua coalizione. Mentre non impegna, né può in nessun caso impegnare, il Capo dello Stato. E non impegna nemmeno le due Camere in quanto ogni parlamentare, per la Costituzione, rappresenta la nazione “senza vincolo di mandato”.

Per mutare le prerogative del Presidente della Repubblica (o quelle delle due Camere o dei parlamentari in esse) occorre modificare la Costituzione. Per farlo, senza dover sottoporre poi il nuovo testo a verifica referendaria, non bastano le maggioranze semplici e quindi non bastano né i numeri del centro-destra attualmente al governo né quelli del centro-destra al governo nel 2005, anno in cui fu approvato il “porcellum”. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per le varie maggioranze di centro-sinistra guidate da Prodi, D’Alema, Amato e poi ancora da Prodi. E identicamente varrebbe per Bersani se fosse lui a portare il nuovo Ulivo al governo.

Per mutare le prerogative del Presidente della Repubblica (o delle due Camere o dei parlamentari in esse) l’Art. 138 della Legge fondamentale esige una maggioranza qualificata dei due terzi.

Il “porcellum” – ben lungi dal possedere questo grado di legittimazione – è solo una legge ordinaria, approvata da una maggioranza semplice che a sua volta è espressione di una coalizione uscita vincente dalle urne dopo avere semplicemente raccolto più voti di altre liste o coalizioni: una “maggioranza relativa”. Ma una “maggioranza relativa” che, in forza di meccanismi elettorali, sia stata trasformata in “maggioranza assoluta” nel Parlamento, resta non di meno minoranza nel Paese. Ha sì titolo per governare, ma certo non per cambiare la forma e i principi dello Stato.

Da quanto detto consegue, a fil di logica, non solo la necessità di superare il “porcellum”, che come ebbe a dire il suo stesso autore è una vera “porcata”, ma anche l’esigenza che tale evoluzione abbia luogo in un quadro di larghissime intese capaci di suscitare il consenso dei due terzi del Parlamento intorno a una nuova legge elettorale.

È questa la strada che l’Italia imboccherà, come spera Napolitano, “verso un’evoluzione più benigna” della vicenda politica? Sembra quasi impossibile. Eppure, un governo di larghissime intese, impegnato su una legge elettorale equa e adeguatamente condivisa, rappresenterebbe un bel passo avanti nel cammino delle riforme necessarie al Paese. (3.9.2010)

Alcuni ircocervi stanno galoppando

Editoriale di Andrea Ermano - Venerdì 9 luglio 2010
Si accumulano in Italia i segnali di una discontinuità politica lungamente preannunciata. Se essa avverrà per davvero e in che modo, se essa ci condurrà a un governo di responsabilità nazionale o a elezioni anticipate oppure a un temibile vuoto di potere, nessuno lo sa.

Tanto vale occuparsi allora di questioni fondamentali. Perciò questa settimana tratteremo di verità: serenamente, pacatamente.

A modesto parere di chi scrive la nozione di verità si suddivide in quattro concetti. Eccoli.
Se, in primo luogo, affermiamo per esempio: "alcuni capricervi stanno galoppando", questo è vero a due condizioni: che ci siano effettivamente degli animali chiamati "capricervi" e che, laddove esistano, ce ne siano alcuni effettivamente al galoppo.

Invece, dire "due capricervi al galoppo più due capricervi al galoppo fanno in tutto quattro capricervi al galoppo", è vero a prescindere dal fatto che esistano i capricervi. E francamente non interessa nemmeno se i quattro animali, reali o immaginari che siano, stiano effettivamente galoppando. Basta che siano quattro. In questo caso facciamo dipendere la verità da certe regole matematiche.

"È impossibile che in questo preciso istante il mio capricervo stia galoppando e contemporaneamente non stia galoppando". Questo è vero di per sé, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, purché le parole usate abbiano ciascuna un significato definito e univoco.

I tre concetti di verità fin qui esemplificati sono noti anche sotto il nome di: 1) "corrispondenza", 2) "coerenza" e 3) "evidenza". Ne manca uno.

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Ai tre concetti di verità cui abbiamo accennato se ne aggiunge un quarto, che possiamo chiamare "consenso" e che svolge un ruolo molto importante nelle vicende umane, perché il consenso è fondamentale quando ad esempio si attribuisce un nome alle cose e un significato alle parole.

Per esempio, il binomio ideale "Giustizia e Libertà" è stato definito da Benedetto Croce un "capricervo". Il filosofo, che era un dotto professore liberale, potrebbe avere utilizzato con i suoi assistenti anche l'espressione latina "hircocervus", che a sua volta proviene dal greco "tragelaphos", termine coniato da Aristotele all'inizio del suo scritto sull'arte della traduzione.

Italiano, greco o latino che sia, il senso di queste espressioni (affini in tutte le lingue in cui è stato tradotto lo scritto aristotelico cui accennavamo) implica sempre lo stesso concetto: una specie di animale tra il capro e il cervo.

Aristotele aveva coniato questa parola, per esemplificare un'espressione dotata di un senso trasparente: chiunque nell'Atene dell'epoca capiva che "tragelaphos" allude a una specie di animale tra il capro e il cervo. Ma nessuno sapeva dire se questa espressione indicasse un animale che esiste realmente.

Ma, insomma, il capricervo, ircocervo o tragelafo che dir si voglia esiste o non esiste?
Per rispondere bene a questa importantissima domanda, bisogna aggiungere che Aristotele dubitava dell'esistenza dei tragelafi tanto quanto Benedetto Croce denegava la possibilità stessa di un socialismo democratico europeo fondato sul binomio ideale della Giustizia e della Libertà.

Per il liberale Croce non si poteva nemmeno lontanamente concepire una comparazione della Giustizia con Libertà. Eppure alcuni giovani, e non i peggiori, compararono. Eccome se compararono. Così, per l'accademico Aristotele i tragelafi esistevano solo nella fantasia africana di certi tessitori di tappeti, sempreché gli Africani tessessero.

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Oggi siamo portati a ritenere che gli Africani tessessero. E che tessessero il vero. Dato che l'Africa subsahariana pullula di diverse specie bovine simili ad antilopi, cioè capri dotati di corporatura simile a quella dei cervi. E infatti gli zoologi hanno battezzato "Tragelaphus" un sottogenere di antilopi.

Tutto questo implica due importanti conseguenze:
1) Che il tempo è galantuomo dato che alla fine si è ammessa l'esistenza dei capricervi e che di conseguenza il celeberrimo intellettuale post-crociano Massimo D'Alema è diventato il presidente della Fondazione Europea di Sudi Progressisti, primo esemplare della specie Hircocervus Democraticus Europaeus avvistato anche in Italia.

Al neo-presidente D'Alema i nostri auguri più fervidi e sinceri di buon lavoro.
2) La seconda implicazione è una cosa che dobbiamo esserci dimenticata. Ma, tant'è, il tempo causa un affievolimento della memoria. Attenua ogni ogni vulnus dell'anima: l'umiliazione degli sconfitti, l'arroganza dei vincitori, l'inespugnabilità di un enigma.

Buona estate a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori. (9.7.2010)

martedì 5 ottobre 2010

La parola "mobilitarsi"

Editoriale di lunedì 20 settembre 2010
Il Vaticano e la Confindustria giocano a frammentare una rappresentanza politica unitaria della laicità e del mondo del lavoro.

Giunti al punto in cui siamo, l’ultima cosa di cui si sentiva l’esigenza era il deflagrare delle contraddizioni interne al PD. Contraddizioni che vengono da lontano. Grosse, crasse, evidenti. Ma meglio sarebbe se non esplodessero adesso.

E invece è proprio ciò che si è temuto con la ridiscesa in campo di Veltroni. Che ora nega di avere detto al suo partito che ci vuole “un papa straniero”, con buona pace delle primarie e degli statuti secondo cui il leader è Bersani in quanto segretario nazionale emerso da un vasta consultazione.

Veltroni ha raccolto stavolta una ben scarsa degnazione. Gli hanno voltato le spalle persino la “sua” direttrice dell’Unità, Concita de Gregorio, e il vecchio mentore, Reichlin, che – “sorpreso, preoccupato, allibito” – ha stigmatizzato “la vanità e l'inconcludenza… delle polemiche che lacerano la sinistra”.

Autorevoli osservatori vedono in questa frattura un sintomo terminale della crisi che attanaglia il maggior partito d’opposizione. Ognun capisce che, se il centro-sinistra non riprendesse quota ora che l’astro di Berlusconi tramonta, il PD potrebbe sfarinarsi, completamente. La destra coglierebbe un’insperata vittoria nella prospettiva (probabile sebbene non immediata) di elezioni anticipate.

Qui si nasconde l’insidia più grande per il popolo di sinistra, popolo molto paziente, che, dopo tre lustri di sueño che avanza, rischia ora di risvegliarsi in uno scenario nel quale le destre potrebbero varcare il Rubicone della maggioranza qualificata puntando dritte sulla Costituzione della Repubblica.

L’insidia non nasce dalla possibilità (già di per sé inquietante) che alla prossima tornata elettorale Berlusconi (o chi per lui) raccolga un’altra volta consensi maggiori a quelli del PD e quindi grazie al “porcellum” si aggiudichi la dotazione del 55% dei seggi “per la governabilità”.

Non è questa l' insidia più grande. Il rischio vero è che, insieme al predetto 55% dei seggi, la destra possa disporre di uno zoccolo aggiuntivo intorno al 10%, nel torbido gioco delle parti che già vediamo delinearsi tra Lega Nord e Partito del Sud. Se la destra, nelle sue ambigue articolazioni, riuscisse ad attestarsi sulla soglia dei due terzi dei seggi parlamentari, le si spalancherebbe la possibilità di stravolgere la Costituzione.

Il gruppo dirigente del PCI-PDS-DS-PD porta su di sé gravi responsabilità per questa situazione politica incresciosa. Che cosa può fare per rimediare? Anzitutto dovrebbe abbandonare la pazza pazza idea di dare sintesi, dentro a un partito unico dell’eccezione italiana, al tradizionalismo cattolico, al mercatismo capitalista e alle aspirazioni del movimento operaio. Una sintesi di questo genere può realizzarsi in una coalizione di partiti secondo il ritmo delle stagioni politiche, degli accordi di governo, delle legislature. Ma non è mai avvenuta dentro a un unico partito, e men che meno in un partito di sinistra.

Fatta ovvia astrazione dalla questione ambientale, che è trasversale, pare che un partito di sinistra possa (e quindi debba) portare a sintesi due interessi: il laborismo sociale e la laicità dello Stato. Il luogo di questa sintesi s’identifica, storicamente, con il socialismo democratico europeo. Nulla vieta ai tradizionalisti cristiani di osteggiare una visione secolarizzata dello stato e impegnarsi solo in una qualche forma di solidarismo o di carità. Così, nessuno impedisce ai fautori della libera impresa di sostenere un sano laicismo opponendosi sull'altro versante a ogni rivendicazione sociale. Ma non è un caso se, intorno a queste costellazioni, si sono formate, nel corso del tempo, tre grandi famiglie politiche europee: la famiglia socialdemocratica, quella popolare e quella liberale.

Il PCI-PDS-DS-PD, che trae la stragrande parte dei propri consensi dal popolo di sinistra nel quale il valori laico-laboristi risultano largamente egemoni, farebbe un gran bel piacere a se stesso qualora si ponesse stabilmente sotto l’egida del socialismo democratico europeo. E bisogna dare atto qui a Bersani di avere seguito un serio percorso di ritorno alla ragione dopo l’avventura veltroniana; avventura disastrosissima quant'altre mai, essendo costata la caduta del governo Prodi, la lacerazione dell’intero tessuto del centro-sinistra italiano, la sconfitta alle elezioni politiche, il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi, le sconfitte a Roma, in Sardegna ecc., il crollo dei consensi dello stesso PD dal 33% al 23%. Bisogna dare atto a Bersani di avere iniziato a recuperare consensi e credibilità lungo una linea moderatamente socialdemocratica.

Vaticano e Confindustria non apprezzano nulla di tutto questo, ovviamente. E, quindi, si capisce che Bersani non trovi grandi sponde nel sistema dei mass media italiani, che dai “poteri forti” dipendono.

Vaticano e Confindustria pongono, e non certo da oggi, vuoi sulla laicità, vuoi sul laborismo, i loro veti incrociati, che poi non sono neanche dei veri e propri “veti”, ma solo come dire degli “sconsigli”, e però hanno lo stesso effetto di un veto, nel diffuso clima di conformismo e ipocrisia. Non per caso, dopo la scissione di Livorno e l’avvento del fascismo, l’Italia non ha più avuto una grande e solida forza riformista.

Vaticano e Confindustria giocano a frammentare una rappresentanza politica unitaria della laicità e del laborismo, anche perché la famiglia socialdemocratica europea presenta caratteristiche di autonomia incompatibili con i pizzi e i pizzini del Gattopardo nazionale.

I veti incrociati di Vaticano e di Confindustria hanno una loro logica, rispondono alla gelida autoreferenzialità dei “poteri forti” italiani. Ma la gelida logica del potere comporta ormai un serio pericolo per gli equilibri democratici nel Paese.

Se la tenuta del centro-sinistra diventa l’ultima vera garanzia per la tenuta dell’assetto istituzionale nato con la Costituzione del 1947, è giunto allora il momento d’iniziare a mobilitarsi.

Con animo tranquillo, ma fermo, iniziamo a ripetere questa parola: mobilitarsi, mobilitarsi, mobilitarsi.

venerdì 24 settembre 2010

Chi nichilizza?

Editoriale di venerdì 10 settembre 2010
L’autore dei Fiori del male, Charles Baudelaire, l’avrebbe forse chiamato “razzo”. Per il codice penale è, invece, un “oggetto pericoloso”. Stiamo parlando del fumogeno lanciato durante la Festa Democratica di Torino addosso al segretario generale della CISL, Raffaele Bonanni, al quale l’oggetto ha incendiato il giubbotto. Le giovanotte e i giovanotti del Centro sociale Askatasuna (di cui fa parte Rubina Affronte, l’autrice ventiquattrenne del “lancio”) hanno commentato: «Di giacche Bonanni se ne può comprare altre, un fumogeno non ha mai ucciso nessuno. Non piangiamo certo per un pezzo di stoffa. Contestare qualcuno è legittimo. Se poi quel qualcuno è Bonanni è giusto persino impedirgli di parlare».

E se invece di finire sul giubbotto, il fumogeno avesse colpito il leader sindacale alla tempia? Nella seconda metà degli anni Settanta, ci furono delle giovanotte e dei giovanotti che presero a sparare per strada nelle città italiane, creando un clima di disfida terrorista tra bande armate, più o meno infiltrate, più o meno deviate. Ancora non sappiamo che cosa sia successo esattamente nel tratto di storia nazionale che separa Piazza Fontana dalla Stazione di Bologna.

Anche perciò ci preoccupa leggere che le giovanotte e i giovanotti di oggi liquidino la loro aggressione a Bonanni con tanta nonchalance: «Chi semina vento raccoglie tempesta. E a Mirafiori e all'Iveco, gli operai oggi in cuor loro ridevano».

Negli anni di piombo gli operai non giravano armati, ma spaventati; non parteciparono a quel training di violenza e di arbitrarietà. Così, oggi, dubitiamo che a Mirafiori e all’Iveco “in cuor loro” ridessero.

A proposito di cuore, il ministro Brunetta, accusando di "squadrismo" gli uomini del PD per aver consentito le aggressioni di questi giorni, ha dichiarato contestualmente si continuare a sentirsi un socialista, anzi come dice lui un “socialista del PDL”. Ora, il PDL aderisce al PPE, forza politica europea d'ispirazione democristiana e principale avversaria del Partito del Socialismo Europeo (PSE). Ne consegue che l’autodefinizione del ministro contraddice la realtà, ma Brunetta potrà ovviamente continuare a dirsi “socialista”, per il godimento suo e dei mass media italiani i quali amano scaricare sui socialisti ogni possibile bizzarria. Resta un fatto, tuttavia: non basta dirsi socialisti per esserlo. Anche in politica occorre un minimo sindacale di coerenza e di pudore, e visto che ormai solo i pochissimi sembrano ricordarlo, ci permettiamo sommessamente di sottolinearne l’esigenza – dalle colonne di questa testata, che nel socialismo italiano, europeo e internazionale conduce ininterrottamente il proprio impegno da un secolo e più.

In modo particolare, poiché il socialismo italiano (e con esso i nostri predecessori alla guida de L’Avvenire dei lavoratori) ha pagato “un alto tributo di sangue” per riportare la democrazia in Italia, noi disconosciamo apertamente ogni legittima possibilità di definirsi socialista da parte di chi, dopo aver giurato in quanto ministro fedeltà alla Costituzione, pronuncia, circa il primo articolo della medesima, queste inaccettabili parole: «Stabilire che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla».

Chi afferma questo non può credibilmente proclamarsi socialista. Dopodiché, è pur possibile che il ministro abbia ragione nel sostenere la presenza all’interno del PD di qualche elemento un po’ “squadrista”, se così vogliamo definire coloro che commettono delle violenze volte ad azzittire l’avversario. Il gruppo dirigente del PD non può non sapere che il ripetersi d’intimidazioni nei confronti degli ospiti della Festa Democratica ricade sotto la diretta responsabilità dei padroni di casa. Perché qui non si tratta più di un fatto isolato. Quando la violenza incomincia a diventare consuetudine, allora qualcosa che non funziona c’è.

E c’è, infatti, l’antico e mai sopito odio massimalista nei confronti dei riformisti. Come pure c’è, in aggiunta, un’ambigua condiscendenza nei riguardi dell’improperio antipolitico, che naviga sotto la costellazione della violenza verbale, ma che poi immancabilmente preme (quanto meno nella mente di alcuni) per approdare dalle parole ai fatti. Questa tendenza va contrastata prima che traligni.

Chiunque abbia un po’ di sale in zucca vede, però, al di là del gioco delle parti, una situazione di migliaia e migliaia di giovani, scaricati in mezzo alla giungla di un egoismo sociale estremo, fatto di precariato, disoccupazione e carnevalizzazione dell’esistenza. In questo contesto, le giovanotte e i giovanotti torinesi non hanno solo torto, nel rammentarci minacciosamente che chi semina vento raccoglie tempesta. Hanno anche un grano di ragione.

E allora, per ridurre lo spargimento di venti tempestosi e per evitare che i tempi verso i quali muoviamo imbocchino la strada sbagliata, sarebbe consigliabile pagare un costo pur di far spazio ai giovani e sollecitarli a conquistarsi il loro futuro nella società, con l’unico strumento universalmente lecito: il lavoro.

Perché questa, a ogni appuntamento della nostra storia, è la questione politica fondamentale: su quale architrave morale potrà mai strutturarsi una pacifica convivenza tra gli italiani se non sul consenso del popolo lavoratore? Chi nichilizza il lavoro, semina vento.

martedì 14 settembre 2010

Evoluzione più benigna ?

Editoriale di venerdì 3 settembre 2010

L'Italia non solo avrebbe necessità di superare il “porcellum”, ma anche l’esigenza che tale evoluzione abbia luogo in un quadro di larghissime intese. Ecco perché.


La traiettoria assunta dal conflitto d’interessi nel corso delle note violenze mediatiche estive guidate dal presidente del Consiglio contro il presidente della Camera evoca per certi versi quella celebre Locomotiva di Guccini, “lanciata a bomba” contro la terza carica dello Stato. Con tragicomica confusione dei ruoli, però, dato che qui, nelle vesti dell’attentatore suicida, entra in scena non un macchinista proletario, ma uno zar miliardario.

A evitare la deflagrazione istituzionale finale è soccorso a mezza estate il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, garante dei residui equilibri tra poteri dello Stato. E contro di lui, in nome di una legge elettorale nota nella letteratura politologica sotto il nome di “porcellum”, il premier ha rivendicato la facoltà di porre fine alla legislatura quando il suo esecutivo finisse sfiduciato.

Ora, il “porcellum” prevede soltanto che le coalizioni candidatesi al governo del Paese depositino un programma e il nome di un leader. Nello spazio logico del Cavaliere questo significa però che, qualora egli perdesse la maggioranza in Parlamento, ciò comporterebbe il divieto alle forze politiche di formare una nuova maggioranza e, soprattutto, l’obbligo per Napolitano di chiudere la legislatura indicendo elezioni anticipate.

Che ne è del presidente della Repubblica e dei suoi poteri (tra cui quello d'indire o meno nuove elezioni)?
Nello spazio logico del Cavaliere, le prerogative del Capo dello Stato vengono liquidate alla stregua di meri “formalismi costituzionali”. Nello spazio logico del Cavaliere, il “porcellum” – che è una legge ordinaria – vale quanto e più di una riforma costituzionale poiché pretende di revocare una delle principali attribuzioni del Capo dello Stato. Eppure su questo argomento il “porcellum” stesso recita così: “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica” (Art. 3).

Tenendo fermo quest'ultimo punto, si capisce che è la coalizione vincolata al suo leader e, viceversa, il leader vincolato alla sua coalizione, ma il presidente della Repubblica resta il presidente della Repubblica.

Se, per esempio, se i finiani uscissero dalla maggioranza e mettessero in minoranza Berlusconi, la coalizione in quanto tale non esisterebbe più. E il leader, vincolato a essa, avrebbe il dovere di farsi da parte. Perché il vincolo del “porcellum” pertiene al leader e alla sua coalizione. Mentre non impegna, né può in nessun caso impegnare, il Capo dello Stato. E non impegna nemmeno le due Camere in quanto ogni parlamentare, per la Costituzione, rappresenta la nazione “senza vincolo di mandato”.

Per mutare le prerogative del Presidente della Repubblica (o quelle delle due Camere o dei parlamentari in esse) occorre modificare la Costituzione. Per farlo, senza dover sottoporre poi il nuovo testo a verifica referendaria, non bastano le maggioranze semplici e quindi non bastano né i numeri del centro-destra attualmente al governo né quelli del centro-destra al governo nel 2005, anno in cui fu approvato il “porcellum”. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per le varie maggioranze di centro-sinistra guidate da Prodi, D’Alema, Amato e poi ancora da Prodi. E identicamente varrebbe per Bersani se fosse lui a portare il nuovo Ulivo al governo.

Per mutare le prerogative del Presidente della Repubblica (o delle due Camere o dei parlamentari in esse) l’Art. 138 della Legge fondamentale esige una maggioranza qualificata dei due terzi.

Il “porcellum” – ben lungi dal possedere questo grado di legittimazione – è solo una legge ordinaria, approvata da una maggioranza semplice che a sua volta è espressione di una coalizione uscita vincente dalle urne dopo avere semplicemente raccolto più voti di altre liste o coalizioni: una “maggioranza relativa”. Ma una “maggioranza relativa” che, in forza di meccanismi elettorali, sia stata trasformata in “maggioranza assoluta” nel Parlamento, resta non di meno minoranza nel Paese. Ha sì titolo per governare, ma certo non per cambiare la forma e i principi dello Stato.

Da quanto detto consegue, a fil di logica, non solo la necessità di superare il “porcellum”, che come ebbe a dire il suo stesso autore è una vera “porcata”, ma anche l’esigenza che tale evoluzione abbia luogo in un quadro di larghissime intese capaci di suscitare il consenso dei due terzi del Parlamento intorno a una nuova legge elettorale.

È questa la strada che l’Italia imboccherà, come spera Napolitano, “verso un’evoluzione più benigna” della vicenda politica? Sembra quasi impossibile. Eppure, un governo di larghissime intese, impegnato su una legge elettorale equa e adeguatamente condivisa, rappresenterebbe un bel passo avanti nel cammino delle riforme necessarie al Paese.

venerdì 9 luglio 2010

Alcuni ircocervi stanno galoppando 

Si accumulano in Italia i segnali di una discontinuità politica lungamente preannunciata. Se essa avverrà per davvero e in che modo, se essa ci condurrà a un governo di responsabilità nazionale o a elezioni anticipate oppure a un temibile vuoto di potere, nessuno lo sa.

    Tanto vale occuparsi allora di questioni fondamentali. Perciò questa settimana tratteremo di verità: serenamente, pacatamente.

    A modesto parere di chi scrive la nozione di verità si suddivide in quattro concetti. Eccoli.
    Se, in primo luogo, affermiamo per esempio: "alcuni capricervi stanno galoppando", questo è vero a due condizioni: che ci siano effettivamente degli animali chiamati "capricervi" e che, laddove esistano, ce ne siano alcuni effettivamente al galoppo.

    Invece, dire "due capricervi al galoppo più due capricervi al galoppo fanno in tutto quattro capricervi al galoppo", è vero a prescindere dal fatto che esistano i capricervi. E francamente non interessa nemmeno se i quattro animali, reali o immaginari che siano, stiano effettivamente galoppando. Basta che siano quattro. In questo caso facciamo dipendere la verità da certe regole matematiche.

    "È impossibile che in questo preciso istante il mio capricervo stia galoppando e contemporaneamente non stia galoppando". Questo è vero di per sé, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, purché le parole usate abbiano ciascuna un significato definito e univoco.

    I tre concetti di verità fin qui esemplificati sono noti anche sotto il nome di: 1) "corrispondenza", 2) "coerenza" e 3) "evidenza".  Ne manca uno.

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Ai tre concetti di verità cui abbiamo accennato se ne aggiunge un quarto, che possiamo chiamare "consenso" e che svolge un ruolo molto importante nelle vicende umane, perché il consenso è fondamentale quando ad esempio si attribuisce un nome alle cose e un significato alle parole.

    Per esempio, il binomio ideale "Giustizia e Libertà" è stato definito da Benedetto Croce un "capricervo". Il filosofo, che era un dotto professore liberale, potrebbe avere utilizzato con i suoi assistenti anche l'espressione latina "hircocervus", che a sua volta proviene dal greco "tragelaphos", termine coniato da Aristotele all'inizio del suo scritto sull'arte della traduzione.

    Italiano, greco o latino che sia, il senso di queste espressioni (affini in tutte le lingue in cui è stato tradotto lo scritto aristotelico cui accennavamo) implica sempre lo stesso concetto: una specie di animale tra il capro e il cervo.

     Aristotele aveva coniato questa parola, per esemplificare un'espressione dotata di un senso trasparente: chiunque nell'Atene dell'epoca capiva che "tragelaphos" allude a una specie di animale tra il capro e il cervo. Ma nessuno sapeva dire se questa espressione indicasse un animale che esiste realmente.

    Ma, insomma, il capricervo, ircocervo o tragelafo che dir si voglia esiste o non esiste?
    Per rispondere bene a questa importantissima domanda, bisogna aggiungere che Aristotele dubitava dell'esistenza dei tragelafi tanto quanto Benedetto Croce denegava la possibilità stessa di un socialismo democratico europeo fondato sul binomio ideale della Giustizia e della Libertà.

    Per il liberale Croce non si poteva nemmeno lontanamente concepire una comparazione della Giustizia con Libertà. Eppure alcuni giovani, e non i peggiori, compararono. Eccome se compararono. Così, per l'accademico Aristotele i tragelafi esistevano solo nella fantasia africana di certi tessitori di tappeti, sempreché gli Africani tessessero.

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Oggi siamo portati a ritenere che gli Africani tessessero. E che tessessero il vero. Dato che l'Africa subsahariana pullula di diverse specie bovine simili ad antilopi, cioè capri dotati di corporatura simile a quella dei cervi. E infatti gli zoologi hanno battezzato "Tragelaphus" un sottogenere di antilopi.

    Tutto questo implica due importanti conseguenze:
    1) Che il tempo è galantuomo dato che alla fine si è ammessa l'esistenza dei capricervi e che di conseguenza il celeberrimo intellettuale post-crociano Massimo D'Alema è diventato il presidente della Fondazione Europea di Sudi Progressisti, primo esemplare della specie Hircocervus Democraticus Europaeus avvistato anche in Italia. 

    Al neo-presidente D'Alema i nostri auguri più fervidi e sinceri di buon lavoro.
    2) La seconda implicazione è una cosa che dobbiamo esserci dimenticata. Ma, tant'è, il tempo causa un affievolimento della memoria. Attenua ogni ogni vulnus dell'anima: l'umiliazione degli sconfitti, l'arroganza dei vincitori, l'inespugnabilità di un enigma.

    Buona estate a tutte le nostre lettrici e a tutti i nostri lettori.